di Franco Pezzini

mandala10.jpg.JPGFonthill, una sera attorno al Natale 1781.
(Nel buio la sagoma fantastica della villa riverbera di luce sulla neve. Un giovane e un ragazzino — il ventunenne William Beckford e William “Kitty” Courtenay, di appena tredici anni —, esalando vapore nella sera fredda, orinano in un prato. Poi Beckford lancia un’occhiata maliziosa al compagno: scoppiano a ridere, si abbottonano e rientrano di corsa. Risalito lo scalone tra la confusione degli ospiti e dei servi, sono presi entrambi sottobraccio da una ragazza.)
LOUISA HAMILTON: Ecco due cavalieri, giovani e bellissimi — che stasera mi rapiranno alla custodia dei miei fratelli verso un mondo incantato. O mi sbaglio, Sir William?
WILLIAM BECKFORD (baciandole la mano): Cugina, non so immaginare un ratto più degno. E vostro marito ci inseguirà invano con tutti i suoi cani e i corni da caccia. Come stanno le volpi?
LOUISA: Non siete carino, William, a rammentarmi l’unico amore che il mio sposo corteggi. Non ci inseguirà affatto — e potremo fuggire fino in capo al mondo.
WILLIAM: A questo mondo o a qualche altro, a nostra insindacabile scelta. Perché ormai maggiorenne e con ampia prospettiva sulla vita, posso rivendicare con orgoglio una totale incapacità di far altro che comporre arie, erigere torri, progettare giardini, collezionare mobili in stile giapponese e scrivere resoconti di viaggi in Cina o verso la Luna. Ecco, potremmo andare sulla Luna.
LOUISA: Ma forse sono troppo vecchia. Sei anni più di voi… prima che raggiungiamo la Luna sarò senza denti. E cosa penseranno i Lunatici di un tale bizzarro assortimento di viaggiatori? Un architetto di giardini, un cerbiatto (guarda Kitty) e una megera.
WILLIAM (fingendo indignazione): Non vi permetto, cugina, di insultare la donna della mia vita. E di sedurre l’uomo della mia vita (prende il braccio di Kitty, e ridono).
LOUISA: Siete euforico.


WILLIAM: Concedetemi tale euforia. Questa, con le persone più care, è la mia vera festa di maggiore età. E senza la processione di mummie del festeggiamento ufficiale — parenti, notabili, carampane e fittavoli. “Il giovane Beckford pare possieda tutte le doti più straordinarie. Tanto carino, brillante nelle imitazioni, musicista perfetto — certo la sua voce, poveretto, sembra quella di un eunuco.”
LOUISA (ridendo): Parlate piano, là c’è il divino castrato Pacchierotti!
WILLIAM (continuando lo scherzo): “Come sua madre, ne converrete, pare un contrammiraglio.”
(Le risate aumentano.)
“Eppure, povero Beckford, mostra un’indole così mercuriale che rischiamo di ritrovarcelo aux petites maisons. Poveretto, poveretto…” (ancora risate) No, questi giorni devono essere incantati — e nessuno, cugina, vi strapperà alla nostra compagnia. Andremo sulla Luna, o magari negli abissi della Terra. Guardate là il mio tenebroso precettore, maestro Cozens — dicono sia figlio (naturale, s’intende) dell’Immenso Peccatore e Santo delle Russie, il grande Zar Pietro, e che conosca la magia… che addirittura pratichi la negromanzia. Chi, meglio di un simile stregone (Cozens li fissa di lontano e Louisa smette di ridere), potrebbe scortarci fino ai regni del Fuoco Sotterraneo? Guardate ancora: la grande sala egiziana come tagliata nella roccia viva, da entrambi i lati una fuga di stanze e un corridoio senza fine. E nel mezzo una scalinata profonda come il pozzo centrale di una piramide: di lì al richiamo di Cozens vedremo sorgere, con le mani ripiegate sui cuori da indicibili peccati, schiere morte di re preadamiti…
LOUISA: Ora, William, mi state quasi spaventando.
WILLIAM: No, cugina, voi non vi spaventate. E anzi, impavida, scenderete con noi in questo Tempio sotterraneo di demoni — a Tebe, forse, o magari a Persepoli — per affrontarne i tremendi misteri. Mentre su tutto grava, sovrannaturale, la luce evocata dallo ierofante Loutherbourg.
