di Sandro Moiso

Ilias Venezis, Terra eolica, Edizioni Medhelan, Milano 2025, pp. 373, 22 euro

«L’archeologia si dedica alla ricerca dei fatti. Non della verità. Se vi interessa la verità, l’aula di filosofia del professor Tyre è in fondo al corridoio.» (Indiana Jones e l’ultima crociata – 1989)

Il romanzo Terra Eolica di Ilias Venezis ci porta, come per incanto, nel mondo in cui ha origine il Mito. Non soltanto perché si svolge in quelle terre dell’Asia Minore in cui per secoli si sviluppò una porzione significativa della cultura che poi un giorno sarebbe stata definita “ellenica”, ma soprattutto perché proietta o, meglio, precipita il lettore nel mondo dell’infanzia dove ogni primo incontro con la vita si trasforma in prodigio e magia.

Ci indica, pagina dopo pagina, quel luogo segreto e sempre inesplorato della psiche che non costituisce soltanto il deposito freudiano dei traumi infantili ma, ancora una volta soprattutto, lo spazio immaginario, e perciò profondamente vero, in cui la coscienza del mondo prende forma. Un mondo esplorato da Cesare Pavese, nella sua convinzione che siano i ricordi dell’infanzia, unici e irripetibili, a dar vita alle figure o agli avvenimenti che diverranno i miti e i simboli dell’età adulta.

Cosa che anche Giovanni Pascoli nel suo Fanciullino1 aveva già ipotizzato, quando affermava che: «È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi […] ma lagrime ancora e tripudi suoi.» Rivelando, sostanzialmente, la presenza di una voce nascosta nel profondo di ciascun individuo adulto che si pone in contatto con il mondo attraverso l’immaginazione. Capace di scoprire aspetti nuovi e misteriosi, che «sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione».

Così ogni bambino, come un nuovo Adamo, «mette il nome a tutto ciò che vede e sente», ed è in grado di conoscere in modo autentico il mondo che lo circonda, meglio di quanto possa fare l’adulto, attraverso la riflessione raziocinante. Per continuare poi col tracciare un parallelo tra i primi uomini e i fanciulli, paradigma forse fin troppo abusato in passato dalle prima ricerche etnologiche e antropologiche, ma che pur nella sua semplificazione – «I primi uomini non sapevano niente; sapevano quello che sai tu, fanciullo» – coglie alcuni elementi autentici del permanere del Mito. Soprattutto nella poesia, in cui il linguaggio esprime un mondo che si lascia afferrare più dall’intuizione che dal ragionamento.

Un percorso dunque che rimette all’infanzia l’apprendimento delle parole che aiuteranno ognuno a creare, inconsapevolmente, il proprio modo interiore attraverso un’oralità che, come nella poesia degli aedi greci o dei griot africani, precede sempre la scrittura. Il cui uso in seguito invece, col suo percorso forzatamente raziocinante compreso nel rispetto delle norme sintattiche, costringe l’individuo a limitare il sense of wonder che accompagna l’apprendimento spontaneo dell’età infantile.

Tutti i ventidue capitoli di cui si compongono complessivamente le tre parti in cui è divisa l’opera, straordinaria sotto ogni punto di vista, di Venezis testimoniano il senso di meraviglia dell’infanzia, sia che si tratti del rapporto con l’ambiente circostante, che di briganti, fantasmi, viaggiatori oppure di terribili disgrazie. Tutto è vero per gli occhi dei bambini che passano le estati nella fattoria dei nonni alle pendici dei monti Kimidenia e in cui faranno gli incontri destinati a formarli.

E’ il senso di tranquillità che scaturisce dal nonno e dalla nonna che rende loro possibile imparare, senza per forza dover scegliere tra ciò che è vero e ciò che è falso. Una distinzione, quasi mai vera, che diventa obbligata nel mondo del raziocinio degli adulti che vivono lontani dalla Natura e dalla campagna in cui, ad esempio, i bambini possono piangere sentendo gli sciacalli ululare affamati – chiedendosi «Perché gli sciacalli devono aver così fame?» – e, allo stesso tempo, comprendere come la “guerra” dei contadini contro gli stessi, condotta con tamburi, urla e torce per spaventarli e allontanarli dai campi e degli armenti, sia inevitabile. Non, soltanto, giusta o sbagliata.

Una guerra inserita, in qualche modo, nell’ordine del mondo, a differenza di quella annunciata nel secondo capitolo della terza parte, intitolato semplicemente 1914, che porta già con sé, anche se il suo rullar di tamburi è ancora lontano, l’annuncio delle sofferenze che piomberanno come avvoltoi e grifoni sulle pacifiche popolazioni contadine dell’Anatolia.

