di Sandro Moiso

Liadan Ní Chuinn, Sono ancora tutti qui, La Nuova Frontiera, Roma 2026, pp. 160, 18 euro

Le persone continuano a morire e morire e morire e morire ( Liadan Ní Chuinn, Sono ancora tutti qui)

Fin dalle prime pagine della raccolta di racconti di Liadan Ní Chuinn edita da La Nuova Frontiera la memoria corre, in termini di scrittura e tecnica narrativa, al minimalismo della prima e migliore opera della scrittrice statunitense Susan Minot, Scimmie, uscita in lingua originale nel 1986 e successivamente pubblicata nel 1987 in Italia da Mondadori. In entrambe le opere infatti il tema apparentemente dominante, e sicuramente tale per quanto riguarda la Minot, è quello della difficile intesa tra le generazioni, tra padri e figli e madri e figlie.

Una difficile intesa in cui il dolore per le assenze, non importa se fisiche o affettive, e l’incapacità di esprimere appieno i sentimenti ingarbugliati della gioventù si scontra con i silenzi dell’età adulta e le rimozioni da parte dei genitori delle memorie più sgradevoli. Un minimalismo, nonostante la critica non abbia mai ritenuto la Minot un’esponente di tale corrente letteraria, di storie e sentimenti che, però, sfocia spesso, per non dire sempre, in una visione decisamente ampia e aspra delle vita quotidiana delle generazioni presenti e passate. In cui la parola d’ordine, come si è accennato poc’anzi, sembra essere quella della rimozione del dolore o di ciò che potrebbe causarlo anche soltanto per mezzo dei ricordi.

Tanto da destare nei protagonisti delle storie l’inquietudine del voler comprendere da dove giungano davvero l’incertezza del proprio essere, dell’appartenenza di genere, delle proprie origini, delle proprie paure oppure della vigliaccheria, del malessere e del senso di colpa che sembra permearne comportamenti e pensieri.

Segreti di famiglia e vergogna, silenzi e una quantità enorme di non detto, ancor prima per scelta che non per proibizione: tutti tentativi tesi ad impedire che le storie individuali e famigliari tornino a ripetersi. Un modo, spesso dannoso e inutile, di proteggere i figli da torti, soprusi, disillusioni, scelte incaute ed errori che hanno invece caratterizzato la vita dei genitori e delle generazioni precedenti.

Ma nel dire questo, si son già abbandonate le pagine della Minot per entrare, invece, nelle storie narrate da Liadan Ní Chuinn nei suoi racconti. Storie tutte, come si scoprirà durante la loro lettura, segnate dai Troubles nord-irlandesi del secolo scorso, destinati a lasciare una traccia indelebile non solo nella storia del paese ma, anche, nelle vite delle attuali giovani generazioni attraverso le esperienze e le rimozioni di carattere famigliare di cui si è fino ad ora parlato. Anche a causa di una sorta di damnatio memoriae, di cui costituiscono una dolorosa testimonianza gli elenchi delle decine di vittime e la narrazione rigorosa delle vicende che portarono alla loro morte contenute nelle ultime drammatiche pagine.

I Troubles, i problemi, i fastidi, i guai, così come sono riassunti in una estrema sintesi i circa trent’anni di violenze che caratterizzarono il tentativo di riunificazione, da parte degli indipendentisti cattolici, dell’Irlanda del Nord con la Repubblica irlandese, che già aveva conquistato a duro prezzo la sua in dipendenza dal Regno Unito durante la prima metà del XX secolo e soltanto dopo l’approvazione, nel 1948, del Republic of Ireland Act che dall’anno successivo avrebbe definitivamente separato l’Éire dal Commonwealth britannico, dando così origine alla Repubblica che occupa attualmente i 4/5 dell’isola verde. Mentre i Troubles ebbero fine, almeno formalmente, col cosiddetto Accordo del Venerdì Santo del 1998.

