di Danilo Arona

Typewriter-in-blood.jpgCosì si esprime Marco Belpoliti su “La Stampa” del 27 aprile scorso in occasione della fine ufficiale delle macchine da scrivere, determinata dalla chiusura dell’ultima fabbrica che le produceva in India:
«Se le vecchie macchine per scrivere hanno salvato gli uomini e le donne dall’incombente mondo delle turbe grafiche (tremolio, atarassia, pause, corea), evitandoci l’esperienza dell’agitazione e del turbamento in agguato nella scrittura a mano, che non a caso i grafologi erano in grado di leggere come un fondo oscuro, sfiorando i tasti del personal computer, touch, noi ora sembriamo privi di spessore. È probabile che con la macchina per scrivere si estingua ciò che in noi è profondo: l’inconscio. Dopo il personal ci attende la telepatia: puro pensiero senza più mediazioni materiche. Scrivere e pensare coincideranno. La profondità sarà inabissata nella superficie, e la mente simile a un foglio. Noi stessi diverremo solo un foglio che si distende nel tempo e nello spazio. Seppur a termine.»

Condivisibile? Non lo so. Ma sull’analogia con l’inconscio concordo di sicuro. Come ho cercato di raccontare più volte, l’emersione della profondità è stata, per quel che posso testimoniare e ricordare, talmente potente che la mia prima macchina da scrivere — ribattezzata Miss Continental, perché quella era la marca, Continental — prese il sopravvento su me allora dodicenne. Durante una vacanza sull’Appennino Ligure nell’estate del ’62. Un incontro puramente casuale in una grossa casa di campagna, in cui ero ospitato con i miei, durante un noioso pomeriggio estivo. Usare quei tasti, sentirne il rumore ritmico, imprimere più o meno forza all’azione della battitura in corrispondenza della forza del pensiero e sprofondarsi con la mente in quell’architettura nerastra di nastro + carrello + campanello di fine corsa, divenne — soprattutto all’inizio — un esercizio inconsapevole di autoipnosi in grado di mettermi in contatto con le mie zone buie. Perlomeno, a me successe così. Perché, se non vogliamo credere alle haunted typewriter (io personalmente ci crederei, ma ho molto rispetto per gli scettici…) di notte mi alzavo — più o meno alla solita ora: le tre, che non si sa mai se sono di notte o del mattino, ma di certo chiamano sempre “l’ora del lupo” — e, in preda a una crisi da sonnambulismo con finalità produttive, andavo a scrivere strane frasi che poi al mattino non riconoscevo come mie. Posseduto, insomma. Ma da chi? Da Miss Continental o dal mio inconscio riemerso?
In ogni caso questa che segue fu la prima, inconsapevole produzione (polluzione) notturna:

L’occhio invisibile e nascosto del Male. È da LUI che ti senti sempre osservato da quando sei giunto qui. Per questo dovrai penetrare nel segreto. Dovrai muoverti in bassifondi psichici, tra visioni infernali e ossessivo fluttuare. All’apparenza, null’altro che la fantasia dissacrante e la consapevole, abnorme perversione di De Sade. Sotto l’apparenza, soltanto gli atomi di Democrito, ovvero la realtà. E ricordati di ricordare. Siamo tutti connessi così come TUTTO è connesso. Passato e presente. L’alto e il basso. Il Male autentico e quello che ti descriveranno essere l’autentico male. E ricorda che, se vuoi salvare colei che ami, non avere paura di parlarle e di svelarle quel che le ombre ti sussurrano nelle orecchie. Paura MAI. Perché la paura genera servilismo. E genera altra paura. E terrore. E ORRORE.

C’era un difetto di battitura. Le lettere con l’accento, tanto le maiuscole che le minuscole, erano più grosse. Questo poteva già bastare a farne un mostro. Ma, al di là della forma mostruosa, non poteva trattarsi della mano e della mente di un ragazzino dodicenne. Magari del suo inconscio, se ha ragione Belpoliti. De Sade e Democrito, chi cavolo erano? Non ne so tantissimo neppure oggi. Sì, l’atomismo e la perversione, giusto per incasellare i nomi.
Ce ne fu una seconda, di inconscia sortita con battitura notturna all’ora del lupo. Quasi mi beccarono i miei mentre uscivo dalla stanza con le braccia puntate in avanti con le braccia puntate in avanti come i sonnambuli delle barzellette. E comunque il giorno dopo dovetti confrontarmi con quel che era stato scritto:

È impossibile tentare di dormire se sussurrano le ombre. Ma sarà un problema per TUTTI e soprattutto per LEI se le voci, i bisbigli e i mormorii continueranno a essere fraintesi. Sussurri di giorno e incubi di notte, però subito dopo ci si dimentica. Così, non so come, mi trasformo in Miss Continental. E quel che vedo, in questa nuova versione dell’atomismo di Democrito, è terribile. Qualcosa di grosso, ansimante e NERO che mi sovrasta. E le dita che mi colpiscono.

