di Franco Pezzini
Diego Pellizzari, Diaboli virtus, Polidoro, pp. 288, € 16, Napoli 2026.
«Senti: e se fosse veramente il diavolo?».
«Allora la vita eterna esisterebbe già, e tanto meglio».
A metà anni ottanta, durante il servizio civile, lavoravo a Torino nel centro studi degli obiettori entro il vecchio – ora abbandonato – palazzo dell’Arcivescovado. Alla televisione era stato programmato in prima serata, sospetto con qualche sforbiciata alle scene più dure, il film L’esorcista: e come tutte le volte che passava in Rai piovevano in Arcivescovado telefonate di esaltati. “Signora, il diavolo ha di meglio da fare che spaventare lei” se ne sarebbe uscito un giorno, esasperato all’ennesima telefonata, un prete della cancelleria. Questo per dire che un film come quello di William Friedkin, 1973 – un oggettivo capolavoro del cinema (regia, interpretazioni…), come avrei potuto apprezzare rivedendolo anni dopo su grande schermo alla presentazione del director’s cut, che pure aggiungeva ben poco – ancora a distanza di tempo e in un mondo completamente ridisegnato conservava intatta la sua capacità di scuotere. Per mantenerla in qualche modo ancor oggi.
Lo shock culturale rappresentato dall’apparire del romanzo The Exorcist di Blatty, 1971, e amplificato all’ennesima potenza dalla trasposizione cinematografica, è stato ampiamente studiato: di lì una serie di ricadute sia nell’immaginario diffuso che nello specifico del cinema horror (di fronte alla piccola Regan che smania le sue pazuzerie, i vecchi mostri gotici degli anni Sessanta non potevano che ritirarsi in buon ordine), a ricordare che la paura fondamentale dell’alterità che invade ci riprecipita in realtà lontanissime. Quando in fondo – nel mondo antico mediterraneo delle pitonesse (“spose del pitone”, e cerchiamo di contenere i freudismi che sorgono spontanei) come peraltro ancor oggi in culti sincretisti afroamericani – la possessione può risultare fenomeno persino desiderato, cercato, carico di senso per la comunità per quanto gravido di una sfigurante alienazione dei tratti umani. La lettura è ovviamente diversa nell’Occidente ex cristiano, tanto più dopo quelle convulsioni all’alba dell’età moderna che vedono la possessione arruolata come arma mediatica nei conflitti di religione: Loudun eccetera. Fine del preambolo: seguiranno spoiler.
Finalista alla 37esima edizione del Premio Calvino, l’autore di Diaboli virtus presenta per la collana polidoriana “Interzona” diretta da Orazio Labbate un libro molto bello, insieme drammatico e a tratti ironico, coltissimo e sottile, cupo e scintillante d’intelligenza.
Potremmo partire dalla vecchia riserva che la critica questurina saettava sui film horror, che farebbero malissimo alla società: considerazioni spesso di una rozzezza moralistica e una superficialità psicologica sconsolante. In questo romanzo se ne sviluppa invece il controcanto intelligente, legato al peso dell’immaginario e alle sue capacità di risposta su Homo narrans – noi, “la grande scimmia con la mente narrativa” (Jonathan Gottschall), che tutto converte in narrazione e percepisce così realtà ed esistenza – alle fratture di un mondo contemporaneo.
Come considerava l’autore in una videointervista, chi è cresciuto all’interno di un’agenzia di formazione quale quella cristiana e a un certo punto se n’è distaccato, può sentirsi in qualche modo orfano. Il legante tradizionale che dava senso alle esperienze di una vita – belle o brutte, comprese le più drammatiche, da leggere in chiave provvidenzialistica – viene cioè a mancare, da cui la ricerca di risposte laiche.
Così, quando il giovane italianista Andrea che insegna letteratura medievale all’Università di Grenoble e pure gode di un status non disprezzabile (un lavoro di prestigio per quanto precario, un partner che lo ama, una ex partner con cui mantiene un profondo legame di amicizia) si rende conto confusamente di una serie di drammatiche fenditure nella sua vita profonda – trincee emotive, affettive, identitarie dove si sente irrisolto e soffocato, ma non abbastanza maturo per reagire – queste precipitano in una chiave che le vecchie fantasie da film horror e gli studi delle sue giornate (Dante compreso, col suo Inferno) offrono su un piatto d’argento. Conati da una ricerca in latissimo senso spirituale fanno talora capolino, ma Andrea non se la permette, e restano suggestioni nostalgiche o estetiche; mentre la rabbia delle infinite occasioni in cui deve trattenersi, ogni giorno, per non ferire troppo gli altri che lo invadono, per accettare quei compromessi affettivi di cui è piena la vita quotidiana, per trovare un equilibro tattico tra l’Io e tutti i suoi condomini di piani alti e bassi (super-Io, Es…) si accumula ingrossando le basse interiori.