Liadan Ní Chuinn, nato/a nel Nord dell’Irlanda proprio nell’anno dell’accordo appena citato (1998) ha scelto di pubblicare il suo primo libro, Every One Still Here (2025), utilizzando uno pseudonimo gaelico non solo per non rivelare la propria identità ma anche per rivendicare un’eredità linguistica a lungo repressa dal governo di Londra. Un testo pubblicato da una piccola casa editrice irlandese, ma già in corso di pubblicazione in numerosi paesi, tra cui Regno Unito, Stati Uniti e Spagna. Una scelta, quella del nome, che può essere interpretata come un tentativo di trasformare in un fantasma anche l’autore/autrice, così come sono fantasmi quelli che popolano le pagine dei suoi racconti: fantasmi del passato e della memoria, ma anche in carne, sangue ed ossa in un presente che non ha ancora risolto una contraddizione apertasi decenni, se non secoli, or sono.

Sì, perché la questione di fondo in alcuni dei racconti non è soltanto quella nord-irlandese e della sua ancora forzata sottomissione attuale al Regno Unito, ma quella più ampia del colonialismo, di cui la Gran Bretagna è stata maestra e su cui ha fondato la sua potenza passata, e della repressione dei popoli altri e delle loro lingue e culture. Così il lettore si troverà di fronte ad una famiglia basca la cui memoria è ricca di ricordi e di leggende e in cui ci si ricorda che: «le lingue native sono importanti […], Musa Anter1 diceva che se la mia lingua madre fa tremare le fondamenta del tuo stato, significa che questo stato l’hai costruito sulla mia terra»2.

Kurdistan, Euskal Herria oppure lo scheletro di un’”antica” donna nord-africana esposto nell’Ulster Museum o la romanticizzazione dell’adozione di bambini appartenenti a culture lontane, come denuncia il racconto intitolato Russia, diventano tutti simboli di oppressione coloniale e motivi di rivolta che spiegano anche le ragioni dei Troubles. Rivelando gli autentici scheletri nell’armadio di un potere che da Derry a Diyarbakır e dai Paesi Baschi fino alla Palestina opera ovunque allo stesso modo, cercando di incolpare di ogni violenza chi difende la propria terra e la propria cultura e mostrare, invece, come uomini giusti coloro che, in divisa o meno, in nome di uno stato oppressore esercitano qualsiasi tipo di orrore e violenza su tutti quelli che tale dominio non vogliono e non possono accettare: assassini mirati, sequestri di persone e arresti illegali, torture, devastazione e distruzione di villaggi e quartieri urbani.

Ecco allora che il disturbo esistenziale delle generazioni passate e presenti non ha soltanto cause psicologiche o famigliari ma, soprattutto, affonda le proprie radici in una condizione di oppressione, rimozione, giustificazione e violenza statale che non può non lasciare tracce e traumi profondi in chi le subisce, direttamente o indirettamente. Ricollegandosi, comunque, ai detenuti morti per gli oltraggi subiti oppure di fame, come Bobby Sands, e ai massacri di civili inermi, come nel caso della Bloody Sunday, avvenuto nel quartiere cattolico di Bogside a Derry il 30 gennaio 1972.

La raccolta, come suggerisce il titolo, è unita dai temi della morte, del dolore e dei fantasmi e dalla costante presenza del passato. Ma anche da una costante presenza di donne che soffrono e portano i segni più pesanti, nella mente e nel corpo, di tali sofferenze. Così i temi della maternità e del sacrificio riaffiorano ripetutamente, a differenza delle narrazioni tradizionali in cui di solito sono i sacrifici degli uomini e dei padri a essere esaltati. Come nel racconto Novena, che si conclude con l’anziana Rita che descrive dettagliatamente tutto ciò che ha dovuto sopportare per dare alla luce i suoi figli: un immenso dolore fisico, una frattura alla schiena, la perdita dei denti. Oppure nel già citato Amalur in cui la narratrice ricorda improvvisamente come la madre, fin da quando ero ragazzina, le avesse «sempre allargato le scarpe. Insisteva. Le avevo visto sanguinare i piedi. Indossava le mie scarpe finché non si ammorbidivano, così non avrebbero fatto male a me». Un aspetto che in un’intervista l’autore/autrice ha infatti voluto così sottolineare:

