di Franco Pezzini
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The Weir Judge Project
Con le loro differenze, i testi di Le Fanu influirono profondamente sul mito letterario dell’hanging judge: a partire da due autori vittoriani che da quella base svilupparono storie di varia celebrità, cioè Robert Louis Stevenson – con un romanzo che peraltro non tratta di fantasmi e neppure è tecnicamente fantastico – e Bram Stoker. Con sviluppi divergenti: se il secondo porterà a definitivo compimento una lettura del Giudice Impicca-impicca come mostro, il primo al contrario ne recupererà proprio nel segno del doppio, e senza nulla togliere alla terribilità del personaggio, una (pur coperta, inaccettata) dimensione umana.
Per una di quelle sciagure di cui la storia della letteratura non è avara, il romanzo Weir of Hermiston di Stevenson restò interrotto dalla sua morte, 1894, e fu pubblicato nel 1896: ciò che permette soltanto di immaginare, grazie all’epistolario e al lavoro dei biografi, lo sviluppo ulteriore e (forse) la conclusione. Quanto resta è però sufficiente per ravvisarvi non solo il culmine dell’arte dell’autore – un testo di abbacinante bellezza, che Stevenson stesso confidava sarebbe stato il suo capolavoro – ma una tappa ineludibile per la pista che stiamo seguendo.
di Dziga Cacace
E lasciami gridare, lasciami sfogare…
Adriano Pappalardo, Ricominciamo
370 – Black Hawk Down, aridaje, del fascistizzato Ridley Scott, USA 2002 e… Barcelona!
Come a esorcizzare le bombe vere che scoppiettano a Baghdad come ciocchi nel camino, ci vediamo un film di guerra, perso l’anno scorso nonostante le buone recensioni. Nella Somalia di dieci anni fa, in preda alle guerre tribali, gli USA intervengono per garantire il rifornimento di cibo e medicinali gentilmente concessi dalla comunità internazionale. Ma siccome c’è un cattivone di turno cui dare una lezione (il feroce Aidid), la missione di pace diventa una disinteressata missione di guerra. Uno stormo di elicotteri vola su Mogadiscio per catturare un signorotto locale, ma i somali sono birichini e tirano giù un Black Hawk. Oh, disdoro: ‘sti selvaggi straccioni hanno fatto questo a noi? Ovviamente non si lascia nessuno sul campo (salme e feriti nonché soldati persi nell’intrico di stradine della città) e i rangers ingaggiano una tremenda lotta per portare il culo a casa. Alla fine della giornata ci saranno 19 perdite tra gli americani contro le 1000 dei somali che, essendo dei morti di fame sconfitti dalla storia, sono ovviamente cattivi, isterici e violenti, nessuno se ne incula la memoria e se lo saranno pure meritato, tiè. Narrativamente il film fila come uno Stuka in picchiata: ritmo incalzante, poca psicologia, molta azione. La messa in scena è superba, con begli effetti e la fotografia che ha ‘sta cosa dell’otturatore che dà un effetto da videogioco; poi attori funzionali e montaggio notevole del premio Oscar Pietro Scalia. Quello che invece repelle è il messaggio monodirezionale su chi debba dirigere i destini del mondo, perché è buono, bianco e sa sempre cos’è giusto fare. Il nemico è talmente “nemico” che non viene quasi mostrato, non vediamo il suo volto né sappiamo le sue motivazioni, giuste o sbagliate che siano. I somali di Aidid non hanno nulla da perdere, sono sanguinari e sono neri neri (che poi, i somali, tanto neri non sono, ma vabbeh). Comunque incarnano per l'Occidente il perfetto babau di infantile memoria. Film così non raccontano la guerra, la producono, la instillano nella mente debole della gente, abituano a pensare che sia necessaria. E magari giusta.
di Sandro Moiso
Se c’è qualcosa che unisce davvero democrazie parlamentari e dittature, occidente ed oriente, nazioni sviluppate ed emergenti, Nord e Sud del mondo è la pratica dell’irruzione notturna o sul far dell’alba per arrestare coloro che vengono di volta in volta definiti banditi, dissidenti, sovversivi o terroristi., Un’aggettivazione apodittica che permette agli stati di giustificare per default le proprie azioni repressive nei confronti di qualsiasi forma di dissenso non compreso nelle dinamiche del “civile confronto” le cui regole sono definite dai governi stessi.
