di Alberto Prunetti

zerzan.jpg[L’articolo che segue è apparso in appendice a Apocalittici o liberati? Che cos’è il primitivismo, un millelire curato dal sottoscritto in collaborazione con reginazabo e pubblicato nel 2004 fuori distribuzione in poche centinaia di copie. Si trattava del libretto di sala dato alle stampe nell’occasione di un ciclo italiano di conferenze di John Zerzan all’indomani della pubblicazione di Primitivo attuale (qui l’introduzione al volume, redatta da chi scrive). Il millelire contenente un’intervista all’anarcoprimitivista statunitense è adesso esaurito ma l’occasione di un nuovo tour di incontri con John Zerzan, fissati in varie città italiane a partire dal 20 settembre prossimo, mi ha spinto a riproporre il pezzo su Carmilla. Anche se lo scopo di questa bibliografia è presentare la letteratura primitivista accademica e non quella militante e radicale, ci sono alcune uscite in italiano su quest’ultimo fronte che vanno indicate: di John Zerzan è apparso Senza via di scampo? nel 2007 per Arcana edizioni e Pensare primitivo(2010) per Bepress edizioni, contenente il capitolo “La morsa di ferro della civiltà”, già tradotto da chi scrive in collaborazione con reginazabo sul sito di Transnext. Ancora sul fronte primitivista, va segnalata la meticolosa opera di Enrico Manicardi: Liberi dalla civiltà (Mimesis edizioni, 2010).] A.P.

La letteratura etnografica più citata dai primitivisti si richiama al rovesciamento di prospettiva avvenuto a cavallo degli anni ’60-’70 intorno alla valutazione dello stile di vita delle popolazioni di raccoglitori-cacciatori (in inglese “hunters-gatherers”). Purtroppo di questa letteratura, cosi influente nei paesi di lingua inglese, è stato tradotto ben poco in italiano. Non è stata tradotta la monografia di Richard Lee sui boscimani, e lo stesso può dirsi per Man the Hunter (1968), la vera pietra miliare di queste ricerche, che raccoglie sotto la direzione di Lee e DeVore gli interventi degli etnologi che più hanno contribuito a rivelare il nuovo volta del pigmei, degli inuit, degli hazda. Cade lo stereotipo negativo dell”’orda”, e si rivela un mondo di raccoglitori di erbe e di abili cacciatori, dotati di una sapienza millenaria e di una conoscenza affinata dell’habitat circostante. Si inizia anche a parlare di selvaggi e di primitivi omettendo gli artifici di correttezza politica: le virgolette, la precisazione “cosiddetti”, vengono rimossi insieme all’immagine hobbesiana di una vita primitiva breve e brutale. II mancato interesse degli editori per questi testi, che negli Stati Uniti fanno parte della bibliografia di un qualunque corso di antropologia, rivela la lontananza dell’accademia italiana da queste problematiche. Ancora più radicati poi sono i luoghi comuni delle persone non interessate all’etnologia: un’ignoranza dimostrata, sul piano semantico, dall’assenza di un traduttore italiano per il lemma “forager”, quasi un sinonimo di hunter-gatherer, ovvero “cacciatore raccoglitore”, con un’accentuazione più forte sull’attività di raccolta itinerante delle erbe. E’ questo un termine spesso utilizzato, perché studi più recenti tendono a sottolineare il primato della raccolta sulla caccia nelle strategie di sostentamento di queste popolazioni. In un contesto di questo genere risulta addirittura impensabile l’edizione italiana della più autorevole e recente summa di questa tradizione etnologica, la Cambridge Encyclopedia of Hunters and Gatherers, pubblicata nel 1999 dalla Cambridge University Press e curata sempre da Richard Lee.

Venendo alle pubblicazioni tradotte in italiano, comincerei citando lo splendido I pigmei. II popolo della foresta di C. Turnbull (1961), 1979, insieme a II mondo perduto del Kalahari di L. Van der Post (1958), 1960, forse più vicino al resoconto di un viaggiatore che a un’opera d’etnografia. Infine un’opera che illustra il contrasto tra lo stile di vita civilizzato e quello primitivo, ovvero la storia di Ishi, l’ultimo sopravvissuto della tribù Yahi, scritta da Theodora Kroeber: Ishi, un uomo tra due mondi (1961), 1985.

