di Gaspare De Caro e
Roberto De Caro

Pinocchio

Vivacità
La disciplina per i paesi in guerra è virtù civica irrinunciabile e prima la si
impara meglio è, come ha spiegato lo scorso maggio, agitando la manina
pragmatica, Ségolène Royal, neocandidata socialista all’Eliseo, quando ha fornito la
sua ricetta per i capricciosi della banlieue
: «Se si vuol dare
una nuova opportunità ai giovani, al primo atto di delinquenza, ci vogliono dei
sistemi d’inquadramento a dimensione militare» (Giampiero Martinotti, Tutto su madame
Ségolène, una donna per presidente
, in la
Repubblica
, 18 novembre 2006). C’è però
chi, con apparente minor ferocia, confida piuttosto nella medicina sociale,
come mostra l’esempio che segue. Da qualche tempo si discute molto – ma
in Italia non abbastanza – di ADHD, acronimo di «Attention Deficit
Hyperactivity Disorder», ossia Sindrome da iperattività e deficit di
attenzione. Si tratta di una tra le migliaia di nuove patologie di cui la
creatività della medicina ha arricchito il suo prontuario negli ultimi
cinquant’anni, sicuramente tra quelle professionalmente più stimolanti, di
largo interesse anche per i cugini della farmacologia e per quelli mai
indifferenti della farmacopea. L’ADHD individua infatti un bacino di utenza
terapeutica praticamente illimitato, proponendo come urgente oggetto di cure
l’intera infanzia: l’«iperattività, impulsività, incapacità a concentrarsi che
si manifesta generalmente prima dei 7 anni d’età».

Quello che nei secoli bui l’ignoranza delle famiglie, delle
maestre d’asilo e di scuola primaria aveva con maggiore o minore benevolenza e
pazienza chiamato vivacità e negligenza, espressione non irragionevole in
realtà della riluttanza dei pargoli alle asfissianti buone intenzioni
istituzionali della famiglia e della scuola, si rivela alla cruda luce della
scienza come «un disordine dello sviluppo neuropsichico del bambino e
dell’adolescente» ed è delegato per opportuno trattamento chimico al braccio
secolare dell’industria farmaceutica. Alla questione, evidentemente di qualche
rilevanza etica e politica, Carmilla ha già dedicato spazio in varie occasioni [leggi
qui
], ma non sarà
inutile riassumerla, prima di soffermarci su un paio di punti non ancora
sufficientemente esplorati.
La storia ebbe origine negli Stati Uniti, dove neanche in questa circostanza si
smentì la tradizione della massima garanzia dei diritti umani compatibile con
il profitto massimo. In principio era il Ritalin, uno psicofarmaco che
conduceva un’esistenza avventurosa ma circoscritta «tra le comunità hippy degli
anni ’70, usato per numerose sedute di sballo» (Anarchici del Perla nera, AnarcoRitalin), finché gli psichiatri statunitensi non
ne accertarono la prodigiosa capacità di ricondurre al desiderato standard
cinetico e partecipativo i bambini in età scolare e prescolare riconosciuti
iperattivi e ipocollaborativi. Scoperta la terapia si trattava naturalmente di
quantificare la patologia, anche perché l’industria produttrice della «pillola
dell’obbedienza» o «cocaina per bimbi» (Marina Piccone, Bambini
psicofarmacologici: torna il Ritalin
), come il Ritalin fu subito affettuosamente magnificato,
voleva giustamente sapere se il target fosse di massa ovvero, come suol dirsi, di nicchia. I
risultati della ricerca e conseguente promozione umanitario-commerciale, imposta
più che incoraggiata nel 1991 dal Dipartimento dell’Istruzione, furono del
tutto soddisfacenti. Come accade nelle società ben organizzate, bastò la
comunicazione pubblica del problema, opportunamente assecondata dai mass-media,
per indurre allo zelo delatorio e alla medicalizzazione-coartazione
farmacologica folle entusiaste di familiari, operatori scolastici, medici di
famiglia, pediatri d’assalto, psicologi, assistenti sociali, talché dai quattro
ai sei milioni di bambini dai tre anni in su furono in breve destinati al letto
di Procuste dello psicofarmaco normalizzatore (attualmente si calcolano «oltre
11 milioni di bambini cronicamente dipendenti da anfetamine nei soli Stati
Uniti»: cfr. Giù le
mani dai bambini. Campagna nazionale per
la difesa del diritto alla salute dei bambini
). Mentre la ditta produttrice, la
Novartis Pharma, si impegnava generosamente a far fronte alla domanda del
mercato impetuosamente crescente, la ricerca scientifica non smetteva di
indagare sulle cause del DAHD, non già interrogandosi su se stessa, come
plausibilmente da qualche parte si richiedeva, ma inoltrandosi nella direzione,
storicamente più che abusata, dell’anomalia biologica. Senza risultati
verosimili, peraltro, che autorizzassero una buona campagna eugenetica, sicché
a qualche ricercatore sembrò preferibile imputare le lamentate anomalie del
comportamento infantile all’eccessivo uso quotidiano della televisione: non già
al contenuto dei programmi – ovviamente adeguati a qualunque esigenza di
normalizzazione a qualunque età –, ma alla velocità delle immagini:
sicché, pare di capire, l’esposizione pur prolungata alla TV risulterebbe
innocua per l’igiene mentale del bambino, purché ad immagini fisse. Tutto ciò
naturalmente ha suscitato perplessità e resistenze anche negli Stati Uniti, a
cominciare dalle lobby mediche concorrenti («la medicalizzazione farmacologica
porta aggressivamente all’esclusione della psicoterapia»: Peter Breggin, Stati
Psichiatrici d’America
), che tuttavia non infirmano il credito
della sindrome e della sua terapia, autorevolmente riconosciute dal DSM,
Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali, che «è un riferimento basilare»,
sebbene «criticato per un conflitto d’interesse di alcuni autori che nello
stesso tempo erano consulenti o ricercatori alle dipendenze di case
farmaceutiche» (Wikipedia).