Una nera nube si leva nel cielo azzurrissimo, si incammina da oriente, tira verso occidente, e nasconde il sole. E la terra Eolica di colpo s’oscura. Le upupe e le tortore selvatiche, che giocavano alla celeste luce, d’improvviso si trovano avvolte nell’ombra che giunge dall’alto. Guidate dal loro istinto prendono a correre spaventate per ficcarsi nei loro nidi.
Corrono gridando: «La tempesta! La tempesta è in arrivo! La tempesta è in arrivo!»
Lo sentono le verdi lucertole, lo sentono gli sciacalli del bosco, la paura passa sui loro occhi. Tutti gridano straziantemente: «La tempesta è in arrivo! La tempesta è in arrivo!»
[…] Invano i faggi lottano per combattere il panico, invano dicono: «Non fate così! Non sta arrivando la tempesta! Siamo noi ad aver pregato la nube di coprire il sole!»
Che parlino. Nessuno dà loro ascolto. Perché sui Kimidenia profondo e ineluttabile regna l’istinto. E questo ha dato alle creature la saggezza di sapere che, al di là dei desideri e delle azioni, esiste una umbratile potenza che prende nelle sue mani e mette proprio essa in moto, nel modo che vuole e per la via che vuole, desideri e azioni. «No! No! E’ la tempesta! La tempesta è in arrivo!»
Allora si muovono a rilento i Kimidenia […] ormai anche i Kimidenia ne sono certi. Perché vissero molto nella loro vita e appresero molte più cose di quelle che sanno i faggi, le upupe, i cinghiali e gli sciacalli. Sanno adesso anche i Kimidenia che la tempesta è in arrivo. Ciononostante, poiché accade sempre così, fino all’ultimo istante nutriamo speranza per ciò che siamo certi sia ormai irreparabile, i Kimidenia si rivolgono ai monti ad occidente, ai monti ad oriente. Domandano al Kaz-Dağ, ai monti al di là dell’Egeo, a quelli al di là dell’Ellesponto, a quelli al di là del Danubio, dio dei fiumi.
Domandano per accertarsi: «E’ vero, fratelli miei, che sta arrivando?»
E i monti tutti, dalla lontana Bosnia, al lontano Danubio, tutti rispondono, addolorati:
«E’ vero, fratelli nostri! Sta arrivando! La tempesta è in arrivo!»
Per ultimi gli uomini, ultimi fra tutte le creature che vivono presso i Kimidenia poiché di tutti essi sono gli estremi, accolgono il messaggio. Giunge con denso fragore il maroso, viaggia, è percosso e si frange, sempre più si gonfia, e sempre più impazza: «Arriva! La tempesta è in arrivo! E’ in arrivo la guerra!»2

La ripetitività cantilenante del testo, simile ad una filastrocca per bambini e ammantato di un panteismo che certo non appartiene all’ordine del mondo moderno, inserisce il lettore in un contesto quasi teatrale, in cui la Natura nel suo insieme, e soltanto per ultimi gli uomini, comprende in anticipo la gravità dell’oltraggio che la guerra delle ragioni e degli Stati porterà tragicamente con sé. E’ forse inutile sottolinearlo, ma questa è la dimensione della tragedia antica che ancora derivava dall’insulto portato all’ordine naturale delle cose, prima ancora che divino.

Gli uomini pagheranno tutti per queste offese, anche le pacifiche popolazioni di origine greca che abitavano da secoli la terra Eolica che sarebbero state deportate e straziate dalla rivalsa turco-ottomana per la conseguenze della medesima guerra, come Venezis aveva già narrato nel suo primo romanzo. Mentre Terra Eolica (1943) è l’ultima opera della trilogia dedicata da Venezis alle memorie proprie e di un popolo e di una terra luttuosamente e tragicamente colpiti da quegli eventi.

Una terra, l’Eolide, che costituiva una unità etnica e linguistica, prima ancora che che geografica, lungo la costa occidentale dell’Asia Minore, ed era abitata da Greci che parlavano il dialetto degli Eoli, che erano lì giunti dalla Tessaglia e dalla Beozia, regioni della Grecia settentrionale, attorno all’XI-XII secolo a.C. Una regione che si estendeva lungo le coste del Mar Egeo dall’Ellesponto a nord, l’attuale stretto dei Dardanelli, fino al fiume Ermo (ora Gediz) a sud, dove i primi insediamenti di Eoli sarebbero avvenuti attorno nelle isole di Lesbo e Tenedo e sul continente asiatico, tra la Troade e la Ionia.

