di Alessandra Daniele

“I will not be pushed, filed, stamped, indexed, briefed, debriefed or numbered!”

Nel 1967 Patrick McGoohan era all’inizio d’una brillante carriera mainstream che comprendeva una serie tv di grande successo, Danger Man, e la proposta d’interpretare James Bond. Improvvisamente però decise di abbandonarla.
Perché?
Devono averglielo chiesto parecchie volte.
Patrick McGoohan aveva un’ottima ragione. L’idea — elaborata con George Markenstein — per una nuova serie talmente coraggiosa, geniale e rivoluzionaria da risultare d’avanguardia ancora oggi, quarant’anni dopo.
The Prisoner  ha un incipit che diede a produttori e spettatori dell’epoca l’iniziale illusione di trovarsi davanti a una spy-story. Un uomo — presumibilmente un agente segreto — dà polemicamente le dimissioni, e viene di conseguenza rapito e imprigionato in una bizzarra struttura chiamata il Villaggio, dove sarà costantemente spiato, ossessivamente interrogato, e sottoposto a ogni specie di tortura fisica e psichica, nel tentativo di piegare la sua strenua resistenza, cancellare la sua identità, e annientare la sua autonomia di pensiero. L’obiettivo dei suoi carcerieri è trasformarlo in un automa ubbidiente e integrato, in un numero.
Il Numero Sei.
Il Villaggio però non è una semplice struttura detentiva, è qualcosa di molto più inquietante, tra gli incubi di Kafka, e le visioni di Philip K. Dick. Una cittadella apparentemente idilliaca, e in realtà agghiacciante, dall’ubicazione indefinibile, e dai confini impermeabili che bloccano i tentativi di fuga come una bolla spazio-temporale, interamente sorvegliato dalle telecamere e presidiato da misteriosi sferoidi che, come anticorpi, fagocitano e soffocano a morte gli indisciplinati. Un posto dove nessuno è ciò che sembra, e dove tutti diffidano di tutti, a cominciare da se stessi.
Il centro di un oscuro universo nel quale tutti i poteri, a prescindere dalle nazionalità, collaborano al mantenimento d’un unico ordine mondiale basato sulla reificazione degli esseri umani, concepito per trasformarli in oggetti, rotelle intercambiabili dell’ingranaggio produttivo, pedine insignificanti sulla scacchiera della Storia, cifre anonime negli archivi elettronici dove tutto è schedato.
Numeri.
Uno scenario da incubo, la cui caratteristica più sinistra per lo spettatore è l’innegabile familiarità.
Ciò che si dimostra infatti un episodio dopo l’altro, in un ipnotico crescendo allegorico-visionario, è che il Villaggio, coi suoi ipocriti e assurdi rituali sociali, i suoi gerarchi viscidi e arroganti quanto incapaci, l’onnipresente propaganda, e la feroce repressione del dissenso, non è altro che l’accurata riproduzione in scala della nostra società, della nostra realtà condivisa, e che la prigionia del protagonista è una perfetta metafora della condizione umana.
Ben oltre le etichette di genere, e molto in anticipo sul Cyberpunk, The Prisoner è la prima serie ad ambientare interi episodi all’interno di virtual/augmented reality generate dall’interazione fra cibernetica e allucinogeni, facendo della destrutturazione della realtà uno dei cardini della sua narrazione.
Ma da chi dipendono davvero tutti i Numeri Due, gli intercambiabili gerarchi transitori del Villaggio, ogni volta sconfitti dalla resistenza del protagonista?
Chi è il Numero Uno?
La rivelazione fondamentale arriva con l’ultimo dei diciassette episodi, come vari altri della serie interamente opera di McGoohan, il finale più discusso e più contestato della storia della Tv, perché il più spiazzante. Come la verità.
The Prisoner non è solo un inno alla rivolta contro l’autorità, è un radicale, gnostico, assoluto inno alla rivolta contro il principio stesso di Autorità che risiede in ognuno di noi.
Quella parte della nostra natura che ci fa costruire e subire occhiuti sistemi gerarchici, classisti, castali, e plasmare il mondo nella forma d’una prigione panopticon, facendo così di noi stessi il nostro primo tiranno.
Il primo Demiurgo da sconfiggere, innanzitutto riconoscendolo.
Nel finale di The Prisoner, durante una surreale sarabanda rivoluzionaria, il volto che il Numero Sei scopre sotto la maschera del Numero Uno è infatti il suo.
Poi lascia il Villaggio semidistrutto, che si rivela situato solo a due passi da Londra, e torna finalmente a casa.
Al suo arrivo però, la sua porta s’apre da sola, automaticamente.
Esattamente come quelle del Villaggio.

Be seeing you.

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