In Italia l’importazione dell’ADHD ha conosciuto gli impacci burocratici e i
ritardi culturali frequenti nelle periferie di seconda fascia, rendendo
necessario un energico intervento promozionale dello Stato. Con scarsa
preveggenza nel 1989 il Ritalin infatti era stato messo fuori commercio per
riconosciuta pericolosità, esiliato nel girone infernale della farmacopea, tra
gli stupefacenti. Di conseguenza non avrebbe potuto essere impiegato nella cura
dell’ADHD quando questo fu introdotto e senza terapia niente sindrome, a
conferma della nostra inguaribile renitenza al progresso. Senonché in un Paese
di santi e di navigatori non bisogna mai perdere la fiiducia nei miracoli e
infatti il miracolo avvenne. Nel marzo 2003 il re dello sballo, lo stupefacente
sodale di oppiacei, cocaina, eroina, LSD, si transustanziò nel benefico
moderatore delle intemperanze infantili, avendolo un taumaturgico decreto
ministeriale declassato e translato nella più trattabile categoria degli
psicofarmaci. E a completare l’opera il Ministero della Salute istituì un
Registro dell’ADHD per controllare, si dice, l’uso corretto delle
somministrazioni dello psicofarmaco, in effetti non miracolato sino al punto di
diventare innocuo. Tuttavia da noi ADHD e Ritalin non hanno ancora completato
la loro marcia trionfale, vuoi per minore influenza relativa della lobby degli
psichiatri vuoi per minore inclinazione delle famiglie a giurare in Ippocrate.
Tuttavia, secondo un recente studio dell’Istituto Mario Negri, già 30.000
bambini assumono psicofarmaci, con un aumento del 280% in cinque anni, che
lascia ben sperare nel futuro della sindrome anche nel nostro paese. Focolai di
resistenza si sono comunque accesi qua e là, crescono la documentazione e
l’indignazione a difesa dei bambini dall’aggressione chimica, nonché le
obiezioni di non pochi specialisti inclini a destituire di fondamento gli
stessi termini diagnostici e il trattamento farmacologico. Non sono mancate
naturalmente le interrogazioni parlamentari, senza però, altrettanto naturalmente,
che il succedersi dei governi abbia dato segnali di resipiscenza statale. Il
dibattito, di grande dottrina, è comunque aperto e ad esso rimandiamo. Qui ci
interrogheremo piuttosto sulle ragioni che da noi inducono lo Stato ad una così
radicale scelta di campo a favore dell’ADHD. Non prenderemo nemmeno in
considerazione l’insinuazione malevola di una qualche collusione dello Stato
con gli interessi di privati, lobby psichiatriche o case farmaceutiche. È nella
Storia invece che si delinea un’esigenza strutturale, non occasionale, alla
quale oggi l’ADHD e il Ritalin possono dare qualche soddisfazione.