Penso molto a ciò che fanno le donne. Quante delle nostre famiglie, delle nostre comunità, funzionano solo grazie al lavoro non retribuito e non riconosciuto delle donne? Penso molto all’amore e all’attenzione, a tutti i modi in cui le persone si prendono cura l’una dell’altra e a quanto ne sia orgogliosa. Penso molto a questa cura e a questo amore, e penso molto a questo aspetto in particolare nel nord, probabilmente perché sono consapevole che non è l’immagine che gli altri hanno di noi. Penso molto alle donne qui durante la guerra, imprigionate, internate, che lavoravano, crescevano le famiglie e mantenevano la comunità mentre le persone intorno a loro venivano imprigionate, internate: donne come Bernadette McAliskey, le donne che, insieme, affrontarono i soldati britannici e posero fine all’occupazione dell’esercito britannico di Falls Road. C’è quello slogan, Ní saoirse go saoirse na mban: non c’è libertà finché non c’è la libertà delle donne. Non possiamo parlare di lotta senza le donne che l’hanno sostenuta3.

Per aggiungere, ancora poco dopo, a proposito della propria scrittura e delle vicende narrate:

È una lente attraverso cui interpreto la mia famiglia e la mia comunità. È nel modo in cui vivono i nostri genitori, i nostri nonni, e prima di loro, e prima ancora: tutto questo è ancora dentro di noi. Guardate, in tutta l’Irlanda, il rapporto delle persone con la nostra lingua, con la nostra terra: non sono rapporti sani e sicuri. Ciò che è accaduto in passato si sta ancora manifestando ora. Ma può esserci un’idea sbagliata, ovvero che noi siamo cresciuti senza nulla di tutto ciò, quando la verità è che ora ne sentiamo parlare in televisione: i soldati britannici che hanno assassinato bambini nell’Irlanda del Nord non saranno processati, i soldati britannici hanno svolto i loro difficili compiti in modo “dignitoso e appropriato”, e la TV, la radio dicono: quei soldati meritano di vivere il resto della loro vita in pace. La mia esperienza di crescita non è stata per niente simile a quella dei miei genitori o dei miei parenti, ma non è cosa da poco crescere sentendo il governo che ha ancora giurisdizione sul tuo territorio parlare in questo modo delle persone che ha assassinato. Ma questa è la violenza dello Stato britannico. E permea il mio modo di scrivere, il mio modo di vivere4.

Secondo il Conflict Archive on the Internet (CAIN), 3.532 persone sono state uccise a causa del conflitto tra il 1969 e il 2001. Di queste, 3.489 sono state uccise fino al 1998, mentre secondo altre fonti sarebbero state uccise 3.720 persone dal 1966 al 2006. Di queste, 3.635 uccise entro il 1998. Brendan O’Leary e John McGarry hanno sottolineato che “quasi il due per cento della popolazione dell’Irlanda del Nord è stata uccisa o ferita a causa della violenza politica “ elemento che ha fatto dire all’analista John M. Gates che, comunque si voglia definire il conflitto, “certamente non” si è trattato di un “conflitto a bassa intensità”.

Nel 2010, si è stimato che 107.000 persone nell’Irlanda del Nord avessero subito lesioni fisiche a seguito del conflitto e sulla base dei dati raccolti dall’Agenzia di statistica e ricerca dell’Irlanda del Nord, che il conflitto abbia causato 500.000 “vittime” nella sola Irlanda del Nord. Considerando come “vittime” tutti coloro che sono direttamente colpiti da “lutto”, “lesioni fisiche” o “trauma” a seguito del conflitto, su una popolazione che nel 2015 ammontava a un milione e 852mila abitanti.