Insomma, chi non sta al gioco per forza è un delinquente, un rifiuto della società e come tale deve essere rimosso.
Ci sarebbe da riflettere sulla comune pratica della rimozione dei rifiuti urbani e dell’arresto, spesso preventivo, che avvengono, più o meno, sempre nelle prime ore del giorno.
La notte o il buio delle ore precedenti l’alba da un lato nascondono atti scellerati ed irruzioni violente, ma dall’altro suggeriscono immediatamente la necessità dell’urgenza delle operazioni destinate a rimuovere i tumori della società prima che questi possano, pericolosamente, espandersi.
di Valerio Evangelisti
Rex Stout, Fer-de-Lance, pref. di Goffredo Fofi, ed. Beat, 2011, pp. 290, € 9,00.
Confesso che io, scarsamente appassionato del romanzo poliziesco (con rare eccezioni: Conan Doyle, un po’ di Ellery Queen, qualche Edgar Wallace, e rari altri; tra gli italiani, Loriano Macchiavelli e alcuni dei suoi allievi), amo il Nero Wolfe di Rex Stout dall’età di dodici anni. Per il resto preferisco il genere “nero”, da Hammett, a Chase, a Manchette, e così via, senza distinzioni di nazionalità.
L’idillio con Nero Wolfe cominciò per l’appunto a dodici anni, quando lessi “La scatola rossa” (The Red Box, 1937) e, di seguito, “Nero Wolfe, difenditi” (The Mother Hunt, 1962). Molto meglio il primo che il secondo, ma entrambi in grado di farmi affezionare a un personaggio e al suo universo. Tanto che credo di avere letto successivamente ogni romanzo o racconto di Rex Stout con Wolfe protagonista, ricercando golosamente sulle bancarelle gli arretrati.
di Franco Ricciardiello
È strano che l’importanza di una delle donne più influenti nella politica del XX secolo (insieme a Eva Perón, Golda Meir, Indira Gandhi) sia oggi così misconosciuta; eppure Jiāng Qīng ha inciso a fondo nella storia del socialismo, anche fuori dai confini cinesi: per esempio, la presa del maoismo sul movimento studentesco europeo, e la sua la radicalizzazione acritica, sono in certa misura un sottoprodotto della Rivoluzione culturale, la lotta scatenata da Máo contro l’élite del Partito comunista.
Jiāng Qīng, il cui vero nome è Lǐ Shūméng, nasce nel 1914, figlia di una concubina. Uno dei primi ricordi da bambina è una frase della madre, che dà l’idea della condizione femminile nella Cina tradizionale: “le donne sono come l’erba, nate per essere calpestate.” Al momento di frequentare la scuola la bambina cambia nome in Yúnhè (che significa “gru tra le nuvole”): sarà solo il primo dei molti nomi che assumerà nella vita. Abbandonata dalla madre, è costretta a vivere con i nonni che contrastano il suo interesse per il teatro, e la convincono a sposarsi a 17 anni. Yúnhè sfugge ben presto al marito, frequenta l’università di Qīngdǎo e sposa un giovane quadro del clandestino Partito comunista cinese, al quale a sua volta si iscrive. All’inizio degli anni Trenta il nazionalista Jiǎng Jièshí (Chiang Kai-shek), signore della guerra che approfittando del disordine è diventato capo di stato, denuncia l’alleanza con il PCC e inizia la persecuzione dei militanti con una funesta parola d’ordine: “Se dobbiamo uccidere mille innocenti per catturare un solo comunista, ebbene sia.”
di Alessandra Daniele
L'ostetrico sorride.