LOUISA (divisa tra il fascino della suggestione e il tentativo di cambiare argomento): Volete dire il conte…
WILLIAM (muta tono indicandolo, intento sul fondo a controllare le scene): L’uomo giusto, il responsabile-luci del teatro di Drury Lane. Nonché amico, sembra, di Cagliostro…
SAMUEL HENLEY (interviene): Si dice che Cagliostro abbia invitato a cena gli spettri di Voltaire, Rousseau e altri filosofi morti, che intrattennero gli illustri ospiti tutta una sera.
WILLIAM: Ciò testimonia come l’appetito rappresenti, nei filosofi, una realtà persistente ben oltre i confini della vita. Caro reverendo Henley, come vi pare questa scenografia? Il dotto cultore degli Orienti avverte almeno un assaggio dei tesori dei Solimani? Spero che potremo finalmente chiacchierare un po’ con calma… se i ragazzi Hamilton, beninteso, lasceranno tranquillo il loro mentore.
HENLEY: Non chiedo di meglio, Sir William, che godere della vostra compagnia erudita. Ma guardate, ora è il vostro mentore a cercarvi.
(Cozens sta tagliando la folla insieme a un personaggio strano, piccolo e infagottato.)
WILLIAM: Vi prego, vogliate scusarmi.
(Louisa, Courtenay e il reverendo vedono Cozens sussurrare qualcosa a Beckford presentandogli lo strano personaggio; poi i tre si allontanano.)
HENLEY: La capacità di messa in scena del nostro anfitrione non conosce limiti. Quel Giaurro sembra un afrita — un demone.
KITTY COURTENAY: L’aspetto mette i brividi.
LOUISA: Sì, mette i brividi. Come lasciasse nell’aria… qualcosa di cattivo.
KITTY (sorridendo): Forse l’ha evocato Cozens.
LOUISA (sforzandosi di sorridere): Forse. In ogni caso, Kitty caro, ho come la sensazione… direte che sono una sciocca — la sensazione che da questi giorni di festa non torneremo mai più gli stessi.
WILLIAM (facendo entrare Cozens e il Giaurro in uno studiolo, e chiudendo la porta): La competenza artistica del maestro Cozens ha per me il valore di precetto morale: amico, mostrate i vostri tesori.
GIAURRO (armeggiando nella sacca): Ciò che io porto parrà a Vossignoria ben poca cosa… ecco. (Estrae un rotolo di tessuto, scioglie il nastro e lo dispiega — una sorta di grande fazzoletto fittamente dipinto.)
WILLIAM: Sembra una pezzuola di cotone… con un disegno affascinante. (Si avvicina per studiare i dettagli — una struttura complessa con linee rette e curve, cerchi e quadrati di vari colori e intrecci di figure.) Viene dall’India?
GIAURRO: Dalle Indie dell’anima, Vossignoria. È un mandala.
WILLIAM: Mandala?
ALEXANDER COZENS: Una parola sanscrita, Sir William. Indica un cosmogramma. Meditando sulle sue immagini, i saggi d’Oriente accedono alla contemplazione dell’ordine cosmico. Ciò almeno per quanto riguarda i mandala ordinari. Questo, spiega il nostro amico, è diverso…
GIAURRO: Esattamente, Vossignoria: diverso. Vi prego di prenderlo tra le dita… così, ecco — e di tenerlo alla luce. Di fissare lo sguardo alla sue geometrie, alle figure che lo abitano… ai segni e a ciò che sussurrano al cuore.
WILLIAM: È un gioco, Cozens?
COZENS: Un gioco è sempre un rito. Qualcosa che merita impegni tutta la nostra attenzione.
GIAURRO: Continuate a fissarlo, e lasciate liberi i pensieri.
(Ci spostiamo all’esterno. A un tratto dalla porta chiusa dello studiolo si ode echeggiare l’urlo di Beckford. Louisa, Courtenay, Henley e alcuni ospiti e servi accorrono preoccupati.)
LOUISA (bussando): William, state bene? Cosa sta succedendo? William…
(La porta viene aperta da Beckford, pallidissimo e sorridente insieme. Nella stanza è rimasto Cozens, con il solito enigmatico sorriso; la porta-finestra è aperta, forse il Giaurro è uscito di lì.)
WILLIAM: Sì, cugina… sto bene. Davvero ho varcato la soglia… E il nostro fantastico viaggio, il cammino verso i regni del Fuoco Sotterraneo è tracciato.

