di Mauro Vanetti

atlVan.jpgTra Ventimiglia e Mentone

Si stavano vendicando.
La Francia stava cercando di umiliare l’Italia con un colpo di coda, inteso come coda autostradale. Con la sospensione del trattato di Schengen stuoli di guardie di frontiera erano stati rimandati a difendere i confini della Quinta Repubblica. Li si poteva immaginare, la mattina del Gran Giorno, incattiviti da anni di libera circolazione, con i baffetti dritti da gendarme provenzale, a sgranchirsi le mani per prepararle ad aprir bauli e scovare doppi fondi, mentre tiravano fuori dall’armadio l’uniforme sotto naftalina, la spolveravano, si guardavano fieri allo specchio fischiettando naturalmente la Marsigliese. Fermavano con sadismo una macchina su tre, sottoponendola a controlli interminabili.
La coda si snodava sull’asfalto, quasi parallela alla linea della costa ligure, sui viadotti e attraverso le gallerie o lungo i fianchi delle montagne, per chilometri e chilometri. Al viaggiatore era sembrato un modo davvero triste di dire addio all’Italia, ma tant’è: aveva atteso il suo turno inabissato in pensieri foschi, mentre il sole si arrampicava nel cielo limpido, arroventando le carrozzerie. La forma improbabile della sua automobile sovraccarica proiettava un’ombra ridicola sulla strada e una sorpresa divertita sugli sguardi degli altri guidatori, che si giravano a osservare i pacchetti, stipati all’inverosimile sui sedili posteriori e, tenuti insieme da corde e tiranti, gli scatoloni sul portapacchi, in mezzo ai quali si distinguevano una bicicletta, un materasso, una lavatrice.


Era il suo turno. Inevitabilmente, con una macchina simile, venne dirottato nella colonna di chi doveva essere controllato meglio. Sperò soltanto che non volessero anche fargli tirar giù la roba sul portapacchi.
La guardia non aveva una faccia da francese; doveva essere di origini algerine. Esaminò i documenti.
«Qual è la ragione di questo viaggio?», chiese, in un italiano più che decente.
«Me ne vado», rispose il viaggiatore.
«Può proseguire», disse la guardia, restituendogli i documenti e sorridendogli.
Un po’ sorpreso, il viaggiatore ringraziò e salutò.
«Che la pace sia su di voi», rispose l’altro, in arabo.

Tra Nîmes e Montpellier

Uno dei grandi misteri della Francia: perché una delle civiltà più evolute d’Europa non è riuscita a comprendere quello che hanno capito anche gli italiani su come si può organizzare razionalmente il pagamento del pedaggio autostradale? In Italia, se entri in autostrada a Courmayeur ed esci a Lecce, prendi un biglietto all’ingresso in Val d’Aosta e lo paghi all’uscita in Puglia (riducendoti in povertà). In Francia, ogni tratta autostradale va pagata separatamente, con l’ovvio risultato di moltiplicare le code a ogni casello intermedio. D’estate, con il gran traffico delle vacanze, questo sistema così ottuso rende l’attraversamento della parte meridionale del Paese dalle Alpi ai Pirenei un vero calvario, che si distingue dal Calvario originale solo per il fatto che i ladroni invece che trovarsi alla fine del percorso sono distribuiti lungo le stazioni.
Il paragrafo precedente potrebbe essere considerato una resa letteraria, un po’ ricamata ma piuttosto fedele, di quello che passava nella testa del viaggiatore mentre cercava imprecando le monete necessarie a far alzare la sbarra del casello, il quinto da quando si trovava in terra francese.
Superato questo scoglio, ritenne meritata una sosta alla prima area disponibile per darsi una sciacquata. Tornando all’auto, trovò seduto sul marciapiede all’ombra di un alberello un tizio con uno zaino gigantesco sulle spalle e un cartello in mano. C’era scritto a pennarello Montpellier, con ier scritto stretto stretto perché aveva cominciato la parola con le lettere troppo larghe.
L’autostoppista alzò lo sguardo e chiese un passaggio. Dall’accento sembrava egiziano.
«Salta su».
Era di Alessandria ed era in vena di fare conversazione. Quando seppe che il viaggiatore veniva dall’Italia, osservò che moltissimi egiziani erano finiti a lavorare come pizzaioli in Italia; la ragione è che in Egitto tradizionalmente si fa il pane in casa, quindi sono tutti abbastanza ferrati nell’uso dei forni a legna.
«E tu che lavoro hai fatto in Italia?».
Un lavoro di merda aveva fatto: magazziniere; su e giù con quel maledetto muletto, stando attenti a non sbilanciarsi e finirci sotto.
Le cose interessanti da raccontare del lavoro di magazziniere sono pochissime, ma una è questa: dal magazzino si capisce benissimo come si sviluppa una crisi aziendale durante una recessione. Nelle situazioni “normali”, tanta roba entra, tanta roba esce. Subito prima che inizi una crisi economica, sembra che saltino casualmente delle commesse, fatto sta che il magazzino comincia a riempirsi: la merce continua ad entrare col ritmo di prima, ma esce un po’ meno, finché una mattina qualcuno ai piani alti si accorge che le commesse saltano perché la concorrenza ha aumentato la produzione e tutti iniziano a diventare nervosi. Si prendono le prime contromisure, abbassando i prezzi e piazzando certe commesse giganti quasi a perdere, per cercare di tenere mercato. Ma la concorrenza, che non è stupida, fa la stessa cosa e il magazzino accumula caterve di invenduto.
I supervisori vengono a controllare gli scaffali con aria costernata: tutta quella sovrabbondanza è paradossalmente considerata un grave sintomo, viene quasi da sperare che di notte ci rubino qualcosa o che prenda fuoco il capannone. Si comincia a cambiare la produzione, a fare prodotti più scadenti da vendere a prezzi stracciati. Iniziano ad entrare anche meno merci, perché l’azienda licenzia o mette gente in cassa. Entra meno, esce meno, da lì a poco servono anche meno magazzinieri, e si perde il lavoro.
Il viaggiatore fece una pausa nel racconto e si girò verso il passeggero: dormiva.