- Congratulazioni, suo figlio è il primo nato a tempo determinato del nostro ospedale!
La donna lo guarda, allarmata.
- Cosa significa?
- Questa mattina è entrata in vigore la riforma sulla flessibilità della vita. I media ne hanno parlato poco, perché monopolizzati dalle reazioni di sdegno e condanna per l'oltraggio subito dal capo dello Stato.
- Sì, lo so, un tizio distratto s'è seduto su una sedia dove c'era una rivista col presidente in copertina. Mi dica piuttosto cos'è questa riforma.
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di Rachele Cinarelli
Tyrell: If we gift them the past we create a cushion or pillow for their emotions and consequently we can control them better.
Deckard: Memories. You're talking about memories.[1]
Il regalo per l'anno nuovo da parte di Mark Zuckerberg per tutti gli utenti di Facebook è Timeline. Un nuovo look, una nuova interfaccia del profilo del più popolare tra i social network, che lo fa somigliare sempre più alla struttura di un blog, o di un sito personale, anche se ripetuto per n utenti. Timeline avrà il compito di rappresentare la storia della nostra vita, e nella versione italiana il termine è stato abilmente localizzato con “diario”.
di Marilù Oliva
Marco Schiavone, torinese, è responsabile di Edizioni BD e di Alta Fedeltà, società di consulenza editoriale che lavora per Disney, Guanda, Mondadori, Panini. L’ho intervistato in occasione dell’inaugurazione della nuova collana BD, Revolver, diretta da Matteo Strukul: esperimento letterario che, pur inquadrandosi nel grande panorama noir, spazia dall’hard boiled al pulp e oltre, contaminando i generi con una propulsione che travalica le etichette, e con l’intento di toccare il «confine sottile che corre fra romanzo, fumetto, sceneggiatura e storyboard». Revolver inaugurerà in libreria il 9 febbraio con “Sinfonia di piombo” di Victor Gischler - romanzo cinematografico rapido, iperviolento, con modulazioni pop non esenti da lirismo - e con “I fuochi del Nord” di Derek Nikitas: la storia cruda e a tratti onirica della spirale di violenza che lega il destino di tre donne.
di Lara Manni
Negli ultimi tempi, Margaret White torna spesso in mente alla lettrice di King che da molti anni sono. Non nella versione pop con cui Brian De Palma rivisitò “Carrie”, ma in quella del romanzo, il primo di Stephen King.
Margaret White, dunque, mi appare nella scena in cui Carrie torna a casa dopo il ballo, ed è stanca e sconvolta e spaventata e sporca del sangue di maiale che si è raggrumato sui capelli e sulla fronte, mentre il suo amato, prezioso abito da sera pende a brandelli dal corpo. Margaret, la madre, è immobile su uno sgabello da cucina, con un coltello nascosto nelle pieghe della gonna, e appena la figlia entra comincia a parlare, ricordando l’orrore della notte di sesso con il marito, rivelando che aveva già tentato di uccidere Carrie appena venuta al mondo, e ripetendo senza fermarsi che “il peccato non muore mai”.
di Franco Pezzini
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Vai troppo spesso a Tyburn
Il vecchietto aveva preso alloggio in quella casa spaziosa su una via buia di Westminster – siamo ora a Londra – “per la straordinaria modicità della pigione”. E per quasi un anno non ne aveva capito il motivo, finchè una sera, dallo sgabuzzino che credeva chiuso a chiave, non se n’erano uscite due figure spettrali: cioè un tipo dall’aria sinistra vestito a lutto, e “un omaccione più anziano, butterato dal vaiolo, i lineamenti rigidi come quelli di un cadavere, sui quali era stampato lo spaventoso marchio della dissolutezza e dell’infamia” – e che stringeva un rotolo di corda. Ovvio che il vecchietto decida di cambiare alloggio.
Con questa nuova apparizione dell’hanging judge (debitamente trapassato, e capestromunito) inizia uno dei resoconti su casi parapsichici collezionati dall’erudito swedenborgiano Martin Hesselius e pubblicati, ci è detto, dal suo devoto segretario-curatore. Ma si tratta, nello specifico, del racconto Mr Justice Harbottle di Joseph Sheridan Le Fanu, 1872.