Secondo le statistiche ufficiali circa il 52% dei morti era costituito da civili e di questi circa il 60% da cattolici, il 30% da protestanti, il resto da persone che non appartenevano alle comunità dell’Irlanda del Nord, mentre 257 degli uccisi furono giovani e giovanissimi di età inferiore ai diciassette anni, pari al 7,2% del totale. Anche se la stima totale dei civili ammazzati, soprattutto se cattolici, potrebbe aumentare ancora considerato che, come mostrano le ultime pagine di Sono ancora tutti qui, spesso i militari britannici e le forze di polizia definivano i civili uccisi come appartenenti all’IRA o terroristi. Anche quando si trattava di ragazzi, uomini disarmati, donne e sacerdoti impegnati a soccorrere i feriti.

Infatti le responsabilità delle forze armate nell’uccisione e nella detenzione e tortura dei civili e militanti cattolici furono e restano enormi. Considerato che quella in Irlanda del Nord fu la più grande operazione militare “controinsurrezionale” condotta dall’esercito britannico nel secondo doèpoguerra. Tra il 1971 e il 1975, 1.981 persone furono internate: 1.874 erano cattolici/repubblicani e 107 protestanti/lealisti. Vi furono diffuse accuse di abusi e torture nei confronti dei detenuti cattolici e nel 1972, le tecniche utilizzate dalla polizia e dall’esercito per gli interrogatori furono dichiarate illegali in seguito a un’inchiesta del governo britannico.

Ma ciò non fermò certo né l’escalation delle violenze dell’esercito né la collaborazione dei membri delle forze armate con i gruppi armati lealisti e unionisti dell’Ulster. Furono infatti numerosi gli episodi di collusione tra le forze di sicurezza dello stato britannico (l’esercito britannico e la RUC5 ) e i paramilitari lealisti. Ciò includeva soldati e poliziotti che partecipavano ad attacchi terroristici mentre erano fuori servizio, fornivano armi e informazioni, non prendevano provvedimenti contro i lealisti e ostacolavano le indagini della polizia; tanto da far sì che, durante gli anni ’80, l’85% delle informazioni utilizzate dai lealisti per prendere di mira gli irlandesi di religione cattolica proveniva dalle forze di sicurezza. Mentre le stesse forze di sicurezza del governo britannico, tra cui la Military Reaction Force (MRF), portarono a termine quelle che sono state descritte come “uccisioni extragiudiziali” di civili disarmati, poiché le vittime erano spesso civili cattolici o sospettati di esserlo, non affiliati ad alcun gruppo paramilitare

Nell’ultimo racconto, Daisy Hill, leggiamo il lungo, ma ancor incompleto elenco delle persone reali assassinate dalle forze britanniche nell’Irlanda del Nord e il motivo di tale esposizione, che nel racconto viene definita come la verità, è chiarito da Liadan Ní Chuinn nell’intervista già citata precedentemente.

Credo che ci sia stata una disumanizzazione delle persone nell’Irlanda del Nord. E non intendo in alcun modo esagerare, quando vediamo le popolazioni di Palestina, Yemen, Siria, Sudan, sistematicamente disumanizzate. Ma credo che la pratica della disumanizzazione sia così diffusa perché funziona. Le persone del nord sono state disumanizzate a tal punto che i soldati britannici arrivarono e uccisero bambini e, come accadde a Frank Kitson poche settimane dopo la Domenica di Sangue, furono insigniti del titolo di cavaliere per questo. E le persone del nord sono state disumanizzate da altri irlandesi a tal punto che so, posso sentire, quanto molti altri irlandesi ci tengano ancora oggi separati. So che le storie sono accomunate dal dolore, ma ricordo anche che inizialmente nascevano più dalla rabbia. […] Le forze di sicurezza britanniche hanno ucciso persone, ma lo Stato ha affermato di non aver ucciso persone e di aver invece ucciso uomini armati, ucciso terroristi. Ma si trattava di uomini, donne e bambini disarmati. […] Daisy Hill è scritto interamente al presente, e questa è stata una scelta deliberata. Guarda, sta succedendo. Sta ancora succedendo6. .