Tra Perpignan e Figueres

Altre macchine stracariche simili alla sua giacevano fumanti ai lati dell’autostrada in qualche punto un po’ più ripido dell’ascesa ai Pirenei.
Quest’altro confine, che pure era stato chiuso, era più scorrevole, perlomeno in uscita dalla Francia. Un monumento insensato, una collinetta piramidale con un insulso tempietto finto-maya in cima, era collocato a lato della strada a marcare il passaggio in territorio spagnolo. I colori noiosi ma freschi della Francia, tutta prati, campi di lavanda e lanche, avevano già da un pezzo ceduto il posto a un paesaggio brullo fatto di terra argillosa, rocce e piccoli arbusti rinsecchiti.
Il viaggiatore si fermò in una piazzola, cercando ombra e acqua.
Alcuni stranieri erano in piedi in un’aiuola, gli uni affianco agli altri. Anche dopo anni, i gesti antichi non potevano essere dimenticati. Bisognava riprovarci.
Si mise un po’ discostato dagli sconosciuti e orientato come loro, per seguirne il ritmo. Le parole affioravano da sole, stranamente la parte difficile era rammentare i gesti.
Alzò le mani ai due lati del viso, coi palmi aperti in avanti. Le labbra mormoravano di loro iniziativa.
Abbassò le mani e le pose una sull’altra — attenzione, sinistra sotto la destra. E ora la parte facile, ancora parole.
Mani alzate di nuovo, e poi giù sulle ginocchia, piegare la schiena come ci dicevano da bambini, che versandoci sopra dell’acqua non sarebbe caduta (aveva pregato nella pioggia scrosciante una volta, in Europa, ma l’acqua cadeva).
Fine dell’inchino, sollevarsi. Sentì la schiena scrocchiare; era la fede che si sgranchiva?
Adesso la parte migliore, aggrappati alla terra: appoggiò i palmi direttamente sul terreno, lo toccò con la fronte e col naso. Fu per qualche istante in un mondo protetto, chiuso tra il mondo e il suo stesso corpo, ad ascoltare la sua voce che recitava le preghiere.
I suoi vestiti erano fatti in Cina, comprati in Italia. In tasca aveva poche monete in una valuta che da lì a poco non sarebbe più esistita e un telefonino senza credito. La sua faccia era triste. La sua colonna vertebrale era una freccia puntata, se l’avesse scoccata avrebbe solcato due mari e tre terre, forse sarebbe passata anche sopra la città dell’autostoppista, avrebbe attraversato il deserto e si sarebbe piantata dritta nel bersaglio, alla Mecca.