Facciamo finta di essere alla fine degli anni Sessanta, diciamo nel ’69, e che un produttore popolare, diciamo un Harry Alan Towers, voglia imbarcarsi nell’ennesimo film in costume. Sono anni di pellicole incredibili, in cui il cinema osa livelli di follia mai più raggiunti: e immaginiamo che il produttore ceda all’idea di un pastiche, affidandolo a un regista un po’ disinvolto — per esempio un Jess Franco, all’epoca attivissimo in trasposizioni da romanzi di genere o fantasie pseudostoriche. Immaginiamo ancora che tutto ruoti attorno a un segreto esotico, su una struttura di mandala che funziona al contrario: la sua contemplazione secondo tecniche adeguate condurrebbe insomma non alla penetrazione spirituale dell’ordine delle cose — come d’uso con simili psicocosmogrammi — ma allo scatenarsi materiale del caos. E sulle tracce di questa (improbabile) arma protonucleare, con il dichiarato intento di contrastare la minaccia napoleonica che incombe, il solito “M” capo dei servizi di Sua Maestà britannica (Herbert Lom) spedisce in missione tre agenti un po’ particolari. Anzitutto il dotto Richard Payne Knight (Rupert Davies), che deve farsi perdonare il Discourse on the Worship of Priapus (1786, biasimatissima monografia sul culto del fallo nel mondo antico), serve alla causa per la sua erudizione. C’è poi il giovane Clarence Glyndon (l’antieroe scavezzacollo dello Zanoni di Bulwer Lytton, 1842: Jack Taylor), che per la sua abilità professionale — è pittore — sarà in grado di riprodurre graficamente la struttura fatale. E infine l’asso nella manica, la bella avventuriera sadiana Juliette (Maria Rohm, già nel ruolo nel film Justine di Jess Franco, 1968), ricercata in Francia e capace con la sua mancanza di scrupoli di superare pressoché ogni ostacolo. Attraverso varie avventure, scontri ed amori, braccati a loro volta da un agente francese — chi, se non Vidocq (Lino Ventura)? — i tre giungono infine alle rovine di Persepoli che celano il segreto del mandala del caos: e lì s’imbattono in Beckford (Helmut Berger), che per proprio conto ha seguito la stessa pista con una piccola corte felliniana di eunuchi, nani e giganti. Parecchi anni prima, durante le feste di Natale 1781, il suo mentore Cozens (Christopher Lee) gli aveva presentato uno strano ospite, un Giaurro (Howard Vernon) latore del segreto fatale: e dominato da quel sogno Beckford ne ha inseguito le tracce fino all’Oriente… Insieme a lui, i protagonisti scopriranno che il mandala-matrice non è un semplice panno — come la piccola copia portata a Fonthill dal Giaurro —, ma l’immenso reticolo visto dall’alto di una città sotterranea: la sua contemplazione, se condotta con giusta tecnica, permetterebbe di scatenare sull’obiettivo prescelto conseguenze devastanti. A quel punto arriva anche Vidocq con una squadra di mercenari, iniziano a fischiare le pallottole ma Beckford riesce a scongiurare il peggio: grazie alle sue informazioni gli avversari realizzano che un unico mandante, la Loggia Twin P — che muove i governi di mezzo mondo, Francia e Inghilterra comprese — li ha messi in competizione nella ricerca, e infine si accordano per non divulgare il segreto di Persepoli. L’arma micidiale resta così nel cuore sotterraneo della città fantasma, in attesa che qualcun altro la riscopra. Però nel finale beffardo, grazie a un piccolo esemplare dei calamitosi mandala, Juliette fa implodere la villa dove “M” si trova in riunione con ministri e industriali inglesi e francesi membri della Loggia, e può tornare trionfalmente in patria.
