Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Lungo la storia che conosciamo, e in particolare nei secoli della modernità, i tempi cupi abbondano. Violenza, dominio, guerra sono molto più presenti dei loro antonimi, l’ingiustizia la fa da padrona, crudeltà e stermini spuntano ovunque. A valle di tanta infelicità, vien da pensare che sia la natura umana stessa a essere bacata, a portare in sé un’incorreggibile stortura che, volta dopo volta, ci fa ripiombare nella ripetizione del già visto (e già patito). Come notava Portelli nella scorsa puntata, fior di filosofi l’hanno teorizzato e, in tutta onestà, ci sono giorni tristi in cui questa lettura sembra imporsi come un’evidenza. In altri giorni, invece, pare d’intravedere, fra le righe del consueto orrore, lo scorrere di un mondo altro, dove – anziché quelle del dominio e dello sfruttamento – s’inanellano le conseguenze del mutuo sostegno, della libera discussione, dell’attenzione e della cura reciproca. Quel mondo balena a volte nelle pagine di un libro, nel gesto di un amico, nella grazia di un animale; a volte se ne ha sentore in un vecchio vicolo di case in pietra o nella modulazione di un canto popolare. L’intuizione, che pur ci arriva, di un mondo meno schifido è illusione da condannati oppure è nostalgia e prefigurazione? E se non è illusione, a quale bivio storico abbiamo sbagliato strada?
Questa domanda è stata a lungo soffocata, irrisa: «Ma quale errore, non c’è stato nessun errore, è il progresso, baby!». Già. Per consolarci dallo sgomento della storia ci hanno detto, fin da quando eravamo bambini, che tutto avveniva in vista di qualcosa di meglio; che la violenza era levatrice di un nuovo paradiso in terra; e che proprio noi (noialtri occidentali, pensa un po’!) eravamo la civiltà superiore destinata a portare ovunque la buona novella. Passata con l’infanzia l’allergia all’ingiustizia, quella domanda è rimasta a lungo sepolta.
Oggi invece è possibile disseppellirla, come i tamburi degli sciamani siberiani: non solo tornare a porla, ma anche azzardare delle risposte. È quanto hanno fatto un antropologo e un archeologo – David Graeber e David Wengrow – in un libro destinato a diventare un classico moderno della “nuova pensabilità storica” e di cui, infatti, si discute moltissimo nei contesti militanti.
L’alba di tutto è un testo magmatico, ondivago, poderoso. Un po’ perché, a rigor di termini, è un’opera scientifica che poggia le sue 720 pagine sopra un’enorme letteratura specializzata. Un altro po’ perché Graeber è morto prima che il libro fosse terminato, il che ha reso assai faticoso, per Wengrow, arrivare a una stesura definitiva. Ma, soprattutto, è un libro difficile perché rovescia il canone storiografico che tutti quanti abbiamo in testa, quell’idea stadiale e progressiva delle vicende umane che ci è stata inculcata fin da quando eravamo bambini e di cui i manuali di storia sono intrisi da capo a fondo.
In più c’è un grosso problema di traduzione. Chi può, legga The dawn of everything in inglese. Targata Rizzoli, la versione italiana cela, sotto la superficiale scorrevolezza, un campo minato di errori grossolani e frasi dal senso rovesciato. Uno per tutti: l’inglese caring relationships, “relazioni di cura”, diventa nella versione italiana “relazioni affettuose”, mandando a ramengo mezzo secolo di pensiero femminista. Sia chiaro che a essere chiamato in causa, qui, non è chi ha fatto la traduzione, ma la sciatteria di un editore major che non trova due spiccioli da allungare a uno scienziato sociale, anche alle prime armi, per l’indispensabile revisione scientifica di un testo del genere.