A Barcellona

Sembrava una tipica ragazza inglese: rotondina, ovviamente bionda, pallida e sgraziata. Era vestita di azzurro col minimo indispensabile per non essere arrestata secondo i permissivi criteri dei cristiani. Era alla quarta birra e rideva sguaiatamente. Bere come spugne subito all’inizio del week end per i britannici sembrava essere un precetto religioso; se si fossero convertiti in massa all’Islam, appena finita la preghiera del venerdì sarebbero comunque corsi direttamente dalla moschea al pub a farsi spillare birra analcoolica.
Il viaggiatore l’aveva agganciata subito all’inizio del rituale di inebriamento al bancone del tapas bar. Parlava una specie di castigliano corrotto, ma più si ubriacava più scivolava verso l’inglese. Lui la stava intortando di cazzate, tra cui non poteva mancare la solita scempiaggine su quale sarebbe stata la sua quotazione in cammelli al di là dello stretto di Gibilterra.
Gibilterra, appunto: lei veniva da lì. Insisteva che lui avrebbe dovuto andare assolutamente nel più assurdo dei territori oltremare della Corona, a vedere le scimmie.
Gli sarebbe piaciuto dare addio all’Europa portandosi a letto (o più probabilmente in un vicolo) l’ultima bionda. Arrivato in Italia, prima di sfiorare una donna erano passati mesi, trascorsi a rifiutare cocciutamente i consigli nauseanti di certi amici che suggerivano le prostitute. Le prime prede, adescate rocambolescamente in viali alberati, erano state badanti cinquantenni dagli inquietanti incisivi d’oro, con tanto di marito ubriacone e famiglia lasciati nei ghiacci dell’Ucraina. Imparata la tecnica (o forse per merito delle stesse adescate, che lo consigliavano alle colleghe), era facile, ma noioso: erano altere e taciturne, ingrifate, quello sì, ma inibite e sospettose. Nelle discoteche si finiva sempre a ballare con connazionali o a fare a botte con altri immigrati, le italiane erano irraggiungibili e guardate a vista da tamarri indigeni. Anche in disco le slave davano qualche soddisfazione, magari erano ventenni figlie delle stesse badanti che ci si era fatte il pomeriggio prima, ma avevano tutta un’altra malizia e voglia di vivere; però erano difficili e capricciose e pochissime volte si riusciva ad andare oltre al petting in macchina.
Solo una volta era stato con un’italiana, ed era stata l’unica vera notte d’amore. Era una “alternativa” del giro anarco-fricchettone di suo cugino. L’unica cosa buona dei comunisti è che almeno le ragazze non hanno molte menate razziste. Questa aveva le treccine e la pelle abbronzata, fumava marijuana. Mentre ci pensava a Barcellona, con la testa rintronata dalla musica e dall’alcool che non aveva mai imparato a reggere, il cervello si era staccato totalmente dalle chiacchiere dell’inglesina.
Chiede scusa sorridendo e andò in bagno, con un sapore acido alla bocca dello stomaco. Mentre camminava tra i tavoli, urtò un paio di persone, una si rovesciò addosso la sangria e lo maledisse.
Si specchiò e aveva un’espressione ebete e sconvolta, i capelli ricci appiccicati di sudore. Aveva la faccia allegra ma gli occhi tristi. La sbronza stava salendo.
Mentre tornava al tavolo, da cui la ragazza si era alzata per ordinare barcollante dei chupito, si rese conto che l’esperienza carnale più emozionante che li avrebbe uniti quella notte sarebbe stata vomitare entrambi, e la sola sfida di virilità che potesse forse vincere era riuscire a farlo dopo di lei.
Perse anche quella.

