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di Sandro Moiso

Maurizio Blatto, L’ultimo disco dei Mohicani, Castelvecchi, 2010, pp.232, € 15,00

Sfiga.
Tanta.
Basterebbe scostare di poco il sipario dorato che nasconde il palcoscenico della musica pop, per accorgersi che, alle spalle di coloro che hanno raggiunto il successo ed il grande pubblico, giacciono le storie di tanti, certamente i più, che non ce l’hanno fatta e sono caduti prima sul tortuoso sentiero dello showbiz e, poi, nel dimenticatoio.

La sfiga e la sua poesia, ovvero la grande sfiga del rock’n’roll ( e potremmo altrettanto dire del blues, del funky, del soul e di tutti gli altri derivati della black music).
E qui non si parla di chi è decaduto o di chi è morto giovane a causa dei troppi additivi o di chi si è suicidato.

No, occorre pensare a tutti quegli artisti di genio che non sono mai riusciti a mettere insieme un disco intero di buona qualità, a quei gruppi che si sono prontamente dispersi quando il governo dello Zio Sam ha chiamato alcuni dei loro componenti per andare a combattere in Vietnam oppure, ancora, a quelli che hanno visto deformarsi irreparabilmente l’unico disco prodotto…e mal custodito in un baule d’auto surriscaldato dal sole dell’estate.


Ma la sfiga non si ferma lì o, almeno, non sembra accontentarsi di colpire quegli artisti virtuali, sospesi tra un trionfo mai arrivato e il vuoto: colpisce anche gli appassionati che ne cercano disperatamente i vinili, gli ellepi, i 45 giri, i cd, i bootleg e qualsiasi altra traccia della loro rapida e, quasi, invisibile transumanza dal nulla all’oblio.
Maurizio Blatto, giornalista musicale e comproprietario di un noto negozio di vinili da collezione, ci guida con ironia e cinismo, niente affatto politically correct, in una analisi antropologica di un non luogo, psichico e fisico: il collezionismo musicale e gli spazi in cui si esercita senza limiti e senza remore.

Dopo aver conseguito una laurea in Diritto del lavoro, il nostro autore ha abbandonato una brillante carriera di cacciatore di teste alla FIAT per dedicarsi anima e corpo al vinile.
Così invece di fornire assistenza legale, si è ritrovato a fornire assistenza sanitaria o, meglio, un servizio di igiene mentale per un bel po’ di strani personaggi che hanno finito col gravitare intorno al suo negozio.

Negozio, forse bottega per il tipo di intima corrispondenza stabilita con i clienti, usi a passare lì ore, ogni momento libero e forse giornate intere, che già di per sé si apre su un non luogo.
Una piazza che a Torino tutti conoscono come piazza Barcellona, ma che, di fatto, con quel nome non esiste. Eppure c’è un mercato, ci sono interessanti mix e scontri multi e interetnici.
Sulla quale si gioca a pallone, si litiga, ci si droga e si ascolta musica, sparata a palla, attraverso i finestrini abbassati delle auto proletarie lì parcheggiate.

Ok, ci siamo capiti: questo non è “Alta fedeltà” di Nick Hornby, questa è la vita baby!
Quindi, tra gli ellepi e i cd, il nostro autore non ha trovato l’amore, ma un bel po’ di storie, un numero piuttosto consistente di fuori di testa ed una varietà infinita di patologie depressive, sado-masochistiche, maniaco-persecutorie e compulsivo-affabulatorie.

Come il protagonista del romanzo di fantascienza “La casa dalle finestre nere” di Clifford Simak, il nostro autore-venditore, sa di essere destinato a custodire un luogo di transito per alieni.
Se questi siano poi amichevoli, ostili oppure, solamente, incomprensibili…beh quello è un altro paio di maniche.
Ogni volta che qualcuno passa quella porta in orario di apertura oppure chiede udienza in ore ante-lucane, approfittando della serranda appena un po’ alzata, il ballo ha inizio.