Frammento tratto dall'ultimo romanzo di Lorenza Ghinelli, edito da Newton Compton, pagine 256, Euro 9,90.
Capitolo 4
Consanguinei (Primavera 1989)
Il bagliore dei lampioni filtra appena dai fori della serranda. Macchie di luce sulla carta da parati azzurra, con macchinine rosse e palloncini gialli. Sono le dieci di sera. Sebastiano dorme nella culla di frassino. Ha un mese, cinque giorni e un sacco di capelli. La porta della stanza è socchiusa, sotto scivola una luce arancio, calda, che profuma di pizza.
In cucina ci sono mamma, papà ed Estefan. Sembra una di quelle scene girate in Super Otto con toni caldo seppia, leggermente sovraesposti.
«È buo-nis-si-ma!», proclama Estefan, con il sorriso pastrocchiato di pomodoro e liane di mozzarella fusa.
«Oggi a scuola hanno scomposto in sillabe», sorride mamma mentre papà mastica vorace.
Per Estefan è una serata splendida. Lui, mamma e papà. Mamma e papà che parlano di Estefan. Che esistono solo per lui. Mamma e papà in esclusiva. È contento che sia nato Sebastiano. Molto. Lo aveva chiesto a Babbo Natale tutti gli anni da quando ne aveva quattro. E alla fine era arrivato.
di Sandro Moiso

Lui almeno qualche volta risultava simpatico.
Un bel faccione americano sospeso tra paternalismo e giustizia fai da te che riusciva anche a strapparci qualche sorriso.
Che corresse dietro agli indiani, sotto la mano sapiente di John Ford, o a difendere l’onore di damigelle di ogni età, sotto la direzione di Henry Hathaway, era scontato, sempre.
E in fin dei conti dava sicurezza: i buoni vincono sempre, anche a costo di diventare cattivi.

L’altro no.
E’ sempre e solo stato antipatico.
Tutto spasmodicamente teso nell’arco di un’intera carriera a dar la caccia all’eversore.
Al nemico dell’ordine borghese e dello stato di cose presenti.
Dagli anni settanta a Sole e Baleno, dal movimento studentesco del 2009 ai No Tav di oggi.
Dietro il primo si celava tutta la logica hollywoodiana del bravo eroe americano.
Logica che, ogni tanto, lasciava però trasparire qualche dubbio, qualche incertezza.
“Sentieri selvaggi” ne sta forse a significare il momento più bello, quello dove il dubbio sul proprio operato trionfa insieme all’accettazione dell’altro.
Diavolo di un John Ford che, già celebre e in pieno maccartismo, aveva sfidato le censure definendosi artigiano di western.
di Alessandra Daniele
- Ti stai smarcando, eh, stronzo? - Sibila la senatrice al deputato corpulento.
- Certo. E a voi conviene. Così tutti i voti che perdete per sostenere la Sanguisuga li recupero io, e poi ve li riporto.
- Ce li riporti? Come ha fatto Scilipoti?
L'onorevole emette un barrito d'insofferenza.
- Ancora mi cacate 'u cazz' cu' chist'? Come se fosse stato l'unico. Siamo tutti lo Scilipoti di qualcuno. Vi conviene stare al gioco delle parti, voi fate il poliziotto cattivo, e io quello buono - si poggia la mano all'altezza dello sterno - col cuore vicino ai cittadini.
La senatrice gli dà un'occhiata gelida.