Comunque, dentro L’alba di tutto ci si perde – felici, allibiti – come i fraticelli nella biblioteca del monastero del Nome della rosa. Nei suoi capitoli esagonali si parla di illuminismo, teoria dello Stato, anarchismo, archeologia, colonialismo, antropologia, gone native, agricoltura, proto-insediamenti, neolitico, geografia… Vi si racconta di come la critica indigena (e in particolare quella dei nativi nordamericani) abbia insinuato nelle teste dei coloni molte delle idee politiche più avanzate delle successive stagioni rivoluzionarie; dell’organizzazione orizzontale delle più antiche comunità urbane; di come le popolazioni neolitiche evitassero con cura di legarsi all’agricoltura e prediligessero orti e giardini; dei molti modi in cui l’organizzazione politica non dipende da quella materiale. I problemi, con un libro del genere, cominciano quando tocca riassumerlo o, peggio che mai, spiegarlo o prendere posizione. Fra noi ci si è provato il temerario Stefano Boni, con i risultati encomiabili che tutti si aspettavano. Io invece, che son più pigra, faccio come i maghi da palcoscenico: uso un trucco. Invece di squadernare il libro e ricomporlo in forma lineare, indico ai lettori qual è il punto ottico a partire dal quale tutti i temi si mettono in costellazione.
Ebbene, questo punto coincide con il rifiuto dell’idea di Progresso. Quello con la P maiuscola: non l’idea che qua e là, usando astuzia, sensibilità e intelligenza, le cose possano andar meglio, ma la moderna ideologia secondo cui per la civiltà umana esiste un solo corso possibile e desiderabile: quello che porta fino a noi. Secondo questo mito fondativo, nel tempo abissale della preistoria eravamo poco più che bande di grandi primati, dalle vite hobbesianamente nasty, brutish and short, che sopravvivevano tristemente di caccia e raccolta. Poi pian piano, osservando i cicli naturali, l’umano ingegno arriva a domesticare alcuni animali utili e a concepire l’idea della semina. A quel punto, in tempi relativamente brevi, l’umanità transita in blocco alla sussistenza agricolo-pastorale e appaiono infine civiltà degne del nome, cioè dotate di insediamenti stabili, di una chiara gerarchia di potere, di uno stato e di una burocrazia, di strade e di esattori delle tasse, di una religione organizzata e di una mitologia, e infine anche di scrittura, navigazione e commercio. È l’inizio della storia, che va avanti così per qualche millennio finché l’umano ingegno, di cui sopra, compie un salto ulteriore e arriva infine allo sviluppo tecno-industriale, al parlamentarismo, al plusvalore, alla scienza, ai diritti. Al nostro presente, insomma, figlio di un’irresistibile ascesa che, presto o tardi, risponderà a ogni umano bisogno spalancando le porte di un nuovo paradiso in terra. (Superfluo aggiungere che il mito del Progresso è anche il principio ordinatore di ogni suprematismo economico, geopolitico e razziale.)
L’ipotesi stadiale è così connaturata alla cosmovisione moderna, di cui siamo intrisi, da renderci assai difficile sospenderla. Se ci si riesce, però, tutte le linee di fuga presenti nell’Alba (e molte delle perplessità che abbiamo in testa) convergono: non c’è mai stato uno sviluppo lineare determinato dalle condizioni materiali di sussistenza; le popolazioni neolitiche non subivano affatto le condizioni ambientali, ma compivano scelte politiche consapevoli; nessun gruppo umano langue nell’insipienza e nella miseria in attesa che arrivi il Progresso: tutti hanno una vita relazionale, collettiva, cognitiva ed ecologica tanto complessa e sottile quanto la nostra; è possibile vivere felicemente secondo una molteplicità di modi di sussistenza e anche variarli su base stagionale; la qualità della vita collettiva – la cura reciproca, la sussistenza comune, la piacevolezza dello stare insieme, la possibilità di coltivare le virtù – non ha nulla a che fare con gerarchie e plusvalore. In questa costellazione, L’alba di tuttoè un potente antidoto alle tossine che la macchina colonialista-capitalista inietta in noi per renderci insensibili alle sue malefatte.
