di Franco Ricciardiello

30aprile1975.jpgChe prima o poi sarebbe successo tutto il mondo lo sapeva, ma così presto e così bene nessuno se lo aspettava, la mattina del 30 aprile quando i carri dei vietcong dopo trenta anni di guerra entrarono a Sàigòn” cantava nel 1977 Eugenio Finardi; il testo di Giai Phong è chiaramente ispirato dall’omonimo instant book di Tiziano Terzani: l’appassionato resoconto in presa diretta della fine della guerra in Vietnam, che la storiografia contemporanea tende a chiamare “seconda guerra di Indocina” (la “prima” sarebbe la guerra di indipendenza dalla Francia.)
L’impegno USA nel sudest asiatico inizia durante l’occupazione coloniale francese nel secondo dopoguerra; gli americani riescono a ottenere una scissione del Vietnam con la creazione di uno stato anticomunista a Sud. La guerra civile infuria a partire dal 1957, dopo la promessa frustrata di elezioni per la riunificazione del paese: da una parte l’esercito del Nord socialista e i guerriglieri del FLN (Front National de Libération, spregiativamente chiamati việtcộng, ossia “comunisti vietnamiti”), dall’altra l’ARVN (Army of the Republic of Vietnam) e un formidabile corpo di intervento internazionale guidato dagli USA. La Storia insegna che nessuna potenza straniera è riuscita a imporsi sul Vietnam negli ultimi mille anni; a breve, gli americani assaggeranno per la prima (e finora ultima) volta nella loro esistenza il sapore di una sconfitta militare.

I colloqui di pace tra Stati Uniti e Nord Vietnam iniziano in segreto nel gennaio 1970 a Parigi, senza coinvolgere la dirigenza del Sud. Pressati dal dissenso interno contro la guerra, il segretario di stato Kissinger e il presidente Nixon hanno poco spazio di manovra; la situazione interna rischia di esplodere in protesta generalizzata. Il Congresso è molto sensibile alla temperatura dell’elettorato: per questa ragione durante i negoziati ci si accontenta dell’obiettivo “armistizio con tregua”. L’accordo definitivo viene firmato a Parigi il 27 gennaio 1973 tra Kissinger e il membro del Politburo vietnamita Lê Ðức Thọ: gli USA si impegnano a rispettare l’indipendenza e l’integrità territoriale del Vietnam. La giustificazione per l’intervento militare era fondata sul presupposto di una aggressione del Nord comunista contro il Sud democratico; gli accordi invece riconoscono implicitamente che il Vietnam è un unico paese, quindi le truppe di Hànội che occupano vaste aree del Sud non possono essere considerate “straniere”; previo ritiro del contingente di intervento americano, di dovrà formare un nuovo governo di coalizione per il Sud Vietnam, che comprenda i filoamericani del presidente Nguyễn Văn Thiệu, il FLN e la “terza forza”, l’opposizione non-comunista. Non è previsto invece che l’esercito del Nord si ritiri all’interno dei propri confini. Il fiasco di Thiệu è evidente: il Sud rimarrà a combattere da solo.

Ricordo i telegiornali degli anni Sessanta, il Vietnam irrompeva ogni sera dallo schermo in bianco e nero; alla mia percezione disattenta di bambino la guerra sembrava una lenta, inesorabile avanzata di guerriglieri vestiti di nero verso Sàigòn, quasi una metafora del destino. Anni dopo scoprii, quasi con sorpresa, che non solo vestivano divise kaki e non pigiami da contadini, ma che erano un formidabile esercito ben addestrato con comandanti che pianificavano accuratamente le battaglie.