Tutti quei morti e quelle violenze non pesarono soltanto sul momento ma, per ricongiungere il tutto a quanto si è detto in precedenza sui rapporti famigliari e sociali di cui parla Liadan Ní Chuinn nei suoi racconti, anche sul divenire della società cattolica, e non solo, nordirlandese e non soltanto a Derry o Belfast.

L’eredità dei Troubles è ancora persistente nell’Irlanda del Nord più di due decenni dopo l’Accordo del Venerdì Santo del 1998, poiché la disuguaglianza e la divisione tra cattolici e protestanti continuano. Le conseguenze “pratiche” infatti si riscontrarono nella disoccupazione cronica e una grave carenza di alloggi. Molte persone si ritrovarono senza casa a causa delle intimidazioni o dell’incendio delle proprie abitazioni, e la riqualificazione urbana giocò un ruolo nel disordine sociale. Le famiglie di Belfast si trovarono a dover affrontare il trasferimento in nuovi quartieri sconosciuti, mentre i vecchi distretti venivano demoliti.

Un rapporto del 2007 della Queen’s University, ha affermato che l’eredità dei Troubles ha giocato un ruolo importante nell’attuale tasso di suicidi in Irlanda del Nord, mentre si è rilevato come i bambini cresciuti durante lo stesso periodo abbiano sviluppato comportamenti antisociali simili a quelli di quelli nati in regioni di conflitto e maggiori probabilità di essere successivamente estranei a qualsiasi forma di partecipazione politica. Una sorta di nuova psico-geografia di cui l’aumento dell’alcolismo e della disgregazione dei nuclei famigliari hanno costituito le altre coordinate di riferimento.

Di tutte queste incertezze, che costituiscono al contempo drammatiche certezze, parla Sono ancora tutti qui, una lettura imperdibile e imprescindibile per chiunque voglia comprendere, al di là delle ideologie e di ogni tipo di perbenismo umanitarista, i drammi e le ragioni di tanti conflitti ancora in atto. Oppure sopravvissuti alla loro fine ufficiale, poiché molti di quelli causati dal colonialismo non possono certo davvero arrestarsi senza che ne siano state distrutte prima le ragioni da cui sono scaturiti.

Conflitti che ancora oggi, come a Gaza e in Cisgiordania, vedono difesi ed osannati dallo Stato coloniale gli autori in divisa dei crimini peggiori, mentre vengono condannati i resistenti, le vittime e tutti coloro che, come nel caso del recente documentario Naza, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, hanno apertamente denunciato le violenze, gli abusi e i massacri perpetrati ai danni della popolazione civile.


  1. Musa Anter (Nusaybin, in curdo Nisêbîn 1920 – Diyarbakır, in curdo Amed 1992), scrittore. giornalista e attivista curdo, assassinato nel settembre del 1992 dalla JITEM (Gendarmerie Intelligence and Counter-Terrorism – Jandarma İstihbarat ve Terörle Mücadele, JİTEM) turca.  ↩

  2. Liadan Ní Chuinn, Amalur in Liadan Ní Chuinn, Sono ancora tutti qui, La Nuova Frontiera, Roma 2026, p. 48.  ↩

  3. C. Hearn, An Interview with Liadan Ní Chuinn, Tolka, luglio 2025.  ↩

  4. Ivi.  ↩

  5. Royal Ulster Constabulary, come era denominata la polizia irlandese tra il 1922 e il 2001.  ↩

  6. An Interview with Liadan Ní Chuinn, cit.  ↩