Ovviamente nessun Harry Alan Towers ha mai finanziato un film del genere (anche se abbiamo assistito, poco fa, alla sua prima scena): ma il gioco offre spunto per riflettere su quel caposaldo della letteratura visionaria che è il Vathek di William Beckford (1760-1844). E che resta la sua opera più nota: il tessuto febbricitante di Orienti macerati nel desiderio e nell’incubo, le figure grottesche assiepate e il sogghigno che tutto pervade rendono quest’opera settecentesca, considerata perversa o maledetta, non solo ancora pienamente godibile alla lettura, ma foriera di graffianti provocazioni sul linguaggio del fantastico. Nessuno stupore che ne traggano ispirazione innumerevoli sognatori e artisti, scrittori in prima fila: basti pensare a Byron che la renderà di moda tra i suoi seguaci, o più tardi ai moschettieri di Weird Tales — Lovecraft la citerà spesso, e Clark Ashton Smith porrà addirittura mano a completarne uno degli Épisodes interrotti. Dell’opera infatti, sognata a incastro, restano la storia portante (con dignità autonoma) e qualcosa delle ramificazioni secondarie. Ma la vicenda retrostante, per quanto nota, merita almeno un cenno.
Nella campagna del Wiltshire il padre dello scrittore, William Beckford pure lui, aveva fatto edificare una villa in stile palladiano — più tardi nota come Fonthill Splendens — a sostituzione di una magione elisabettiana distrutta dal fuoco a metà del Settecento. Poteva permetterselo: era Lord Mayor della City di Londra, e proprietario di ricche piantagioni di zucchero in Giamaica. Il figlio ne eredita presto la fortuna, e inevitabilmente ne segue i passi nella vita pubblica: però le sue vere passioni, non ne fa mistero, sono altre. Anche grazie all’influenza di precettori del calibro del pittore Cozens, raffinato acquarellista e forse negromante, la fantasia di William junior cresce lussureggiante, incontenibile e nutrita di arte, letture e scritture — qualcosa che del resto ben si avverte accostandosi al Vathek, composto in francese nel 1782 sulla scia di infinite letture. Non è credibile ch’egli — come lascerà credere — lo scriva di getto in tre giorni e una notte, o addirittura due giorni e una notte; ma un termine tanto breve può riguardare la base del testo, composta nella furia narrativa suscitata dall’atmosfera eccitante e visionaria di una grande festa di poco precedente (Natale 1781) a Fonthill Splendens. Vi hanno partecipato gli amici più cari: in particolare la cugina Louisa e il giovanissimo William “Kitty” Courtenay, più altri compagni “giovani e belli” con cui il Nostro, serrate porte e finestre, si isola tre giorni e tre notti. Ma sarebbero presenti, almeno in una certa fase della festa, anche Cozens, il reverendo Samuel Henley precettore del ragazzi Hamilton e dotto studioso di orientalistica, e altri personaggi dalle fascinazioni esoteriche o esotiche.
Per capire il Vathek dobbiamo rammentare cosa rappresenta per l’immaginario settecentesco l’opera chiamata in arabo Kitāb alf layla wa-layla e in persiano Hezār-o yek šab, cioè Le mille e una notte. Certo, la traduzione che l’eruditissimo Antoine Galland ha pubblicato in dodici volumi a partire dal 1704 può oggi apparire filologicamente discutibile. Il curatore si è preso la libertà di aggiungere testi estranei ai manoscritti originali: le storie di Aladino e Alì Babà, oggi considerate tra le più emblematiche della raccolta, gli vengono in realtà da un autonomo narratore siriano. Inoltre Galland ha adattato il tutto ai gusti del proprio mondo: le sue histoires d’O — nel senso della dedica dell’opera a una “marchesa d’O” dama della duchessa di Borgogna — tradiscono per esempio l’attrazione per le fiabe alla Perrault (peraltro amico di Galland), mentre eliminano gran parte del disinvolto erotismo che Sir Richard Burton, Mardrus e più tardi Pasolini vorranno restituire. Nella narratrice Sharāzād sono anzi trasfigurati personaggi del suo tempo, cioè la citata marchesa d’O e la disinvolta Marie-Catherine, baronessa d’Aulnoy: quest’ultima, a sua volta autrice di celebri contes de fées — termine che proprio lei elevò a etichetta di genere — come la sposa del re Shāhrīyār ebbe celebri disavventure a base di mariti (il proprio e quello di un’amica) e condanne a morte. Eppure nessuno si turberà di tali licenze, che non scalfiscono l’importanza della proposta di Galland; e in ogni caso nessuna delle edizioni successive avrà lo stesso straordinario successo de Les Mille et Une Nuits a sua cura. Proprio grazie a quella confusa stratificazione fantastica, summa di infinite ibridazioni a Oriente e riletture d’Occidente, il Settecento scoprirà una sete sfrenata di esotismo. Appaiono così via via traduzioni di altre opere: basti pensare alla raccolta persiana Hezar o-yek shab, Il Libro dei Mille e Un Giorno, volta in francese da François Petis de la Croix (Les Mille et un jours, 1722), che consegna tra gli altri all’immaginario europeo il personaggio di Turandot — o meglio Turandokht, “figlia di Turan” — compendio dell’Oriente che ama e che strazia.