Il ritiro del corpo di intervento USA (che nel 1969 aveva raggiunto un massimo di 543.000 unità) è completato con la partenza degli ultimi 24.000 combattenti rimasti; tra febbraio e marzo 1973 i nordvietnamiti rilasciano i prigionieri americani, compresi i piloti degli aerei da bombardamento abbattuti (l’incredibile cifra quasi 4 mila velivoli perduti in 9 anni). Per l’esercito degli Stati Uniti la guerra è finita.
All’entrata in vigore della tregua, il governo di Thiệu controlla l’85% della popolazione e il 75% del territorio del Sud, e il suo esercito è equipaggiato con materiale americano; questo notevole vantaggio iniziale viene sprecato in combattimenti per riprendere alla guerriglia việtcộng la zone del Delta, a sud della capitale. Il morale dell’esercito evapora, la corruzione dilaga; l’economia, in passato drogata dal fiume di dollari, è al collasso: il governo non si è minimamente preoccupato di favorire la creazione di una base industriale per una società in veloce inurbamento. Invece di allargare la fragile base di consenso del suo potere, Thiệu incrementa la repressione dei dissidenti.
Dopo la firma degli accordi di Parigi, i sovietici rifiutano nuovi aiuti militari al Nord. Il Premier cinese Zhōu Ēnlái consiglia i nordvietnamiti di “starsene tranquilli per cinque o dieci anni”. Invece di intraprendere una grande offensiva, i việtcộng e i bộđội (“truppe appiedate”, come vengono familiarmente chiamati dalla popolazione i soldati del Nord Vietnam) si concentrano su obiettivi secondari: guarnigioni isolate, campi d’aviazione secondari, magazzini difesi male. Senza rendersi conto dei piccoli cedimenti quotidiani, a fine primavera 1974 l’ARVN ha perduto tutto il territorio del Delta strappato ai comunisti dopo l’entrata in vigore della tregua.
Tutti sanno che gli accordi di pace non significano che la guerra sia finita. Dopo sacrifici durati decenni, la dirigenza del Nord non rinuncerà alla riunificazione; allo stesso tempo, Thiệu non ha nessuna intenzione di ammettere i comunisti in un governo di coalizione.

I conduttori della Rai non sapevano come coniugare i nomi vietnamiti, più che esotici suonavano alieni nel sonoro increspato di interferenze statiche: Leductò e Ocimìn sono pseudonimi e quindi possono essere pronunciati per intero a scanso di equivoci. Ma ‘nghienvantièu? Nguyễn è un nome di famiglia comune alla maggioranza dei vietnamiti, secondo l’uso comune ci si dovrebbe riferire a lui come Thiệu; invece i conduttori lo chiamavano Van Thieu, quasi fosse un unico cognome nobile tipo Van Beethoven.

Durante gli ozi della piovosa estate del 1974 il generale Trần Văn Trà, che da oltre dieci anni si trova aggregato all’alto comando dell’FLN, elabora un piano per conquistare Sàigòn entro due anni: a ottobre si reca a Hànội per esporlo al Politburo. La sua strategia prevede di impadronirsi della provincia di Phước Long (attualmente provincia di Bình Phước), al confine cambogiano, chiave di volta del sistema difensivo dell’ARVN; l’obiettivo è isolare virtualmente il delta del Mekong dalle province centrali, per poi dirigersi a sud verso Sàigòn lungo la strada n. 14. Il pronostico ottimista per la liberazione della capitale cade in coincidenza con l’anniversario della nascita di Hồ Chí Minh, il 19 maggio 1976.
Di fronte al piano, Lê Ðức Thọ si dimostra scettico, e così pure il generale Văn Tiến Dũng, il più giovane membro del Politburo: entrambi preferirebbero consolidare le posizioni fino a tutto il 1976, predisponendo la rete logistica per la continuazione della guerra. L’insistenza del generale Trà è tale che Lê Duẩn (segretario generale del PC vietnamita dalla morte di Hồ Chí Minh nel 1969) propone un compromesso: Trần Văn Trà può lanciare un’offensiva però con forze limitate, al duplice scopo di mettere alla prova la resistenza dell’ARVN e la reazione degli Stati Uniti.
La battaglia di Phước Long inizia il 12 dicembre 1974 e termina il successivo 6 gennaio; il 4° Corpo d’armata del Nord Vietnam, appositamente creato durante l’estate, ottiene una vittoria decisiva sull’ARVN, riuscendo a contenere le perdite tra i bộđội ed estendendo le linee di rifornimento dal capolinea del sentiero di Hồchíminh (la via militare clandestina che attraversa il territorio di Laos e Cambogia) fino al delta del Mekong. Ma il risultato più significativo è un altro: diventa palese come gli Stati Uniti non mostrino più nessun interesse nel difendere il regime del Sud; a Thiệu, cattolico romano come il suo predecessore Ngô Đình Diệm da lui fatto assassinare, non rimane che chiedere ai suoi seguaci di pregare per Phước Long.

Nel nostro immaginario plagiato da Hollywood, la guerra del Vietnam è l’impari lotta di disilluse reclute americane contro bande di guerriglieri che tendono agguati nelle foreste; praticamente, una continuazione dell’epopea colonialista del Far West. Il punto di vista vietnamita è completamente obliterato, sconosciuta la letteratura sulla guerra dalla parte dei bộđội; per esempio l’amaro “Romanzo senza titolo” della scrittrice dissidente Dương Thu Hương, storia di un capitano dell’esercito popolare durante la campagna di Hồ Chí Minh.