Più tradotta è invece quell’antropologia che si muove teoricamente a partire dagli studi di campo citati in precedenza. II testo forse più importante, conosciuto in Italia solo dalla cerchia di specialisti, è L’economia dell’età della pietra di M. Sahlins (1972), 1980. L’opera di Sahlins mette in discussione l’astrazione formalista dell’homo economicus, teso a massimizzare il profitto, e illustra quelle pratiche redistributive che permettono il sostentamento delle società di cacciatori-raccoglitori anche in ambienti fortemente inospitali. Sahlins parla delle società del Paleolitico come
delle originarie società affluenti: limitando i bisogni, le società di caccia e raccolta possono dedicare pochissime ore al lavoro, hanno un regime dietetico sano e il loro vocabolario per introdurre il termine “povertà” ha aspettato l’acculturazione dei popoli coltivatori o dei conquistatori europei . A proposito del relativo stato di benessere fisico dell’umanità paleolitica, contrapposto alle malattie epidemiche che seguirono l’addomesticamento degli animali e la stanzialità urbana, in Italia ha avuto una larga circolazione Armi, acciaio e malattie del paleobiologo Jared Diamond (1997), 1998. Riguardo all’autorità e al ruolo della politica e del potere nelle società primitive, è piuttosto nota in Italia l’opera di Clastres, che di primitivismo parlò gia negli anni ’70 (si trattava allora di un movimento interno all’accademia, mentre il primitivismo americano è un movimento politico più radicato tra i giovani ecologisti radicali). La società contro lo stato (1974), 1975, si ispira alle ricerche che Clastres ha condotto in Amazzonia e si interroga intorno a questioni fondamentali di antropologia politica. Con questa opera Clastres rilancia un filone che ha i propri antecedenti nel “Discorso sull’ origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini” (1755) di Rousseau e nelle osservazioni di Montaigne sui cannibali, raccolte nei “Saggi”. L’opera di Clastres ha destato più critiche che consensi, mentre la raccolta postuma dei suoi saggi, Archeologia della violenza, (1980), 1982, forse il suo contributo più stimolante, è uscita in italiano senza quegli articoli in cui l’antropologo francese svolgeva una critica da una prospettiva libertaria dell’antropologia marxista. Tra i critici di Clastres si può citare anche Fabietti, curatore di un’antologia dal toni scettici data alle stampe nel 1977, L’ideologia del primitivo nell’antropologia contemporanea, una raccolta che ha comunque il pregio di citare alcuni degli autori più interessanti del primitivismo di area francese. Nell’ultima sezione, quella dedicata in maniera più circoscritta al primitivismo vero e proprio, sono raccolti, oltre ad alcuni brani di Clastres, un contributo di Lizot – che ha vissuto per più di un decennio tra gli Yanonami – insieme alle riflessioni di Robert Jaulin sull’etnocidio e a un’esemplare critica dell’etnologia di Jean Monod. Non è casuale che Fabietti riporti un brano di un precursore, il geografo anarchico Kropotkin, che dedica alla sua critica di certo darwinismo (Il mutuo appoggio fattore dell’evoluzione, 1902) un capitolo dedicato alle pratiche di condivisione dei popoli non civilizzati. Tornando a Clastres, quest’ultimo viene spesso associato alta figura di Levi-Strauss. Certo è che Clastres ha esteso certi spunti primitivisti dell’opera di Levi-Strauss (mi riferisco soprattutto ad alcuni passi di Tristi Tropici (1958), 1960 – in particolare a quelli relativi alla critica della scrittura e dell’alfabetizzazione – e alla dicotomia tra società fredde e società calde, avanzata ne II pensiero selvaggio), un’opera che per il resto si caratterizza per una carica analitica e strutturalista assolutamente estranea alla teoria primitivista. In tal senso una dura critica da una prospettiva primitivista all’opera di Levi-Strauss è stata elaborata dall’antropologo Stanley Diamond: in italiano un suo articolo venne incluso nell’ormai datata Antropologia radicale (1969), 1979, ma il suo In Search of the Primitive si legge ancora solo in inglese. Sempre in lingua inglese sono poi tutta una serie di contributi che dagli anni ’60 a questa parte hanno investigato in un’ottica ecologica l’attività delle culture umane, evidenziando il ruolo dei fattori ambientali e delle scelte tecnologiche sul comportamento adattivo della specie e delle culture. Le linee di ricerca sono moltissime, e diventa impossibile in questa sede rendere conto di percorsi teorici multiformi