Il problema dei cittadini un po’ irrequieti ha sempre
preoccupato il nostro Stato, sin dalle origini. Non s’era ancora spenta infatti
l’eco festosa delle celebrazioni dell’Unità che sùbito si avvertì il bisogno di
dotarsi di «stabilimenti di pena in lontane regioni […], perché s’avesse
finalmente una terra propria, nell’arcipelago malese, e soprattutto a Borneo
oppure nella nuova Guinea o nelle Nicobar o a Socotra, dove “trapiantare
violenti ed impazienti e dove guarire i malati nel sangue e nel cervello”»
(Cfr. Federico Chabod, Due frammenti inediti dalla «Storia della politica
estera italiana dal 1870 al 1896»
,
a cura di E. Tortarolo, in Storia della storiografia, XL (2001), 3-4, p. 97). Tuttavia, come
talora accade al genio italico, il progetto non poté essere attuato e,
impropriamente, si sviluppò piuttosto nella direzione dell’impero coloniale, il
quale certo non poteva esso risolvere il problema dell’intemperanza sociale,
aggiungendovi anzi la verve
talora incontinente delle popolazioni indigene. Per ridurre gli impulsivi e
iperattivi alla mansuetudine fu d’uopo dunque usare didattica severità,
assiduamente giovandosi in pace della reprimenda manu militari e all’occasione, più direttamente,
portando in guerra il popolo renitente «per fargli sbollire le passioni», come
diceva Céline. Schema educativo di sicura efficacia, questo, e tuttavia
innegabilmente di una certa rozzezza, per di più incapace di impedire le
recidive. Il fatto è che un tale trattamento dell’ipervivacità sociale soffriva
della debolezza di ogni procedura empirica, non abbastanza illuminata dalla
scienza: cosa tanto più deplorevole visti i grandi risultati già conseguiti
appunto dagli scienziati nella cura di ogni sorta di irregolarità sociali. Era
inevitabile dunque che a dare miglior fondamento anche in questo settore agli
sforzi normalizzatori di politici e militari fosse chiamata la scienza, in
particolare la chimica e la medicina, sempre in prima linea nella soluzione
finale (Endlösung)
delle anomalie. Il tema del resto era di loro stretta competenza, nella
definizione che lo Stato ne aveva dato sin dal principio, giacché si trattava
di «guarire i malati nel sangue e nel cervello». Da questo punto di vista si
capisce bene dunque, senza introdurre ipotesi più malevole del necessario,
l’interesse dello Stato per una diagnosi precoce della riottosità. Gli adulti
scontenti, impazienti, renitenti, miscredenti, violenti, gli scioperanti senza
placet sindacale, gli astensionisti elettorali, i consumatori riluttanti, i
precari con mania di stabilità, gli antimilitaristi, i vegetariani, i
globetrotter, i sovversivi insomma, possono essere riconosciuti – ben
prima che diventino un problema per la società e prima che si mimetizzino in
essa – nel bambino che si arrampica sulle sedie, che non riesce a star
fermo, che pensa ad altro quando la maestra gli parla, che non finisce i
compiti, secondo un test in nove punti, sei dei quali bastano a diagnosticare
la sindrome di ADHD e ad invocare la pillola dell’obbedienza. E dunque si
capisce anche la larghezza con cui il Ritalin è stato riammesso, mantenuto,
suggerito dallo Stato nella cura dei disordini del comportamento infantile. Si
pensi solo all’ingente risparmio della spesa pubblica se l’anomalia sociale
potesse essere curata con la tempestiva distribuzione per quanto abbondante di
pillole neutralizzanti invece che da magistrati e carceri e forze dell’Ordine
(«un tasso per abitante di operatori della sicurezza che non ha eguali in
nessun paese democratico», si vanta il ministro Livia Turco, I nuovi
italiani. L’immigrazione, i pregiudizi, la convivenza
, Mondadori, Milano 2005, p. 18). E si
pensi soprattutto alla tranquillità che ne guadagnerebbe la vita sociale, al
sereno godimento della normalità che ne verrebbe allo Stato stesso, ai suoi
interpreti e beneficiari.
Per un solo aspetto l’iniziativa statale in quest’ambito desta qualche
perplessità: l’istituzione di un registro nominativo degli affetti da sindrome
di ADHD e della cura relativa. Si comprende bene che il ministero della Salute
voglia tutelarsi dagli abusi in una materia ad alto rischio, che prevede
l’impiego terapeutico di massa di uno stupefacente sia pure nominalmente
depotenziato a psicofarmaco. Ma la prassi della schedatura ha una tradizione
non del tutto rassicurante in Italia. Qualche anno fa si venne a sapere che
nelle sedi dell’Arma dei carabinieri sono custodite 95 milioni di schede sui
cittadini italiani, una cifra che almeno da un punto di vista statistico pare
abbastanza mostruosa. A che cosa dovesse servire questa monumentale raccolta e
conservazione di informazioni personali non si è mai capito bene, ma poiché
nessuna Autorità e nemmeno il Garante della privacy hanno trovato nulla di sostanziale da
obiettare, possiamo stare tranquilli. Tuttavia si può fare una ipotesi meno
rasserenante a proposito del nostro tema. Poniamo che da un’astronave sbarchi
un potente Alieno e chieda al ministero della Salute di consegnare il registro
dell’ADHD, poiché gli affetti da tale sindrome secondo lui non meritano di
vivere. Saprebbe il ministero della Salute, saprebbe lo Stato italiano
resistere all’ingiunzione, proteggere i cittadini? L’ipotesi sembra troppo
fantasiosa e inutilmente allarmistica? Be’, cari signori, è già successo. A
seguito delle leggi razziste del 1938 lo Stato italiano dispose che i comuni
tenessero il registro dei cittadini di religione (di razza, si diceva allora)
ebraica. Caduto il fascismo ci si guardò bene dall’ordinare la distruzione dei
registri, sicché dopo l’8 settembre, mentre lo Stato svernava a Brindisi, a
richiesta degli Alieni quella schedatura contribuì alla deportazione e alla
morte di molti. Bisognerebbe ricordarselo quando con tanta leggerezza si
autorizzano schedature e registrazioni, confidando nella discrezione dei
depositari. E se gli Alieni tornassero? E se gli Alieni fossero tra noi?