La più celebre delle città era Smirne (attuale Izmir, Turchia), che tuttavia nel 699 a.C. entrò a far parte della Lega ionia. Tranne Mitilene, una città la cui prosperità era legata in parte al commercio, l’Eolia era un paese agricolo e venne pertanto oscurato sia dal punto di vista politico che da quello economico dalla vicina Ionia. Le città rimanenti, dopo essere state conquistate da Creso, re della Lidia, furono più tardi occupate da Persiani, Macedoni, Seleucidi, e dal regno di Pergamo, il cui ultimo re, nel 133 a.C. lasciò in eredità l’Eolide a Roma. Successivamente l’Eolide divenne parte della provincia romana dell’Asia, ma con la divisione dell’Impero romano, fu assegnata all’ Impero romano d’Oriente. Fece quindi parte dell’Impero bizantino fino a metà del XV secolo, quando gli ottomani occuparono la regione.

La nascita dell’isola di Lesbo, patria di Saffo e della poesia lirica, che si innalzava davanti alle coste dell’Eolide, viene così descritta da Venezis proprio in apertura del testo, insieme a quella della terra in cui si svolgono gli avvenimenti narrati:

Quando si ritirarono le onde dell’Egeo e presero a sorgere dal fondo le montagne di Lesbo umide, lucenti e placide, le onde videro stupefatte l’isola, la loro nuova amica. Erano abituate a viaggiare dalle parti del mare di Creta e a spegnersi sulle spiagge dell’Anatolia, e quel che sapevano di Terraferma non era altro che duri monti, franti enormi scogli, terra di gialla pietra. Questa qui, con la nuova isola, era tutt’altra cosa – oh quanto differente! Perciò dissero le onde:
«Portiamo il messaggio alla terra più vicina, alla terra d’Eolide. Raccontiamole dell’isola, la nuova terra che ha unito la luce con la tranquillità, della linea e del suo moto che è sì placido come se avesse dentro sé il silenzio, raccontiamole del prodigio dell’Egeo!»
Vennero le onde e portarono il messaggio del mare alla costa Eolica. Giunsero anche altre onde e altre – tutte le onde. Tutte raccontavano del gioco del contorno dell’isola, del gioco dell’armonia e del silenzio.
L’udirono il primo giorno i duri monti dell’Anatolia e restarono indifferenti. L’udirono anche il giorno successivo e ancora non si scomposero. Ma quando […], curiosi, si chinarono sulle onde per guardare l’isola dell’Egeo, invidiarono la sua armonia e dissero:
«Facciamo anche noi un luogo di tranquillità nella terra d’Eolide, che sia come l’isola!»S’appartarono allora i monti, si ritirarono al fondo, e il luogo che lasciarono divenne il luogo della Tranquillità3.

Come afferma in una nota il traduttore e curatore Francesco Colafemmina, di cui è assolutamente necessario sottolineare ancora una volta l’eccellente lavoro editoriale, “tranquillità” (in greco galìni) costituisce una parola chiave per comprendere l’opera e la nostalgia di Venezis per la “sua” terra d’origine, che darà il titolo al suo romanzo pubblicato nel 1939 e che è l’unica parola incisa sulla sua tomba, sull’isola di Lesbo, ove fu sepolto nel 1973.

Una tranquillità ritrovata soltanto nell’infanzia, nei suoi miti e nei suoi simboli che, però, meglio di quanto affermato da un archeologo farlocco come Indiana Jones nella citazione in epigrafe, si avvicina alla verità di un esistente dalle infinite sfaccettature, più della stessa filosofia e della stessa archeologia che, nella sua ricerca del “fatto concreto”, torna ad imporre una postuma verità unica che spesso violenta la storia e la memoria di genti scomparse da millenni4.


  1. Un’opera divisa in 20 capitoli, pubblicata per la prima volta nel 1897, in cui Pascoli esponeva nel modo più ampio un’autentica riflessione sulla poesia e la propria visione poetica.  ↩

  2. I, Venezis, Terra eolica, Edizioni Medhelan, Milano 2025, pp. 299-301.  ↩

  3. I. Venezis, op. cit. pp. 31-32.  ↩

  4. Come ha dimostrato a proposito di Heinrich Schliemann e della sua scoperta dei resti di Troia una recente recensione pubblicata da Franco Pezzini su Carmillaonline.  ↩