Tra Alicante e Murcia

Gli spagnoli guidavano come pazzi, ma le automobili sembravano diradarsi sempre più ad ogni uscita. Per qualche minuto ebbe l’illusione che gli avrebbero lasciato raggiungere Algeciras in volata da solo sull’autostrada.
Improvvisamente, una coda lunghissima di veicoli fermi. Si trattava di tutti i poveri stronzi come lui che non avevano sentito la radio.
Un’ora dopo arrivarono due poliziotti della Guardia Civil camminando tra le macchine, sbuffando sotto l’uniforme per l’aria calda che saliva dall’asfalto. Uno dei due teneva una paletta rossa con scritto Stop, decisamente superflua nel contesto. Sulla divisa, il simbolo del corpo: una spada e un fascio littorio incrociati sotto una corona.
Parlavano con tutti gli automobilisti, uno ad uno, bussando sul finestrino a quelli che si trinceravano dentro l’abitacolo cercando salvezza nell’aria condizionata. Dicevano qualcosa sul fatto che la autopista era stata occupata da trabajadores ma non aveva capito di quale fabbrica né esattamente per quale motivo. A quanto pare stavano organizzando di bloccare la circolazione nel senso opposto e permettere alle macchine che andavano verso Murcia di fare cambio di carreggiata e tornare indietro, ma la temperatura, l’indolenza spagnola e l’ottusità poliziesca stavano rendendo l’operazione interminabile.
Il viaggiatore provò pena ma anche fastidio per i disgraziati che stavano facendo caciara sperando probabilmente di salvare il posto di lavoro. Per salvare il suo nessuno si era mosso. E ad ogni modo lui riteneva che tutte quelle manifestazioni e quel casino con cui gli europei cercavano di passarsi l’un l’altro la patata bollente fossero abbastanza inutili: il dato di fatto era che quello era un continente in declino, che se la tirava come se fosse Iram delle Colonne, ma che non serviva più a un cazzo. E comunque pure Iram l’opulenta era finita male: il re Shaddad non aveva ascoltato gli avvertimenti profetici e Dio aveva punito la città degli empi, facendola scomparire dalle mappe.
Suo cugino invece avrebbe probabilmente abbandonato la macchina sull’autopista per tirarsi la kefiah fin sul naso e raggiungere i trabajadores e darsi qualche mazzata con gli sbirri. Avevano discusso infinite volte, quello era convinto davvero che da quell’abisso in cui l’Europa e forse il mondo stavano sprofondando con la grande crisi sarebbero potuti riemergere con più benessere e più giustizia sociale di prima, a condizione di rimboccarsi le maniche e “lottare”, cioè in buona sostanza far casino e dire slogan. Pensava addirittura che per quelli come loro fosse un dovere, come quando uno è ospite a casa d’altri e trova uno scorpione sul muro, «mica fa la faccia schifata e se ne va, si sente in dovere di schiacciarlo no?»… Sragionamenti di un fanatico che pensa di salvare la patria degli altri, perché non ne ha più una sua.
Non sarà un caso se Iram delle Colonne non era mai riemersa dalla sabbia.

A Granada

Per colpa della deviazione arrivò a Granada al crepuscolo. I calcoli che aveva fatto per il viaggio avevano ormai perso ogni contatto con la realtà, come qualunque progetto che avesse fatto nell’ultimo anno d’altronde. Puntava a visitare la famosa Alhambra, “la Rossa”, la reggia dell’ultimo Stato musulmano dell’Europa occidentale a cadere nel corso della Reconquista, ma sicuramente a quell’ora era chiusa.
Seguì lo stesso meccanicamente le indicazioni verso il palazzo, su arrugginiti cartelli turistici con lo stemma cittadino del melograno. Arrivò in un ampio parcheggio deserto, davanti all’ingresso sbarrato della fortezza. Si vedeva, dietro la biglietteria chiusa, una torre bassa e parte delle mura, color sabbia in mezzo al verde scuro della vegetazione. Lo stile era inequivocabilmente moresco.
Nel parcheggio, tre zingare stavano dividendosi dei soldi, vicino ai piedi tre ceste di vimini mezze piene di qualcosa che sembrava rosmarino. Non gli era chiaro chi e perché potesse voler condire qualcosa nel parcheggio dell’Alhambra. Tiro giù il finestrino per chiedere informazioni e le gitane gli offrirono qualche rametto come portafortuna.
«Domani quando apre?», chiese scortesemente in un castigliano incerto.
«Domani domenica, molta gente», gli risposero con frasi da Tarzan, trattandolo da straniero; «Serve prenotazione, no prenotazione no Alhambra».