Così si riapre la domanda su che cosa andato storto. Graeber e Wengrow rispondono analizzando le trasformazioni nell’esercizio della violenza, nel controllo della conoscenza e nell’uso del potere carismatico. Finché a manifestarsi nelle diverse formazioni sociali erano solo uno o due di questi fenomeni, la situazione – nonostante le occasionali atrocità – è rimasta fluida; quando, con lo Stato moderno, essi si sono saldati, è scattata la gigantesca trappola storica nella quale ancora ci dibattiamo, fra esoterismi burocratici, sequestro della conoscenza legittima, dilagare della polizia e del policing, schiere di uomini forti e uso raffinato della propaganda. Ma è probabile – dicono gli autori – che la storia, come finora l’abbiamo conosciuta, sia solo una parte di tutto ciò che è stato e che la parte che non conosciamo contempli traiettorie più felici della nostra; ed è possibile perfino, come ipotizzava Pierre Clastres, che in molto luoghi e in molte epoche, contro l’infezione del dominio, siano stati sviluppati anticorpi efficaci.
Una notevole ipotesi aggiuntiva su come le formazioni verticali hanno preso potere nei secoli della cosiddetta preistoria si trova nel libro di James Scott intitolato Le origini della civiltà. Una controstoria, edito da Einaudi. Il titolo originale, Against the grain, è un gioco di parole fra il significato ordinario dell’espressione (“controcorrente”) e il suo senso letterale. Contro il grano perché, fra tutte le colture possibili, i cereali, e in particolare il frumento, sono stati imposti dai primi stati granari per via del loro carattere “estroverso” che ne rendeva più facile la tassazione. Lo Stato primitivo arrivava, infatti, soprattutto sotto forma di prelievo (tasse, soldati, lavoro coatto, schiavitù), un’estrazione di surplus che serviva a sviluppare gli apparati di controllo, a incrementare gli eserciti e a innalzare mura. Mura alte, ciclopiche, costruite per durare, la cui funzione principale non era tanto di tener fuori i barbari, quanto di tener dentro i cittadini, costringendoli a condizioni di vita e di salute complessivamente peggiori rispetto a quelle di cui si godeva al di fuori. Le popolazioni urbanizzate secondo questo modello proto-carcerario tendevano quindi, appena potevano, a scappare e questa dialettica è andata avanti fintantoché ci sono state terre libere a permettere la sussistenza dei transfughi. Forse in quella zona di penombra – dove le gerarchie non erano ancora arrivate e già qualcuno le fuggiva – la storia è stata guidata da costellazioni che, per un po’, sono tramontate dal nostro orizzonte.
Poi, certo, le costellazioni sono oggetti strani… Le vediamo, ma non esistono. O meglio, esistono per pareidolia, per via della nostra tendenza a “chiudere le forme” e a vedere, nel casuale, ciò che ci è già noto, come nel gioco delle nuvole. Quel che dell’Alba si vede mettendosi nel punto ottico descritto sopra potrebbe benissimo essere un effetto del genere. Ma questa non è una buona ragione per disamorarsi della figura che compare. Come insegna Enzo Melandri, infatti, ogni fondamento culturale, ogni presupposto ontologico è, in ultima istanza, una scelta, qualcosa che a un certo punto appare e che si decide di seguire. Ivi incluso il Progresso, infaustissima fra tutte le pareidolie, che continua ad avvincerci nonostante 200 milioni di morti da colonialismo, la disciplina di fabbrica, l’inquinamento planetario, la depressione di massa, le guerre mondiali, i totalitarismi, i campi di sterminio, i genocidi in diretta streaming. Questo per dire che se anche quella che balugina dall’Alba di tutto fosse solo un’illusione ottica, varrebbe comunque la pena di usarla come stella polare, perché apre rotte assai più belle di quelle che, da tre secoli, inseguiamo.