A questo punto la dirigenza comunista prepara l’ultima fase della guerra, battezzata “campagna di Hồ Chí Minh” in omaggio al leader che più di tutti si è battuto contro lo smembramento del Vietnam. Presentendo la vittoria definitiva, i sovietici promettono l’invio di forniture militari. L’elaborazione strategica e lo spostamento delle truppe richiedono qualche mese; la campagna inizia il 1 marzo 1976 con un’offensiva dei bộđội sulla città di Buônmathuột negli altipiani centrali, in modo da tagliare in due tronconi il Sud Vietnam: a dirigere l’operazione è il generale Văn Tiến Dũng, secondo nella gerarchia militare solo al leggendario generale Giáp, l’artefice della vittoria di contro la Francia. Di fronte a lui, l’inetto comandante della II regione ARVN, Phạm Văn Phú (unico ufficiale vietnamita che ha combattuto dalla parte dei francesi a Điệnbiênphủ), fugge in aereo abbandonando 250 mila tra soldati e profughi. È l’inizio dell’incredibile dissoluzione dell’ARVN, che si sbriciola come un castello di sabbia, un risultato che va oltre le previsioni più ottimistiche degli attaccanti. Il presidente Thiệu commette un inconcepibile errore strategico: ordina all’esercito di abbandonare la difesa degli altipiani centrali e ripiegare a sud. Gli abitanti della città di Huế, più a nord lungo la costa, si lasciano prendere dal panico: troppo recente è il ricordo della breve occupazione comunista durante l’offensiva del tết (il capodanno vietnamita del 1968), con la conseguente esecuzione sommaria di numerosi civili accusati di collaborazionismo. Il 25 marzo Huế cade; un milione di profughi scendono in disordine lungo la costa verso la grande città di Đànẵng, ex-sede di una grande base USA; ma anche questa è occupata dai bộđội la domenica di Pasqua, 30 marzo. L’ARVN è allo sbando, i soldati si ritirano senza opporre resistenza, abbandonandosi al saccheggio del loro stesso territorio; si verificano anche episodi di fuoco sui civili per farsi largo.
Il 7 aprile una motocicletta giunge al quartiere generale del generale Dũng, che si è spostato molto più a sud, a Lộcninh, quasi a ridosso di Sàigòn: ne scende un uomo alto, con calzoni militari e camicia blu. È il premio Nobel (rifiutato) per la pace Lê Ðức Thọ, giunto appositamente per seguire l’ultima fase della campagna.
La strada per Sàigòn sembra libera; Thiệu ordina di fermare a tutti i costi i bộđội a Xuânlộc, poco a est della capitale, tenuta per dodici giorni dalla 114^ divisione di fanteria dell’ARVN a prezzo di dure perdite. Il 19 aprile i difensori sono costretti a ripiegare per evitare il totale accerchiamento.
Nel frattempo a Sàigòn qualcosa si muove: la corrotta classe dirigente che ha sostenuto la dittatura si convince che per un accordo in extremis su un governo di coalizione è necessario mettere da parte Thiệu; praticamente forzato alle dimissioni dall’Assemblea nazionale il 21 aprile, l’ex uomo forte degli americani parte per l’esilio portando con sé 15 milioni di dollari in oro. Al suo posto viene eletto il vice presidente, che dopo una settimana abdica a favore del generale Dương Văn Minh.
Il 29 aprile i primi razzi cadono sull’aeroporto di Sàigòn; gli USA danno il via all’operazione Frequent wind, l’evacuazione via elicottero verso le portaerei di quasi 7 mila persone compromesse con il regime. Il panico si diffonde nella capitale, per il timore di un bombardamento a tappeto dell’artiglieria; in realtà i comunisti contano di liberare la metropoli con poco spargimento da sangue. Nella notte le colonne corazzate raggiungono Sàigòn da nordest. La mattina del 30 aprile i bộđội dilagano nella capitale, occupano la radio del regime, le caserme dell’esercito e della polizia. Verso mezzogiorno i carri armati entrano nel cortile del palazzo presidenziale, la bandiera rossa e gialla del FLN compare al balcone. Il colonnello Bùi Tín, corrispondente di guerra del giornale dell’esercito comunista, irrompe nella riunione di gabinetto. “La rivoluzione è arrivata”, lo accoglie il neopresidente Minh. “Vi aspettavamo per trasmettervi i poteri.” “Il trasferimento dei poteri non è neppure in questione”, risponde il colonnello Tín. “Il vostro potere si è sgretolato. Non potete rinunciare a ciò che non avete.”
La guerra, iniziata con la resistenza armata contro l’occupazione giapponese e proseguita per oltre trent’anni contro francesi e americani, finisce la mattina del 30 aprile 1975.

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