A Gibilterra

Al risveglio, scendendo dal letto a castello dell’ostello, gli era venuta in mente quello che le aveva detto la ragazza di Barcellona. Insisteva che doveva assolutamente andare a visitare Gibilterra e le scimmie; aveva cercato su Wikipedia col telefonino, ed era vero: Gibilterra era l’unico posto in Europa dove ci fosse una colonia di scimmie allo stato brado. Non era come l’Alhambra, intendiamoci, ma perché non dare un’occhiata? Per un attimo si sentì spensierato e irresponsabile, pieno di curiosità come i primi giorni da immigrato, e decise di deviare.
Gibilterra era una pietra colossale appoggiata su una punta della costa che si sporgeva verso l’Africa. Passando l’ennesima frontiera, la guardò come una carrellata cinematografica da sinistra a destra: il precipizio roccioso, l’altopiano coperto di vegetazione, la seconda gobba più piccola, i grattacieli e i moli, il mare.
La città sembrava un’Inghilterra in miniatura in un clima incongruente, con tanto di pub dalle insegne colorate. Si stupì di quanti idiomi diversi avesse incontrato in un viaggio così breve: italiano, francese, catalano, castigliano, inglese — e non si rese conto di essersi dimenticato la lingua d’oc. Se fosse andato da casa sua fino all’oceano Indiano, avrebbe dovuto passare otto confini ma si sarebbe sempre fatto capire parlando la stessa lingua.
Chiese indicazioni per le scimmie. Si doveva infilare una stradina asfaltata vicino ad edifici della marina militare per arrivare ad un piccolo promontorio. Finalmente avvistò la colonia di bertucce senza coda; si trovavano a lato di un piccolo slargo che guardava a strapiombo sul paese. C’era un belvedere con delle strane costruzioni di cemento e metallo su cui si arrampicavano gli animali. La maggior parte erano adulti pulciosi, talvolta con minuscole scimmiette aggrappate alla pancia o sul dorso. C’erano però anche alcuni esemplari adolescenti che giocavano in modo spettacolare.
Secondo la leggenda quando l’ultima scimmia fosse scomparsa, la Gran Bretagna avrebbe perso la sovranità su Gibilterra. Tuttavia, le vetture dei residenti passavano noncuranti a tutta la velocità consentita dai tornanti; un paio di scimmiette saltarono sul tetto di una di queste e ne vennero sbalzate via alla prima curva. Atterrarono incolumi in un cespuglio con una capriola da stuntman.
Quando il viaggiatore scese a fotografare un gruppetto di giovani primati scalmanati, uno cercò di rubargli il telefono. Gli altri, dispettosissimi, erano balzati sulla macchina e cercavano di sciogliere i nodi dei tiranti o mordicchiavano le scatole. Due si erano messi a fare gli scalatori, quello arrivato per primo in cima al cumulo di bagagli aveva gettato da basso con un calcio il secondo, che precipitando era riuscito ad aggrapparsi in extremis a uno specchietto retrovisore.
Il viaggiatore corse verso la vettura: «Sciò! Sciò! Scimmie cattive!». Le bertucce abbandonarono l’arrembaggio. L’ultima prima di saltar giù fece leva sul tergilunotto, quattro, cinque strattoni finché non lo staccò e se lo portò via come trofeo, berciando come un’ossessa. Tutto sommato al viaggiatore veniva da ridere.
Diede un’ultima occhiata a quella propaggine di fauna africana fuori posto. In fondo anche lui era fauna africana fuori posto. Si augurò che anche le scimmie varcassero lo Stretto, per mandare in malora gli inglesi e tutti gli altri.

A Tangeri

«Nec plus ultra» era scritto sulle colonne d’Ercole secondo la leggenda degli europei. E sempre Ercole aveva fatto il sostituto al titano Atlante quando quello doveva andare un attimo in bagno. Poi Atlante era tornato al suo posto con le mani ancora mezze insaponate, asciugandosele sul perizoma, «Scusa eh, eccomi tornato!», e già lì Ercole si era innervosito. Ma poi aveva fatto girare le scatole pure a Perseo e quello non era conciliante come Ercole, aveva tirato fuori dall’impermeabile la testa di Medusa e tanti saluti al titano, Atlante si era pietrificato e si era trasformato nella omonima catena montuosa, in Marocco.
Sarebbe a questo punto molto scenografico dire che fu proprio sull’Atlante che il viaggiatore gettò lo sguardo appena sbarcato nuovamente nella sua patria. In realtà però stava guardando il paraurti della macchina davanti, badando a non sbatterci contro mentre guidava la sua giù dal traghetto.
Il porto di Tangeri era vasto, caotico e caldissimo. Sui moli tra marocchini e turisti si aggiravano gli spacciatori di visti taroccati, sotto lo sguardo complice di poliziotti panciuti.
Una nave stava disordinatamente caricando passeggeri, subendo la pressione dei numerosi aspiranti immigrati clandestini che cercavano di scavalcare il blocco di polizia. Ad un certo punto un poliziotto si era incazzato, aveva alzato la voce e aveva spostato il blocco indietro di qualche metro, proprio a metà del ponticello che portava nel boccaporto. La calca rischiava di precipitare in acqua.
Improvvisamente, grida eccitate.
Seguendo gli sguardi accesi e gli indici puntati, il viaggiatore vide il clandestino aggrappato alla gomena. A colpi di reni si arrampicava lungo la gigantesca corda che collegava la prua all’attracco, incitato da decine di connazionali a terra. Era velocissimo, in pochi secondi sarebbe arrivato a bordo e forse avrebbe cercato di nascondersi da qualche parte sperando che le autorità rinunciassero a perdere ore e facessero partire lo stesso il traghetto per la Spagna.
Una dozzina di poliziotti sparsi su vari ponti della nave si attivò in simultanea, gli sbirri correvano goffamente convergendo verso il punto dove sarebbe arrivato il ragazzo. Arrivarono prima loro, gli furono addosso in tre.
La gente insultava le forze dell’ordine. Una donna grassa urlava: «Servi dell’Unione Europea!».
Il viaggiatore pensò che avrebbe dovuto vendere il suo permesso di soggiorno a uno di questi scriteriati.