Ognuno ha una storia da raccontare, una passione da rivelare, un segreto (vero o falso non importa) che non può più essere nascosto.
E tutti i personaggi, siano essi soprannominati Ramirez, Callaghan, Sborrovich, il Sentimentalista, Renatino Punk o il Dinamico, sono veri.
Comicamente, disperatamente, orribilmente veri.

Fortunatamente Blatto non è solo nel far fronte ai bisogni musicali e psichici di Mimmo Regghe e di tutti gli altri.
Accanto a lui c’è un socio. Il veterano della situazione.
Più anziano, più esperto, più cinico, meno propenso alla commozione: il signor Franco.
Volto di pietra (che se Sergio Leone l’avesse conosciuto, lo avrebbe scelto al posto di Clint Eastwood), implacabile calcolatore e abilissimo venditore.

Soltanto così, in due come Tex Willer e Kit Carson, possono far fronte a richieste impossibili (“Avete un bel disco su Gesù?”, “Ma i dischi girano tutti nello stesso senso?”, “Mi risulta che sia stato pubblicato un bootleg con la messa di Lady Diana. Ce l’ha?”); incredibili (“Volevo la discografia completa, in vinile, delle prose di Alberto Lupo. Mi raccomando, completa.” oppure “Comprate anche i dischi di gente morta?”) e a confessioni inquietanti (“C’ho la malattia del disco. Se lo vedo lo voglio, ma sono pure un uomo educato, se lo vuole un altro lo lascio a lui. Pure se l’ho visto.”, “Domando scusa. Con un gruppo di amici avrei organizzato una seratina con una ballerina. Viene a domicilio. Ha qualcosa per farla ballare stile odalisca?”).

Poi ci sono gli esperti.
Di Black Music (“genere negroide, tipo James Brown ma meno effeminato, roba che ti sudano anche i piedi”); Metal (“Tanto per darti un’idea cerco musica seria. No roba per ragazzine, no roba per finocchi. Degli Iron Maiden ho già tutto”); Musica Italiana (“Fai il napoletano?”); Hard Rock (“Ce l’ha quello dei Led Zeppelin con la supposta in copertina?”) e Latino-americana (“Senta, ma Che Guevara ha fatto più niente di nuovo?”).

Tutti, o quasi tutti, accomunati da un gusto comune: la ricerca del disco più brutto, anche nel caso di discografie, in genere, dignitose.
Se poi qualche volta entra l’attore Matt Dillon per acquistare un disco introvabile di Laura Betti o Thurston Moore dei Sonic Youth oppure il vicepresidente del Kirghizistan, alla ricerca dell’opera omnia di qualche improbabile starlette della Disco Music anni ’80…anche questo è parte della magia.

Perché si entra in una Twilight Zone dove sogno, desiderio e magia si confondono (“Li conosci i baba Yaga?” – “ Francamente no” — “Sì, ma credo che non esistano. Solo che ho ‘sto cazzo di nome in testa e mi sono detto: stai a vedere che delle volte…”) e la ricerca del disco più raro, quella del disco che non esiste e di quello di cui si è sentito parlare sembrano muoversi spesso sulle tracce dell’arabo pazzo Abdul Alhazred e del suo Necronomicon.

Eppure, eppure…
Tutte queste follie, queste confidenze, queste scurrilità, queste rivelazioni (che talvolta portano l’ascoltatore, o il lettore che con lui finisce con l’immedesimarsi, a pensare che l’unica soluzione sia un colpo sparato lì, bello dritto in mezzo agli occhi di chi parla), nascondono quasi tutte lo stesso bisogno di evasione, la stessa disumana solitudine, la stessa ricerca di armonia in un mondo che ne è totalmente privo.

E allora perché non ammettere che ci sentiamo un po’ tutti clienti di quel negozio, visto che quasi tutti abbiamo spesso risposto, alla domanda “Tu, che cosa stai facendo nella vita?”, “Io? Io sto ascoltando dei dischi”.
Considerato anche che, forse, ha davvero ragione quell’anonimo appassionato di rock che consola l’autore dicendogli: “Lasciatelo dire da uno che sta a uno sportello di banca, tu fai il lavoro più bello del mondo”.

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