di Alberto Prunetti

Osvaldo bayer manifesto.jpgNegli ultimi giorni i quotidiani italiani hanno rilanciato la notizia della condanna all’ergastolo dei militari argentini coinvolti nei tragici sequestri della Esma. L’euforia del momento però ha un dietro le quinte con tonalità che vanno dal farsesco al tragico e riguarda un esposto con cui un illustre socio del dittatore Videla, al momento agli arresti domiciliari, ha denunciato uno storico argentino, ben conosciuto per la sua condotta esemplare come difensore dei diritti umani, accusandolo di aver messo a repentaglio la propria immagine pubblica, ovvero quella di un ministro di una giunta golpista incarcerato per un sequestro di persona.

Non è uno scherzo e per chi ne dubiti ecco i fatti, di per sé esilaranti: i nipoti di José A. Martínez de Hoz – ministro dell’economia della giunta golpista di Videla negli anni 1976-1981, attualmente agli arresti domiciliari per sopraggiunti limiti di età con l’accusa di sequestro di persona – intimano attraverso il proprio studio legale la soppressione di alcune scene di un documentario realizzato dal regista Mariano Aiello su sceneggiatura dello storico Osvaldo Bayer, figura di spicco nell’ambito dei diritti umani. A quanto pare queste sequenze “lesionano gravemente i loro sentimenti” come appartenenti alla famiglia Martínez de Hoz. Vista da lontano la cosa pare una bizzara manifestazione di quella curiosa e incomprensibile nozione che è l’“argentinidad”. Ma è tutto vero e quel che è grave è che rischia di avere conseguenze che godranno del peso della giustizia.

Ma vediamo quali sono le premesse di questa vicenda. Da qualche tempo lo storico Osvaldo Bayer, di cui abbiamo parlato spesso sulle pagine di Carmilla, va presentando nelle sale argentine assieme al regista Mariano Aiello “Awka Liwen”, un documentario sul genocidio degli indigeni che vivevano sul suolo patagonico e nelle altre province del territorio nazionale. Il film è stato riconosciuto e patrocinato dal ministero dell’educazione argentino, che lo ha ritenuto di fondamentale importanza e degno di essere inserito nei curricola scolastici per il contributo che porta alla ricostruzione della storia del paese australe, viziata per anni dalle deformazioni autoritarie degli storici militari. “Awka Liwen”, che in Mapuche significa “Alba ribelle”, è stato premiato all’estero, ricevendo alcuni premi anche in Italia. Il documentario presenta immagini d’archivio e interviste alle migliori voci della storiografia critica argentina sviluppatasi negli anni successivi alla dittatura, che illustrano il ruolo che l’oligarchia del latifondo argentino ebbe come mandante della “Campagna del deserto”, una missione militare realizzata nella seconda metà del XIX secolo e finalizzata al genocidio degli indigeni e all’usurpazione dei loro territori ancestrali.

La Campagna del deserto, che appunto desertificò quelle terre civilizzandone i legittimi proprietari fino all’estinzione, rese disponibili milioni di ettari all’intraprendenza degli aristocratici delle vacche e alla geometria ordinatrice dell'”alambrado”, il filo spinato. Qui si affermò il fondamento genocida dell’oligarchia argentina, che si riprodusse in pochi balzi genealogici come un tumore maligno ripetendo cognomi di terratenientes e relative vittime (prima gli schiavi africani e poi gli indigeni, di seguito i gauchos, gli operai patagonici ribelli e infine i dissidenti politici degli anni Settanta), confortando perlomeno i filosofi sulla veridicità delle tesi dell’anarchico Proudhon, che nella proprietà non vedeva altro che un furto.

Tra i nomi che hanno beneficiato di questo genocidio di indigeni c’è anche quello della ricchissima famiglia dei Martínez de Hoz, tra i cui antenati figura José Toribio Martínez de Hoz, il fondatore della Sociedad Rural, un’associazione di latifondisti che ha appoggiato da sempre ogni sorta di deriva autoritaria del paese australe, come la storiografia più recente ha dimostrato in maniera incontrovertibile. Il documentario di Mariano Aiello rivela che gli antenati di Martínez de Hoz, contribuendo al finanziamento della Campagna del deserto, avrebbero ottenuto in contropartita dal governo argentino 2.500.000 ettari appartenenti ai defunti indigeni, una porzione di terra più grande del Salvador, un’accumulazione originaria che permise l’instaurazione di una genealogia di potenti che per più di un secolo si sono schierati contro la maggioranza degli argentini, alleandosi coi governi golpisti, ottenendo leggi a proprio tornaconto e conseguenti impunità (fino almeno ai nostri giorni, quando finalmente il vecchio Martínez de Hoz, ministro di Videla, è stato perlomeno ricondotto ai domiciliari per la partecipazione a un sequestro di persona).

Sono queste persone che adesso dicono di essere lese nella propria immagine da un documentario che costituirebbe un “arbitrario e malizioso tentativo di disonorare la reputazione familiare”. Quale reputazione?, si sono chiesti molti argentini: quella di essere stati membri attivi e soci nei dividendi di un gruppo di criminali che ha sequestrato 30mila giovani negli anni Settanta del Novecento? O quella di essere stati nella seconda metà dell’Ottocento dalla parte dei mandanti di una strage di indigeni che ha tolto loro terra e prole, affinché i piccoli indigeni facessero da servi e domestiche nelle case dei ricchi abitanti di Buenos Aires? O chissà, forse i Martínez de Hoz si preoccupano di aver costruito una fetta consistente della propria ricchezza nei primi decenni del XIX secolo con la tratta degli schiavi africani, prima che questi scomparissero decimati da epidemie tutt’altro che accidentali, nell’ennesimo genocidio criollo? O del fatto che le politiche liberiste introdotte da José Alfredo Martínez de Hoz abbiano confinato negli anni successivi all’ultima dittatura militare migliaia di vittime del capitalismo selvaggio nelle villas miserias, le bidonville che circondano la Capital Federal? No, niente di tutto questo: è il documentario di Aiello quello che macchia l’onore di questi hidalgos, a quel che sembra.

