di Riccardo Falcetta

Milanabad.jpgMichele Monina, Milanabad, Castelvecchi, 2010, pp.250, € 15.00

La voce narrante dell’autore scompare spesso lungo i diciannove capitoli di questo romanzo, cedendo spontaneamente il passo a una registrazione in presa diretta, un teatro di voci e dialoghi a base di coloratissimo, virulento irresistibile slang metropolitano che restituisce tutta la ricchezza (idiomatica e non solo) di una giovane umanità alla quale da sola spetta di ricercare, nell’abbandono e nel disfacimento cui è relegata, il propellente del proprio riscatto. Il ritorno al romanzo di Michele Monina è una parabola di autoformazione nella città multietnica e le sue periferie: microcosmi stagni, irreali nel proprio livore, che di formativo sembrano poter offrire soltanto scuole in zone a rischio, deserti civili, metodi di alienazione e un confronto con le istituzioni fatto di scontri. Punti di non ritorno dove spesso a infrangere il paesaggio arriva l’urlo assordante, il frastuono pericoloso della musica.

Succede a Marco quando costretto da uno sfratto, si trasferisce con sua madre a Lambrate da suo cugino Tarik: coetaneo, italiano, di padre egiziano e fede musulmana, rapper fino all’osso, detto Rabbia. Due ragazzi, una passione comune per la musica, destini uniti dalla marginalità: Rabbia offre a Marco uno street name (assieme diventano Pluto e la Rabbia!), introducendolo agli spazi desolati del quartiere (“A proposito non mi hai ancora fatto vedere un cazzo”.“Su questo ti sbagli, socio. Ti ho fatto vedere praticamente tutto“) e alla cumpa del Gruppo Etilico.
Il viaggio del piccolo eroe Pluto, nel nuovo mondo e nella “scienza della doppia h”, inizia con la scoperta di un talento debordante per la rima, affinato a forza di jam estenuanti, in spazi di fortuna, cui seguono un mixtape, le recensioni sui magazine e il crescere della loro fama. Di mezzo, l’incontro con Guenda, viso d’angelo (Nelly Furtado nel video di What’s Going On, quando sbatte le ciglia verso la camera e tutti si innamorano di lei) e poi i concerti, i ritrovi, l’ambiente dell’hip-hop milanese, in una rappresentazione tanto minuziosa, quanto immediata. Eppure il viaggio di un eroe non è mai soltanto rose e fiori, la giungla d’asfalto e cemento cela insidie a ogni svolta: quando il successo è alle porte, la violenza incendia il sogno, allontanando il giovane musulmano Tarik, verso una rabbia per lui tutta nuova, ma figlia dell’odio atavico e di antiche rivendicazioni che covano nel nascente giro del “taqwa-hop”, sorta di hip-hop in salsa coranica (rammentate il bizzarro miscuglio di punk e gioventù islamica raccontato da Michael Muhammad Knight? Bene: tutto parte da lì). Questa è Milanabad
Tra biografie, narrazioni e testi meticci, da un decennio Michele Monina esplora le terre agli antipodi della cultura e dell’immaginario di massa: da una parte i luoghi (lo sport, la musica) e le icone di prima grandezza che quell’immaginario lo incarnano, campioni di emancipazione ed eccellenza artistica; dall’altro le culture giovanili, coi propri codici e le fenomenologie urbane in divenire che da quell’immaginario si nutrono e crescono. Spesso poi, come nel caso in esame, l’autore tenta un interpretazione di quelle aree della contemporaneità a cui “i grandi” attribuiscono i germi del conformismo e dell’alienazione giovanile e che il pensiero mainstream relega ai margini, salvo poi attingervi superficialmente o tentare di fagocitare quando se ne sente minacciato.
Su questo aspetto, il punto di vista di Monina riemerge spesso e con prepotenza nel romanzo, tutt’altro che imparziale, con una voce narrante che punta l’indice proprio verso quel pensiero medio, comune, che tende al rifiuto e agli incasellamenti arbitrari piuttosto che a rintracciare chiavi per la comprensione di fenomeni tanto irriducibili e strutturati. In Milanabad la musica è quel lessico universale, multiforme, potentissimo che più di ogni altro riesce a offrire stimoli, divenire viatico, dando la stura a processi salvifici o, nei casi peggiori, degradanti nella pericolosità sociale quando, diventa collettore di disagi e comportamenti terminali, vettore di ideologie pericolosamente reali. Eppure nei contesti urbani stili (di musica, di vita) come l’hip hop diventano un tramite di libertà, proprio grazie allo scarto che realizzano rispetto alla conformità: questo comporta che ogni esperienza limite rechi sempre, compressi, i semi del bene e del male: quando tutto per Marco e Tarik sembra declinare verso una fine tragica, solo il potere insostituibile degli affetti e dei legami può fare la differenza: la famiglia è amore e l’amore è merce rara.
Un romanzo per giovani e oltre: una testimonianza viva e sincera sulla gioventù che anima le metropoli.
Rimane da rimarcare una conoscenza geometrica della materia e degli ambienti della musica, nonché un certo grado di adesione ai risvolti più propositivi della pop culture, che consentono all’autore di produrre letteralmente, tra rimandi, citazioni e geniale creazione, un melting unico di immaginario pop reale e simulato: valgano in tal senso i contributi lirici esclusivi di qualche decina di artisti (CapaRezza, Renga, Cristina Donà, Velvet, Amir, L’Aura, Ilenia Volpe, Piotta, tra gli altri) che accrescono il romanzo, trasformandolo definitivamente in un metatesto.

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