Tra Asilah e Larache

Cammelli lungo la strada. Altro che scimmie! Questa era la cosa più africana, anzi, più maghrebina che si potesse concepire.
Il pullman davanti a lui mise la freccia, un’insolita cortesia da parte di un autista marocchino, e uscì su uno stradino che portava ad un’area di ristoro. Il viaggiatore lo seguì fiducioso.
Come tutti gli anni, c’era uno striscione in arabo, francese e spagnolo: «Re Maometto VI dà il bentornato ai lavoratori del Marocco emigrati in Europa». Le rimesse tenevano in piedi un bel pezzo di economia del Paese, chissà se il crollo dell’Europa avrebbe tirato giù anche i sudditi di Maometto VI — o addirittura, come avrebbe voluto il cugino del viaggiatore, se la povertà li avrebbe invece fatti sollevare come altri popoli arabi.
Nell’area attrezzata era stato allestito una specie di caravanserraglio self-service. Boccheggiando, tutti si servivano di carne fumante e cous cous. Era tutto gratis, pagava il re.

A Rabat

Fece il giro lungo per passare davanti alla spianata del Mausoleo. Lì dentro, a turno degli impiegati statali vegliavano la tomba di re Maometto V, leggendo continuamente pagine del Corano. Ogni minuto, qualcuno stava recitando un versetto.
Quello era un tipo di occupazione che sua madre avrebbe apprezzato, sicuramente un po’ monotona ma di grande responsabilità e prestigio, ben ancorata alla tradizione. Le aveva tenuto il muso per tutti gli anni che era stato via, l’aveva messo in guardia dalle donne e dagli uomini d’Europa, dalla tentazione di non pregare più, di bere, di non fare più ritorno. La prima estate rifiutò anche gli elettrodomestici portati in regalo.
Aveva caparbiamente negato le difficoltà trovate emigrando, per non farla preoccupare e soprattutto per non darle ragione. Per anni aveva raccontato una storia inverosimile volta solo a giustificare retrospettivamente la scelta di andarsene. La farsa era finita quando erano cominciati i grandi conflitti etnici nelle città italiane: i due senegalesi accoppati da un fascista a Firenze, la strage a Messina, poi le tre notti di Verona… E intanto anche la favoletta dell’Europa del Bengodi stava sgretolandosi, con i roghi di Londra, l’effetto domino innescato dalla Grecia, il colpo di Stato in Ungheria, il black out di una settimana a Parigi…
Aveva la testa vuota, non voleva più pensare. Guardava le strade conosciute a menadito, le scritte finalmente comprensibili senza sforzo su cartelli e negozi, i volti rassicurantemente simili al suo. Il volante girava da solo ad imboccare la via di casa.
Sulla porta, infagottata di blu scuro, la madre sorrideva spavalda. Aveva vinto lei.

Dal Gazzettino della Bassa di tre mesi prima

«Solo chi si scuote sente le sue catene (Rosa Luxemburg)». Questo striscione è stato esposto davanti all’ingresso della Clinica di Medicina Intensiva dai compagni e dagli amici di Nadim Badda, il 29enne marocchino gravemente ferito sabato scorso in località Cascina Diavola.
Gli inquirenti sostengono che si stia chiudendo il cerchio attorno al responsabile dell’accoltellamento, che voci insistenti indicherebbero appartenere all’ambiente dell’estrema destra.
L’impegno politico e sociale del giovane immigrato era molto noto in città […].
Suo cugino, Tarik Badda, 28 anni, interpellato telefonicamente ha dichiarato la sua ferma intenzione di abbandonare l’Italia.

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