quali quelli di Service, Steward, Leslie White e Marvin Harris. Le loro ricerche – pur in presenza di un interesse condiviso nei confronti delle società di raccoglitori-cacciatori, degli aspetti energetici e omeostatici dell’attività umana, dei fattori demografici e delle tecniche di sussistenza – si pongono spesso sul terreno di intersezione tra ricerca di campo e analisi filosofica e approdano a risultati differenti (a parte Harris, si omette la bibliografia di questi autori e si rimanda ai manuali generalisti). A proposito di analisi materialiste, ha avuto una certa importanza nel panorama americano il trattato sul dispotismo orientale di Wittfogel: la sua ipotesi sui ruoto della tecnologia di approvvigionamento idrico nel mondo asiatico e sui legami che questa avrebbe avuto con l’autonomizzarsi di una casta di esperti che si sarebbe imposta sul resto della comunità è stata trattata – con l’azzeccato conio di “trappola idraulica” – da Harris in Cannibali e re (1977),1979, ma ha sicuramente influenzato anche Fredy Perlman, l’autore di Against HisStory, Against Leviathan, (1983), un testo primitivista ancora inedito in italiano.
Con questi ultimi riferimenti bibliografici siamo già in un territorio in cui archeologia e antropologia si intersecano (com’è abituale nel mondo anglosassone, mentre in Italia questo avviene nella nicchia piuttosto isolata della etnoarcheotogia). Lo stesso Harris ha aggiunto alla sesta edizione del suo manuale di antropologia culturale un fascicolo dedicato all’archeologia. Rimanendo sempre alla manualistica, può essere interessante la lettura di Archeologia di Renfrew e Bahn (1991), 1995. Sono, queste ultime, opere generaliste e non si pongono certo nell’ottica primitivista, ma possono magari valere a indicare le linee di base di un panorama archeologico sicuramente motto difforme da quello italiano. Per quanto riguarda contributi più tecnici, il testo di Binford Preistoria dell’uomo (1983), 1989, è un classico della New Archaeology. Interessa soprattutto per alcune ipotesi – non esenti da critiche — sul problema dell’origine dell’agricoltura: in Italia un problema dato per scontato, naturalizzato; negli Stati Uniti oggetto di diatribe e polemiche accese tra archeologi. In tal senso va detto che l’archeologia anglosassone tende a mettere in discussione anche ciò che solitamente passa per “dato”. E quindi tutt’altro che ingenua: non esistono nudi fatti, anche scavare è un’azione che implica un’interpretazione, ogni ritrovamento materiale implica una teoria sulla creazione del deposito. Il1uminante in tal senso è il testo di Ian Hodder Leggere il passato (1986), 1992, una delle voci più interessanti dell’archeologia britannica, noto per le estensive campagne di scavo nel sito neolitico di Catal Huyuk. Di contro all’archeologia italiana, poco propensa a porsi problemi di statuto e d’identità, nel mondo anglosassone troviamo un’archeologia strutturalista, una interpretativa, una su posizioni postmoderniste, e poi ancora le archeologie radicali, femministe, marxiste. E mentre in Italia gli unici conflitti riguardano la copertura finanziaria dei (rari) scavi, gli assegnamenti delle cattedre nei dipartimenti o le strategie per ripulire la barba dell’una o dell’altra statua marmorea, nei dipartimenti di archeologia d’oltreoceano non sono mancate risse per questioni politiche: a chi appartiene il passato? Quale politica hanno certi manufatti? Quanta spazzatura produce la nostra società. e che stratigrafia, che immagine della nostra civiltà lasceremo agli archeologi del futuro, se mai esisteranno?
Ecco alcune delle domande che emergono da questa nebulosa che invano trova un’eco editoriale in Italia. L’archeologia femminista di Eleonore Leacock, le ricerche di Adrienne Zihlman e i saggi di Mark Leone sono ancora lontani dall’essere tradotti. Con interessi esplicitamente critici, tutti si interessano di problematiche quali l’emergere dell’agricoltura, della stato, della divisione del lavoro. Da una parte la soggettività entra esplicitamente nell’interpretazione, dall’altra il passato, come suggerisce Tilley, deve essere usato dagli archeologi come base per un intervento strategico sul presente. Ma sarebbe inutile cercare traduzioni italiane di questi testi: se l’antropologia in lingua italiana ha tentato di rinnovarsi su percorsi più critici, gran parte dell’archeologia italiana è ancora chiusa nei sarcofagi dell’erudizione.

Riferimenti bibliografici

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