di Marilù Oliva

MalaSuerte.jpg[Esce oggi il nuovo romanzo della nostra redattrice Marilù Oliva, Mala Suerte, ed. Elliot, pp. 256, € 16,00. Ne anticipiamo un brano, corrispondente alle pp. 101-105. Chi narra in prima persona è La Guerrera, il personaggio singolarissimo di criminologa che ha dato fama a Marilù. E i temi, come si vedrà, non si discostano da quelli tipici di Carmilla.]

Ho dormito male. Troppo sesso, troppi caffè e troppa nicotina e troppo poco sonno. I soldi stanno finendo, Catalina preme — e la macchina da aggiustare e la prozia e ti faccio un prestito se hai bisogno —, qualcosa devo trovare, per questo ho fissato due colloqui nell’arco di un’ora.
Sono davanti a colui che potrebbe diventare il mio capo, però preferirei prostituirmi piuttosto che accettare questo lavoro imbroglia-allocchi. Non è possibile che ogni volta che si prospetta un’occupazione le mie sinapsi reattive mi spingano alla repulsione. Perché mi trovo qui, forse volevo toccare il fondo? O mi sentivo in colpa a non tentarle tutte?
«Lei deve individuare la tipologia di persona che ha sotto al naso e rifilare il nostro prodotto», l’uomo che mi parla, alto e dinoccolato, si chiama Tanganelli qualcosa, è proprietario di un’agenzia che vende una sorta di aspirapolvere-puliscitutto a vapore all’esiguo prezzo di tremila euro: il Supergnomo. Quando pronuncia il nome dell’elettrodomestico mi viene quasi da ridere, forse perché la cadenza toscana lo rende più divertente.