- Là non c'è il cuore.
di Mauro Baldrati
Non è facile per lo spettatore esigente, poco incline al terzismo, recarsi al cinema per assistere alla proiezione di J.Edgar senza soffrire di un pregiudizio iniziale: come può un regista di destra, che alle ultime elezioni ha votato McCain, affrontare un personaggio interno alla storia americana, uomo di potere talmente intoccabile e ambiguo che, per usare un gergo cinematografico, si può definire “attore principale”? Aggiungiamo un’intervista recente dove il regista di destra ha detto la seguente amenità: “se ci fosse stato Hoover ai vertici dell’FBI non avremmo avuto l’11 settembre”. Che retorica da cow boy puritano. L’investigazione come strumento autonomo dalla politica, come valore in sé, l’etica del dovere, dell’onestà, dell’eroe senza macchia. Probabilmente Eastwood è davvero un uomo di quei tempi e di quella retorica, e in quanto tale, in quanto sopravvissuto di una cultura estinta, se mai è esistita veramente, merita rispetto; però a questo punto il pregiudizio diventa “grave”.
di Filippo Casaccia
Batti! …batti lei!
Fantozzi
Andre Agassi, Open, Einaudi, 2011, pp.502, € 20; Adriano Panatta, Più dritti che rovesci, Rizzoli, 2009, pp. 221, € 17; John McEnroe e James Kaplan, Serious, Sphere, 2003, pp. 325, £ 9,99; e altre cosine en passant.
Era odioso. Ed era odiato.
Un odio condiviso anche da se stesso, Andre Agassi, per il personaggio che i media gli avevano attribuito.
“L’immagine è tutto”, diceva di lui una funesta pubblicità. E il campioncino – tirato su da un padre tirannico e bambino prodigio già a 7 anni, quando scambiava colpi a Las Vegas coi campioni di passaggio, gente come Connors, Borg o Nastase – era rimasto sotto questa etichetta. E io un po’ ci avevo creduto.
Il tennis era ancora sulla tivù pubblica e i palinsesti rispettavano le durate degli incontri, non il contrario. Poi a inizio ‘90 è arrivata la pay-tv e addio scambi interminabili, il pomeridiano piacere ipnotico di quel toc toc delle pallettate, specie sulla terra. Magari di Parigi (ricordo un Vilas - Wilander durato 4 ore e mezza!).
Sul finire di quella magica stagione mi era capitato di vedere un giovane punk, in calzoncini di jeans e coi capelli come uno scoiattolo, dare una stracciata al povero Barazzutti nel primo turno di un torneo che ho dimenticato. Punk, dicevano i giornalisti, perché lo aveva sentenziato McEnroe, uno che di ribellione sul campo se ne intendeva eccome. Ma ad Agassi piaceva il pop, con una funesta predisposizione per Barry Manilow.
E questa è una confessione minima, tra le tante che emergono nello straordinario Open, un’autobiografia di 500 pagine che va giù liscia come una Bud Ice (la preferita del coach Brad Gilbert), facendoti sperare che duri ancora un po’, che ci sia ancora qualche piccolo aneddoto e qualche grande verità da leggere in più.
[Fra i tanti comunicati contro la retata che ha condotto all'imprigionamento di 26 militanti NO TAV, e a indagini o arresti domiciliari ai danni di tanti altri, scegliamo di pubblicare quello della Rete TimeOut Bologna, denominazione che raggruppa studenti, precari, lavoratori, militanti dei centri sociali. Da notare la sempiterna presenza, al comando dell'operazione, del procuratore Giancarlo Caselli, ormai specialista in "ratonnades". Fu incredibile la violenza con cui cercò di reprimere il movimento "No Gelmini". Il perché lo ha spiegato lui stesso a Rai News 24: "Non bisogna abbassare la guardia". Di qui l'arresto di un tale quasi settantenne perché mezzo brigatista quarant'anni fa, di un tal altro perché figlio di brigatisti, di un terzo ancora perché fondatore di un centro sociale. Sembra "Il deserto dei Tartari" di Buzzati. Caselli sta di vedetta in attesa di un ritorno dei fantasmi che fecero la sua gloria. Non sarà deluso del tutto: tornano, sì, ma non sono fantasmi, e non sono gli stessi. Rifletteremo su questi temi in maniera più ampia. Accontentatevi dell' anteprima.] (V.E.)