Ma quell’orizzonte fantasmagorico si può anche imitare, reinventare indefinitamente: e appunto agli sfondi di The Arabian Nights — come Le mille e una notte sono spesso conosciute in Inghilterra, dalla prima edizione locale nel 1706 — e al suo stesso sapore affabulatorio di racconto nel racconto guarda il nostro Vathek. Composto però in un Settecento assai più tardo, con sogni e cieli più apertamente torvi. Non a caso, Beckford ha quattro anni quando, in un altro Natale grondante visioni — per la precisione il 24 dicembre 1764 — appare la prima edizione di The Castle of Otranto di Horace Walpole: e con esso sorge il gotico, dando forma compiuta ai trasalimenti già affioranti come bolle oscure, fermentazioni da una pozza di miti, sull’apparenza lieve delle fiabe rococò. Nessuna sorpresa di ritrovare nel Vathek i lividi prodigi dell’Italia esotica di Walpole trasposti sugli sfondi alla Galland — facendo impazzire quei critici moderni troppo ligi a una rigida classificazione di generi, e che non riescono a etichettare un’opera tanto eccentrica. Beckford ha letto per la prima volta The Arabian Nights nel 1772, ne è rimasto folgorato; quando dunque compone Vathek già medita di offrirvi svariati seguiti, con un generico titolo collettivo Suite de Contes Arabes.
Nonostante i toni caricati dell’ironia, Vathek mette in scena, come ben sintetizza Borges, il primo Inferno per elezione della letteratura occidentale (che ha fino a quel punto evocato Inferni per condanna, si pensi a Dante): insomma una libera ricerca, intrapresa dallo sciagurato protagonista che rinuncia alla fede nell’Unico Dio e scende nella Città del Fuoco Sotterraneo — presso Istakhar, identificata con la vicina Persepoli — per raggiungere i tesori dei re preadamiti. Vi troverà, ovviamente, Satana/Eblis e la dannazione eterna: ma se l’esito è scontato, non lo è la pirotecnia di trovate sovrannaturali e non, presenze demoniache, apparizioni di genî, goffaggini di eunuchi, orride (e oggi politicamente scorrettissime) donne nere mute e guerce, santoni e dame d’harem. Il diabolico Giaurro sembra uscito dalle logge nere di Twin Peaks, e la scena in cui rotola come una palla, preso a calci dall’intera corte in preda a una sorta di possessione collettiva, svela sotto l’apparenza comica un inquietante retrogusto onirico. D’altra parte Vathek non risulta tanto una figura eroica, prometeica di nemico del Cielo (anche se a un certo punto affetta una simile impennata verso un buon Genio che lo rimprovera), quanto piuttosto un capriccioso facile al piagnisteo, e succube di una madre ingombrante — ad ammiccare ironicamente a quella dell’Autore, come l’occhio minaccioso del califfo (che in effetti la Bibliothèque Orientale di Barthélemy d’Herbelot de Molainville attribuisce al suo prototipo storico Al-Wathiq) potrebbe evocare lo sguardo severo dell’augusto padre William senior. Un immaturo, insomma, divorato da una sorta di bulimia, e da una nevrosi che già sembra prefigurare certe moderne derive verso gli inferni del virtuale. Certo il suo inabissarsi — sogghigna Beckford — è in fondo agevolato dalla stolida devozione della gente, dall’estenuante pietas dei benintenzionati di corte, e dal circo della bontà di personaggi come l’emiro Fakreddin che accoglie il malconcio corteo del califfo — e la cui figlia, non a caso, scapperà a dannarsi con costui. Se del resto l’itinerarium mentis in Eblis descritto si presenta come un percorso anche geografico — un rovinoso anti-Esodo, in cui la spedizione verso Istakhar reca danni ovunque giunga e contemporaneamente si assottiglia sempre più —, tra gli altri scritti di Beckford brillano le narrazioni dei suoi lunghi viaggi: a testimonianza, certo, di una stagione di pellegrinaggi laici di straordinaria fecondità culturale, ma anche degli sghembi legami tra il viaggiare all’esterno e all’interno di se stessi. Fantasia, insomma, ma con una forza di provocazione potente.