«Il Supergnomo è un’evoluzione dell’aspirapolvere. È la sua versione cyber. Si intrufola in ogni dove, scova lo sporco inimmaginabile. Tutti sono potenziali clienti, ma ci vogliono delle accortezze, è inutile che fermi una ragazza borchiata col cane al guinzaglio. Noi cerchiamo polli da spennare, non squattrinati. E se qualcuno fa storie sul prezzo, ovvero dice che il nostro Supergnomo è troppo caro, lei risponda che noi siamo leader nel settore. Essere il numero uno non è da tutti: comporta dei costi».
Alza e abbassa le sopracciglia alla fine di ogni frase, deve essere uno cui l’esperienza e la promessa di guadagno hanno affinato le capacità persuasorie. Chissà com’è il mondo quando si hanno così tante convinzioni.
«La cosa importante è che lei fissi l’appuntamento. Per questo deve avere fiuto per le persone giuste. Deve essere una fine psicologa. Vestono eleganti ma con pochi gioielli? Sono di fascia media. Sono coperti d’oro e di griffes? Hanno milioni di euro da scialacquare. Diffidi degli studenti, la razza peggiore, gran morti di fame. Chi accetta ha già un piede nella fossa, la nostra fossa. Andrà a casa loro e farà una dimostrazione. Il novantanove per cento delle persone restano di stucco quando scoprono quanto sporco si nasconde nelle fessure, dietro ai caloriferi, sui muri, nei posti più impensati. Quanta polvere vecchia che respirano. Al nostro Supergnomo non sfugge nulla. Dei potenziali clienti fermati, il sessanta per cento acconsente a una dimostrazione gratuita in casa. Di questo sessanta, il cinquanta per cento, acquista il prodotto. Ciò significa che se lei ferma cento persone al mese…» e fa un’espressione come se si trattasse di una cifra irrisoria, raggiungibile anche dal venditore più scansafatiche «… trenta persone firmeranno il contratto. E badi, in dindi significa che l’azienda incasserà novantamila euro e lei la sua bella percentuale del dieci per cento su ogni contratto. Il che, sempre tradotto in dindi, significa che lei guadagnerà ogni mese novemila euro tondi tondi, senza troppa fatica».
Minchia.
Quest’uomo mi fa quasi paura.
Incredibile, io che non ho paura di niente, mi faccio impressionare. Non c’è niente di più schifido dei cervelli manipolati. Il signor Tanganelli mi sorride. È il sorriso scaltro di chi crede di saperla lunga, ed è pronto a ripetere qualora il suo interlocutore non avesse capito.
«Chiaro? Vede, se lei affronta i clienti di petto e dice subito che dovranno sborsare tremila euro per il Supergnomo, quelli scapperanno. La questione deve essere sostenuta step by step, senza che loro se ne accorgano. Li deve condurre a un punto in cui sarà molto difficile, per loro, dire di no. La conosce la storia della rana bollita?».
Si spolvera il doppiopetto della giacca senza aspettare una risposta:
«Se metto una rana in una pentola di acqua bollente, lei salta fuori subito. Ma se la metto sul gas spento, in acqua a temperatura ambiente, se ne sta ferma e buona. Allora che faccio? Accendo il fornello e molto lentamente aumento la temperatura. All’inizio lei se la spasserà, penserà di essere in sauna. Con il graduale aumento della temperatura, diventerà sempre più debole, non riuscendo a saltare fuori dalla pentola. Insomma, a fuoco lento potrò bollire le rane che vorrò».
Deglutisco e mi abbandono a riflessioni buie. Che depressione ‘sta storia trita e ritrita della rana. Vendere il proprio corpo è meno peggio che fregare l’ingenuità del prossimo. Forse non mi restano molte altre alternative. Se mi buttassi via anche solo tre, quattro notti al mese, guadagnando almeno duecento euro a notte — quanto si fa pagare, una puttana? Cinquanta a prestazione? — ecco, forse quei soldi mi basterebbero. Il pensiero mi fa cadere in una trappola di tristezza, la stessa che Catalina chiama depressione quando mi dice Perché non ti fai visitare da un dottore? Ho il numero di uno psichiatra bravissimo.
Intanto scuoto impercettibilmente la testa, il signor Tanganelli non se ne accorge, preso com’è a pontificare su introiti e psicologia spicciola. Non ci sono vie d’uscita, vorrei chiarire a Catalina. Non ci sono pastiglie magiche, né terapie adeguate a estirpare sul serio il mio disturbo. Non si tratta solo di male di vivere, io amo la vita, quella tellurica fatta di sensi e piaceri, di altezze e marciapiedi, mi ci tuffo con incoscienza, la bevo come tracanno rum e non mi perdo neppure l’ultima goccia. È piuttosto un mal di uomo, il mio, un malessere che sorge dalla constatazione della miseria umana. Ogni volta prorompente, rinnovato, non si abitua, non perdona nessuna cedevolezza, semplicemente registra e mi deflagra l’anima. Quando ce l’hai, il mal d’uomo, non c’è cura che tenga, i rimedi sono palliativi risibili, come succede con l’infanzia: ti si appiccica addosso, se ti va bene e hai bei ricordi la puoi tenere in tasca, a portata di mano per nostalgie effimere. Ma se ti ha annientato i primi sapori, l’infanzia ti segue come un’ombra discreta solo in apparenza, silenziosa, fetida, pronta a materializzarsi nei momenti meno opportuni, coi suoi traumi e le sue fiabe orrifiche che avevi gettato in fondo al pozzo — sassi cattivi, tonfi sordi — e lei, l’arpia, ti corre dietro a raccoglierli per riporli nel suo sacco nero. Certo, puoi credere di aver finalmente razionalizzato, magari dopo anni di psicoterapie o dopo aver abbracciato discipline trita-cervello. Puoi convincerti di aver fatto passi da gigante se non fosse che, all’improvviso, ti accorgi che i passi li hai fatti. Ma camminavi all’indietro.
La mia infanzia e la mia adolescenza sono appesantite da un sacco pieno fino all’orlo. Qualche sasso riguarda i miei genitori, certo. Un duplice abbandono. Il primo, quello di mio padre, investito in un incidente. L’abbandono della sorte. È stata solo sfortuna, aveva mormorato il poliziotto, dopo l’annuncio, poco prima che mia madre si gettasse contro il muro — da come sbatteva i pugni contro la parete, era perfino caduto il quadro con l’Annunciazione del primo Novecento, dicevano che fosse un’opera di valore — a urlare come una pazza. Il secondo addio, quello della madre. Quante volte mi sono chiesta, dopo il suo suicidio: Allora io non le bastavo? E quante volte non mi son risposta, perché alcune domande hanno il diritto di restare lì, sospese, eterne, insolute. Che senso aveva, per lei, la vita senza di lui? Io non posso capirlo, non conosco l’amore, ho dimestichezza solo con la necessità di conservazione, devo bandire ogni giudizio.
L’adolescenza con la prozia Zenzero, che io chiamavo zia Fausta. Anni e anni sull’attenti, cercando di fare una bella figura mai acclamata. L’inadeguatezza mi perseguita anche oggi sotto forma di difficoltà concrete. Allora non ero mai abbastanza. Che colorito grigio che hai oggi. Perché hai risposto così al negoziante, non potevi rispondere cosà? Sempre la parte della mediocre. E perché hai preso solo otto nel compito di latino, non potevi evitare quell’errore? Sei un po’ bassettina — mi guardava delusa dopo avermi misurata iscrivendo una tacca sul muro del bagno, come faceva una volta ogni sei mesi, dall’alto della sua chioma rialzata con un concio inconcepibile, in modo da guadagnare qualche centimetro in altezza —, tanto non crescerai più.
Lancio via i sassi di zinco, delle volte ci provo a dire basta pensieri storti, poi mi guardo attorno e cosa vedo? Individui come Tanganelli, come El Pony, come l’editore di water. L’unico modo per accettare l’umanità sarebbe digerirne la miseria, eppure non ce la faccio, mi abbandono alla condizione cui siamo sottoposti e soccombo.
«Chiaro, signorina?», il venditore-capo mi desta dalle riflessioni oscure.
Sì, tutto chiaro. Il lavoro non mi interessa, vorrei dirgli, e lei mi fa venire la pelle d’oca. Comunque ho maturato una decisione importante mentre lei, signor Tanganelli, becerava dei suoi anfibi e delle sue tattiche marketing: fossi anche con l’acqua alla gola più di quanto già non sono, non farò mai la puttana.
Sia mai che mi capiti un cliente come lei.

[Per conoscere le precedenti indagini de La Guerrera, visita il sito di Marilù Oliva.]

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