Così all’improvviso e con sempre maggior forza inizia a essere tormentato da una fobia grottesca, che lo vedrebbe insidiato in casa e fuori nientemeno che dal diavolo. Nella forma oltretutto più pop che si possa immaginare, quella della bambina posseduta del film L’esorcista con le sue smorfie gorgoniche e i cachinni, la sua carica divorante di non-senso e l’irriducibilità a risposte psicologistiche (Andrea oltretutto non cerca aiuto in tempo presso specialisti, solo in forma amicale nell’ex-partner). Finendo effettivamente posseduto – qualsiasi cosa il termine significhi – e infine schiantato dallo tsunami fisico che l’esperienza comporta.
Il romanzo, di scrittura elegante e colta, fitta di richiami letterari e cinematografici, è molto più sottile e ironico di quanto la presente sintesi possa far pensare. Non abbiamo alcuna prova che qualche demone sovrannaturale insidi il Nostro, a dispetto dell’eruttare dal suo profondo di un’anti-personalità incarognita e maligna: la lettura fa venire alla mente l’interpretazione offerta da un teologo a riguardo dei demoni possessori – distinti dal diavolo in quanto tale, perché non avrebbero potere di tentazione limitandosi a un impatto brutale su corpo e psiche – come forze di questo mondo. In effetti il dramma del povero Andrea grida ferite di questo mondo: la difficoltà di accogliere se stesso e la propria omosessualità, il rapporto non maturo con una famiglia infelice (madre nevrotica grave, padre malamente separato e affettivamente carente, che non accetta la sessualità del figlio e in qualche modo lo nega), una ricerca di lavoro all’estero vissuta a tratti come esilio, le relazioni con partner difficili, fragili, sfinenti o meramente occasionali, il tradizionalismo becero di un ambiente che non riconosce il suo compagno (perché la relazione è omosessuale) e considera ancora fidanzata la ragazza precedente, alcuni eventi critici come il suicidio di una studentessa e un contesto generale di inquietudine sociale, l’incapacità di definirsi e una sensazione devastante di peso sulle spalle.
Come si sentirà dire, “[…] il fallimento vero è lasciar cadere i segni che premono dentro di noi” – e dentro di lui i segni premono eccome, ma non riesce a trovarvi se stesso. Di qui un’esplosione – il nome è Legione, perché gli “spiriti” sono tanti e non basta smascherarne uno – che di fronte ai singoli problemi sul tavolo può sembrare paradossale, eccessiva, ma in fondo resta all’orizzonte della stessa vita che conosciamo e dei fili sottili dei suoi equilibri e delle sue prove. Non tanto a significare che potremo trovarci domani “posseduti” (mettiamo pure le virgolette, ma il termine presenta uno stimolante ventaglio di significati e implicazioni), quanto che la frantumazione che depersonalizza e ci spossessa di noi stessi è un rischio concreto per qualunque persona di media sensibilità, tanto più in tempi come i nostri, che troppo spesso paiono in balia di un Divisore.
E a questo punto le storie eccellenti – o pretese per tali – sono lì a offrire chiavi, per nostro aiuto o invece distruzione: se poi in questione è il diavolo, persona o funzione che sia, anche solo per una sedimentazione bimillenaria dell’archetipo nel nostro inconscio pare imprudente fidarsene. È pur vero, provoca l’autore, che il rapporto con la cultura può persino descriversi con il linguaggio della possessione: ci possiede, la possediamo, possediamo gli altri trasmettendola… Anzi il diavolo può essere un altro nome per la Musa, forza che invade gli autori sussurrando loro le storie col contagio da un’opera all’altra (ecco allora la lettura intelligente del rischio portato da certi horror, che destano forme critiche e rivoluzionarie, da usare con saggezza): un daimon che intercetta nel profondo di ciascuno di noi quel quid inespresso, represso e demonizzato in dialogo con l’inconscio, che per essere reso narrazione richiede però un lavoro cosciente e meditato di intensa elaborazione. Come avviene, va detto, in queste pagine.
Introiettiamo le storie con le loro morali, le inquietudini, vertigini e paure che cercano di decifrare: corrono come torrenti entro le nostre faglie a disegnarle in porzioni di territorio mentale, si propongono di interpretarle per nostro conto e a volte ce ne offrono maschere congrue. L’esorcista è solo una di queste storie e non priva di significato: ce ne sono senz’altro di più pericolose, vedendo a cosa la gente vada dietro. Ma di narrazioni abbiamo bisogno in quanto specie: l’importante è accoglierle in forma vigile e attiva, nel contemplare sempre più spesso col passar degli anni le nostre fratture, i dolori che ci ulcerano e magari – diciamolo senza vergogna, anche se magari è impossibile lasciarci andare – la voglia di piangere. In forma vigile e attiva: altrimenti occuperanno il nostro immaginario, scatenando magari una rabbia distruttiva e iconoclasta verso chi ci sta attorno, i grugni assisi sulle alte poltrone, la società tutta e in ultima istanza noi stessi.