Il compiaciuto gioco di assimilazioni tra Beckford, i suoi amici e i personaggi del Vathek risulterà sinistramente profetico. Inseguito da voci su eccessi e pratiche innominabili, e su relazioni prima con Louisa (peraltro già sposata) e in seguito con l’avvenente Courtenay, William è costretto a una sorta di volontario esilio nel Continente. Lo segue la giovane moglie Lady Margaret Gordon, che muore in Svizzera in seguito al parto della secondogenita; e William si trova appunto a Losanna (1786), quando giunge voce che l’inaffidabile Henley ha pubblicato il Vathek in traduzione inglese senza attendere la stesura degli Épisodes che dovevano innestarvisi — come invece erano d’accordo — e per di più gabellandolo per anonimo testo arabo. Furioso, il Nostro non può che dare alle stampe a Losanna l’originale francese con il proprio nome (1787), e varie altre edizioni seguono nell’una e nell’altra lingua — in particolare la cosiddetta “terza edizione inglese”, in realtà la seconda (1816), per la quale Beckford rivede il testo.
Solo nel 1929, poi, al romanzo verranno riuniti gli incompiuti Épisodes (scritti tra la fine del 1783 e il 1786, e rinvenuti nel 1909), con le storie di altri sciagurati che il Califfo incontra in un salottino dell’Inferno subito prima del compiersi del rispettivo fato: un modo insomma di far germinare la varietà di racconti in una situazione insieme grottesca e angosciosa, paradossale ed estrema. Vi troviamo anzitutto due testi più ampi, cioè la Histoire du Prince Alasi et de la Princesse Firouzkah e la Histoire du Prince Barkiarokh, che a sua volta ne abbraccia altre tre minori; e segue un racconto interrotto, la Histoire de la Princesse Zulkaïs et du Prince Kalilah, di cui è difficile immaginare la lunghezza prevista. Barkiarokh viene fermato subito prima di aggiungere alle infinite nefandezze perpetrate anche l’incesto con la figlia, e i fratelli Zulkaïs e Kalilah si amano di passione incestuosa; per contro la bella Firouzkah che conduce a dannazione Alasi è da lui per lungo tempo creduta un ragazzo, evocando un’ambiguità ben nota allo scrittore (al primo incontro “non dimostrava più di tredici anni”, guarda caso l’età di Kitty Courtenay nei giorni famosi della festa di Fonthill). Si ipotizza anzi che il racconto fosse inizialmente pensato in chiave omoerotica, con tanto di amore e di “sanzione” — l’esilio dall’Inghilterra — ma che la prudenza abbia consigliato al libertino di inserire la scoperta della vera natura femminile di Firouzkah. Del resto un quarto episodio previsto, Histoire de Motassem, è probabilmente quello che più tardi Beckford racconterà di aver distrutto subito dopo la stesura, giudicandolo “too wild” a quanto pare nel segno della pederastia: con le accuse che circolano, non si sente evidentemente di peggiorare la situazione. E all’autocensura si deve credibilmente anche l’interruzione della Histoire de la Princesse Zulkaïs et du Prince Kalilah. Il sesso eliminato dalle fantasie orientali di Galland, insomma, rientra qui con tutti i suoi turbamenti: ma rispetto al malizioso grottesco della vicenda principale, gli Épisodes tradiscono insieme una maggiore malinconia, un graffiare più sottile.
Nei fatti la stupefacente struttura del Vathek, con le sue schiere di figure sparigliate tra i mondi, le architetture umane e cosmiche stilizzate in geometrie arcane, l’assemblaggio di cornici e di incastri ricorda proprio un mandala: un mandala del caos, volto non a evocare l’ordine della Creazione ma i labirinti del desiderio e la vertigine della caduta, la tentazione di un disordine che impregna la Storia a partire dagli abissi dell’individuo. Un mandala del sogghigno che cifra nelle sue incredibili geometrie tutta una storia familiare e personale, con la lievità spudorata del gioco giovanile e l’inquietudine di un’epoca. La diluviale raccolta di narrazioni — Galland, Perrault, Marie-Catherine d’Aulnoy, e tutti gli altri — si concentra qui in un tessuto assai più ristretto, densissimo, ammiccante. Quasi a preludere, in fondo — e da ciò siamo partiti — a quelle libere riproposizioni di intere epopee permesse dal più moderno pastiche, raccolta concentrata di storie alluse tramite personaggi e citazioni, nel segno del gioco ironico e insieme della compilazione “erudita” (almeno dal punto di vista pop). Beckford, che a sua volta ha pubblicato delle Biographical Memoirs of Extraordinary Painters (1780), maliziosa parodia letteraria delle rassegne biografiche, apprezzerebbe senz’altro simili sviluppi.