Sono cose forse incomprensibili a chi non conosce la storia argentina, coi suoi miti identitari che rimuovono le radici indigene e meticce e proclamano il mito di un’argentina “blanca y europea” costruita da caballeros di buona e sostanziosa genealogia che fecero fortuna appunto col genocidio degli indigeni e prima ancora con la tratta dei neri, presupposti di un rapace dominio oligarchico delle famiglie latifondiste, la cui bibbia diventerà il “civilizacción y barbarie” di Domingo Sarmiento. Lo stesso che considerava “provvidenziale e utile” lo sterminio degli indigeni e che si compiaceva che nel parlamento argentino non facessero la loro comparsa “ni gauchos, ni negros ni pobres”. Solo quelli come lui, “la gente decente, es decir patriota”. Decente come Videla o Martínez de Hoz, perlappunto, non come Bayer, Aiello o Pigna.

Comicità amara, dunque, se non fosse che la denuncia depositata dagli avvocati dello studio PAGBAM (tra i cui soci figurano gli stessi Martínez de Hoz e altri pezzi da mille dell’oligarchia argentina, come i discendenti del dittatore Aramburu) è stata accolta dal giudice Diego Ibarra: la richiesta è la proibizione del documentario e la successiva emendazione delle sequenze collegate con i Martínez De Hoz, assieme a una pubblica rettifica e al pagamento dei danni, calcolati in un milione di pesos per ognuno dei citati (Osvaldo Bayer, lo storico Felipe Pigna e il regista Mariano Aiello della casa di produzione Macanudo Films). Una situazione farsesca, aggravata dal fatto che i curricula politici e professionali di alcuni giudici sarebbero molto vicini alle posizioni politiche dell’oligarchia e della dittatura. Una situazione che se non fosse grave sarebbe paradossale, pensando invece all’ammontare di un ipotetico rimborso danni che gli argentini dovrebbero chiedere all’ex ministro Martínez de Hoz per aver imposto quelle pratiche liberiste durante la dittatura di Videla i cui nefasti esiti sono stati vissuti sulla pelle degli argentini nei giorni drammatici della crisi economica del 2001. Al punto che se ai discendenti di questi hidalgos sta tanto a cuore la reputazione e l’onore, forse meglio sarebbe passare dall’anagrafe e cambiar nome, come ha suggerito Bayer in un suo articolo: togliere “de Hoz” permetterebbe di confondersi nella moltitudine dei Martinez d’Argentina senza evocare le responsabilità del nonno.

Intanto però, più di prima, la mossa dei Martínez de Hoz ha portato la gente ad accalcarsi nei cinema e nelle piazze per vedere “Awka Liwen”. In tanti si sono schierati dalla parte di Bayer e Aiello: dal premio Nobel Adolfo Pérez Esquivel alle associazioni di giornalisti, dai verdi tedeschi, finanziatori della pellicola, ai militanti dei diritti umani, a cominciare dalle Madres de Plaza de Mayo e dalle Abuelas. Quanto allo storico Bayer, si è detto pronto ad andare in prigione, perché essere denunciato dai Martínez de Hoz è per lui motivo di orgoglio (del resto il nostro aveva già scontato durante una delle tante dittature militari argentine — ne ha viste dodici nella sua lunga vita – alcuni giorni di galera per aver difeso la memoria di alcuni indigeni da un altro oligarca genocida, a dimostrazione che la storia è qualcosa su cui bisogna lottare e soffrire la repressione, quando la sua versione “oficial” è costruita sui manuali degli storici militari).

Rimaniamo dunque con l’ascia mapuche di guerra disseppellita, in Argentina. Perché mentre in Italia si ricorda giustamente l’ergastolo comminato al Tigre Acosta e al massacratore Astiz, in questi stessi giorni la giustizia minaccia, a nome dei soci dei dittatori e degli oligarchi, le voci di dissenso, a cominciare da quello stesso Bayer che si sottrasse per un pelo alla cattura dei gruppi militari clandestini rifugiandosi in esilio in Germania. “In un altro periodo ci avrebbero fatto scomparire”, commenta Mariano Aiello, aggiungendo episodi inquietanti: minacce telefoniche ricevute, tassisti che cominciano a parlare della genealogia del regista di “Awka Liwen”, lasciando intendere che quel taxi non è un taxi ma un’automobile di quelle che un tempo si portavano via i nemici dei militari. Insomma, non è una cosa da poco. Anche perché aldilà delle minacce illegali, se la denuncia degli avvocati dei Martínez de Hoz fosse accolta dalla giustizia argentina fino a entrare in giudicato, la sentenza instaurerebbe un pericoloso precedente che potrebbe mettere il bavaglio al dissenso sociale e alla storiografia critica di quel paese.

[Colgo l’occasione di segnalare la prossima pubblicazione in italiano del capolavoro di Osvaldo Bayer, “Severino Di Giovanni”, per i tipi di Agenzia X] A.P.

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