Insomma, se le avevo scritte io, ero un dodicenne con dei problemi da risolvere al volo. Si trattava di parole terribili. Qualcosa di torbido, che non riuscivo neppure a immaginare, s’intravedeva dietro quella sorta di stramba confessione di disagio, che allora proprio non riuscivo a cogliere nella sua interezza. Però c’era — evidente — qualcosa di più, e di ancora più strano… quelle parole parevano scritte da una donna (Miss Continental, come la marca della macchina da scrivere…), e quale donna si aggirava in quella casa, all’infuori di mia madre, mille miglia lontana dalla sola possibilità di piazzarsi — di nascosto, per giunta — davanti a una macchina da scrivere per rilasciare sopra un foglio bianco parole praticamente sconvenienti? Mia madre, tutt’al più, in quegli anni andava a posizionarsi — per necessità — davanti a una macchina da cucire. Persino alla mia mente, ingenua e sempliciona, appariva chiaro che non ESISTEVA in casa quella persona, quella “femmina” che si sentiva delle voci nella testa.
No, la spiegazione doveva essere un’altra. Più semplice, ma al contempo mille volte più complicata. Perché bisognava superare certi confini e abbandonarsi alla metafisica, operazione impossibile a dodici anni a meno di non essere un veggente di Medjugorie. Un’Altra sconosciuta si era intromessa fra me e il mio primo tentativo creativo. Dico un’Altra perché ancora sono certo che fosse femmina, dato che dichiarava di trasformarsi in Miss Continental.
Dopo il ’62 accantonai la faccenda. Arrivò veloce il ’68, ma soprattutto il ’69, quando i miei mi regalarono una Antares Parva, ultimo modello di allora. Piccola e pratica, un quarto in grandezza della Continental. Non ne feci buon uso da subito. Crescevo e intanto la (mia) mente si adattava ai cambiamenti, si modellava, faceva scelte… E, soprattutto, ripescava. Perché la mente è un pozzo: se qualcosa ci cade dentro, alla fine quella cosa torna… E mi tornò tra le mani quel foglio, ormai un reperto stropicciato, con quei due periodi misteriosi scaturiti dall’inconscio di qualcuno, quei due periodi che a rileggerli così, avulsi e distanti nel tempo, mettevano paura. Inconscio. Fu proprio allora, nell’andirivieni dall’Università fra Genova e Alessandria, che decisi di occuparmene. Fu proprio alla Biblioteca di via Balbi che mi capitò di leggere il riassunto di un breve racconto (Revenant as Typewriter di Penelope Lively) che assomigliava maledettamente alla mia quest notturna del ’62. Così che mi fissai di nuovo su quell’ultima frase incompiuta:

le dita che mi colpiscono

scritta da un soggetto femminile. Un’entità (Miss Continental?) che di notte tentava di riposare, ma ne veniva impedita da qualcuno che le stava accanto e la colpiva con le dita… Come se quel periodo incriminato l’avesse prodotto la macchina da scrivere in persona… Se la si vedeva così, tutta quella frase aveva un senso e stava in piedi. Ma non si poteva — e non si deve — passare sotto silenzio il mio episodio di sonnambulismo. Potevo benissimo — forse — avere prodotto quel periodo durante la trance, proiettandomi e immedesimandomi in quell’amorfa creatura di metallo, con l’inconscio a far da padrone dello spazio bianco.
Sta in piedi? Forse. Un po’ zoppica, ma sta in piedi. Certo, la haunted typewriter mi gusta di più. Peraltro è da lì che ho deciso di scrivere. Di paure, di misteri, di nightcomer, di ore del lupo, di viaggi nell’inconscio, di fantasmi classici e di cosiddetti “fantasmi delle macchine”.
Sì, da qualsiasi parte ci poniamo, Belpoliti ci azzecca: la macchina da scrivere, mandata in pensionamento, svelava il mondo dell’Id. Del Sotto. Era come scendere in una metropolitana fuori orario su una linea fantasma. Io, che oggi vorrei proiettarmi ancora un po’ più giù, arrivo a sostenere che la macchina da scrivere è — era — un portale. Come un tavolino a tre gambe o uno stargate immateriale. Qualche prova fumosa a favore della tesi bislacca da scrittore horror la possiamo menzionare, almeno come curiosità. Non mancano infatti le storie che ci parlano di macchine da scrivere stregate, la più singolare delle quali narra della segretaria di Henry James — scrittore che nella fase ultima della sua vita dichiarava di non poter fare a meno del rumore della typewriter — che sosteneva di scrivere, dopo la morte del grande autore di Giro di vite, sotto dettatura dall’aldilà solo con quella determinata macchina, peraltro in grado qualche volta di far da sola. Nessuno, che io sappia, la prese mai sul serio. Ma la tentazione di credere che i terribili Flora e Miles siano nati proprio da quella macchina da scrivere è assai forte.
E poi va anche menzionata la macchina per scrivere fantasma di Ernest Hemingway. A Key West, nel centro storico, dove lo scrittore abitava prima di trasferirsi a Cuba, ne sentono ancora il ticchettio. Fuoriesce dal secondo piano, dal suo studio. La macchina doveva essere una Corona n° 3.
In ogni caso io non butto via proprio nulla. Nello strano lembo di campagna dove vivo — un tempo chiamato La Mascoia, cioé “luogo di streghe” — non è inusuale che la luce manchi per ore. Siccome il mio computer casalingo non ha il supporto delle pile, sono costretto in quelle occasioni a tirar fuori dal suo polveroso angolo la mia indimenticabile Antares Parva. Ciò è bastato a far prendere alla narrazione di turno una via inaspettata. E riscoprire nelle pieghe il vero significato del celebre motto “vivere con lentezza”, laddove si dovrebbe convenire che la produzione letteraria non necessita affatto della velocità tecnologica offerta dal computer. Spesso parole e sottotracce che ritornano dall’estate del ’62.

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