D’altra parte, fa uno strano effetto rileggere proprio in questi giorni una simile storia di tiranni, inganni e disinformazioni, rivolte popolari (ben due solo nella vicenda principale), interventi armati, tentazioni e svendite dell’anima per un Fuoco Sotterraneo dal puzzo d’idrocarburo. Giocato sugli stilemi di un amatissimo esotismo, il romanzo di Beckford vi inietta il gotico della crisi: col risultato di un provocatorio collage dove non si salva nessuno, un mandala del caos che fa esplodere i teatrini turcheschi del linguaggio rococò e la parola sull’Oriente — Africa islamica compresa — condivisa tra i lettori coevi. Senza forzare Vathek a interpretazioni avventurose, la sua pur involontaria carica critica sulla vulgata (e come sappiamo ogni secolo ha la propria, tra stereotipi, paure, ipocrisie e bufale) pare almeno interessante.
L’uomo malvisto che, inanellate una serie di relazioni scandalose, fa infine ritorno in Inghilterra (ma all’estero tornerà ancora, a più riprese) non può che ripiegarsi sempre più sui propri sogni. Critico d’arte e collezionista appassionato — si compra l’intera biblioteca di Edward Gibbon — Beckford affida all’architetto James Wyatt il progetto di un palazzo grandioso dove riunire la proprie raccolte. Walpole aveva anticipato nella villa di Strawberry Hill, 1850, e nel suo immaginoso affastellamento gotico le architetture mentali del Castello d’Otranto; mentre il Nostro, imitandolo con maggiori pretese, farà seguire alle volte di carta del Vathek quelle di pietra, altrettanto sultanesche, di Fonthill Abbey. Ma dalla carta si è partiti, alla carta si ritorna: dell’impressionante risultato restano oggi quasi soltanto immagini. Ultimata nel 1813, la gigantesca Fonthill Abbey ostenta lo stile fintomedioevale del Gothic revival, con una babelica torre svettante (come quella che nel romanzo vellica la blasfema presunzione del Califfo) e interni decorati in argento, oro e porpora: il tutto tanto eccessivo da meritarle il nome di Beckford’s Folly, e da dilapidare gran parte di un patrimonio già in crisi per la cattiva gestione degli affari in Giamaica. Il risultato insomma è che nel 1822, con la morte nel cuore, il Califfo di Fonthill si trova costretto a vendere l’amata Abbazia per trasferirsi a Bath. Ed è lì che un giorno, tre anni dopo, lo raggiunge la notizia del crollo dell’immensa torre dell’ex-proprietà, come di quella archetipica dei Tarocchi. I nuovi proprietari faranno in seguito demolire l’edificio lesionato, e oggi ne resta assai poco. A parte una piccola porzione nascosta tra i muri di una proprietà privata, il viaggiatore che a Fonthill sfidi la mancanza di segnalazioni lungo stradette provinciali tra siepi e fattorie troverà solo una grande arcata con anfore di pietra: e se, nel passarvi sotto con l’auto, avrà la compiacenza di fermarsi, nei rilievi grotteschi di quel portale potrà riconoscere lo stile del committente e l’accesso a un suo mondo febbricitante di visioni.
Chi poi prosegua il viaggio fino a Bath e raggiunga la Lansdown Hill potrà visitare il luogo dell’esilio dorato del Califfo e salire i gradini (tanti) della torre costruita anche qui, seppure di dimensioni ben più ridotte di quella crollata. Dalla cella panoramica, in alto sopra il museo con i suoi pezzi d’arte e il cimiterino con il sarcofago che lo accolse ottantaquattrenne, nebbia e pioggia ci impediscono di guardare lontano — come invece si può, spiega la guida, nei giorni d’aria limpida. Ma certo solo Beckford, da queste finestre e attraverso intemperie esteriori e interiori, poteva giungere con lo sguardo fino a Persepoli. E magari ai raìs dei nostri giorni — compresi i nostrani, tra bandane e baiadere.

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