di Gioacchino Toni

Eliana Di Caro, L’anno della Davis. Il 1976 e l’Italia che cambia, il Mulino, Bologna, 2026, pp. 192, € 15,00 stampa, € 10,99 e-book

A cinquant’anni di distanza dal 1976, attingendo alla cronaca dell’epoca, a fonti archivistiche e alle testimonianze del politico socialista Giuliano Amato e del tennista Paolo Bertolucci, la giornalista Eliana Di Caro ricostruisce nel suo libro L’anno della Davis (2026) l’intrecciarsi in quell’anno della vicenda sportiva, che vede la discussa partecipazione della nazionale maschile di tennis alla finale di Coppa Davis nel Cile di Pinochet, con la vita sociale e politica italiana.

In un’Italia alle prese con una grave crisi economica e con una forte conflittualità sociale, in ambito istituzionale il 1976, oltre a essere l’anno in cui viene inaugurata la fantasiosa formula del “governo della non-sfiducia” e in cui viene istituita una commissione parlamentare d’inchiesta per far luce sullo scandalo Lockheed, è anche quello di alcune prime volte importanti: la presidenza della Camera dei deputati viene assegnata a un esponente del Pci, Pietro Ingrao, e viene concesso un ministero a una donna, la democristiana Tina Anselmi. L’attribuzione della terza carica dello Stato a un comunista e del dicastero del Lavoro a una democristiana proveniente dall’esperienza della Resistenza denotano una, per quanto tiepida, apertura nei confronti della sinistra. Inoltre, nella scelta di assegnare un ministero, quello del Lavoro, a una donna, sin da subito impegnata nella preparazione di una legge sulla parità di genere in ambito lavorativo, è possibile cogliere una piccola concessione alle lotte delle donne che riempiono le piazze e che negli anni precedenti avevano portato alla riforma del diritto di famiglia e al mantenimento, per via referendaria, della legge sul divorzio.

L’Italia del 1976, ricorda l’autrice, è anche quella in cui prendono il via due processi destinati a scuotere il Paese: uno relativo al “massacro del Circeo” e uno al caso delle “schedature Fiat”. Il primo si riferisce a uno dei più efferati e brutali crimini commessi contro le donne, in questo caso compiuto da giovani della “Roma bene”, mentre nelle piazze il movimento femminista denuncia l’arretratezza culturale di un Paese che si ostina a considerare quello della violenza sessuale come un reato contro il buon costume e la moralità pubblica. Il secondo, in cui si battono caparbiamente l’avvocata Bianca Guidetti Serra e il collega Pier Claudio Costanzo, riguarda un’opera ventennale di schedatura degli operai Fiat, portata avanti dall’azienda con il concorso delle forze dell’ordine, venuta alla luce nel 1971, un anno dopo l’entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori. A segnare il 1976 è anche la tragedia di Seveso, uno dei più gravi incidenti ambientali della storia italiana, che induce il governo ad autorizzare le donne a ricorrere all’aborto terapeutico, in un periodo in cui si fa sempre più serrata la campagna a favore della legge di regolamentazione dell’interruzione volontaria di gravidanza, che verrà approvata due anni dopo.

Tratteggiato il contesto politico e sociale italiano, l’autrice passa poi a ricostruire l’universo tennistico degli anni Settanta entro cui si iscrivono le vicende che conducono al trionfo di Santiago del Cile. Si può dire che Di Caro allarghi e integri la ricostruzione offerta dalla fortunata serie documentaria televisiva Una squadra (2022), diretta da Domenico Procacci, approfondendo le personalità dei componenti della compagine italiana a partire dai tennisti – Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli – e dal loro non facile rapporto con il capitano non giocatore Nicola Pietrangeli, incline a cercare per sé il centro della scena, fino al responsabile tecnico Mario Belardinelli, direttore del Centro di Formia, da cui è passato il meglio del tennis nazionale.

L’agognata possibilità di conquistare la celebre “insalatiera d’argento”, messa in palio dal torneo, si trova tuttavia a fare i conti con la particolare situazione politica del Cile, paese ospitante, dove, soltanto pochi anni prima, nel 1973, il colpo di Stato condotto dal generale Pinochet, con il sostegno statunitense, aveva instaurato una feroce dittatura dopo aver abbattuto il governo di Unidad Popular di Salvador Allende, suicidatosi per non consegnarsi nelle mani dei militari. A livello internazionale, il golpe cileno ha importanti ricadute anche in ambito sportivo: nel novembre del 1973 l’Unione Sovietica si rifiuta infatti di giocare la partita di ritorno contro il Cile, valevole per la qualificazione ai Mondiali di calcio tedeschi, consentendo alla formazione sudamericana la farsesca vittoria ottenuta scendendo in campo senza avversari. Rinunciando nuovamente nel 1976 a confrontarsi con una rappresentativa cilena, stavolta in ambito tennistico, nella semifinale di Coppa Davis, l’Urss offre, suo malgrado, l’opportunità ai sudamericani di disputare la finale in casa propria.

La possibilità di giocare la finale di Santiago, conquistata dalla squadra azzurra sconfiggendo l’Australia nell’altra semifinale, in un’Italia scossa da forti contrapposizioni politiche e sociali, apre un acceso dibattito circa l’opportunità di prendere parte all’evento. Gli eventi cileni scuotono profondamente il panorama politico italiano, soprattutto le forze progressiste e della sinistra più radicale, tanto da spingere i vertici del Partito comunista a procedere con maggior celerità con il progetto del compromesso storico e indurre gli ambienti extraparlamentari ad aprire una riflessione sui processi rivoluzionari.

È in questo clima che prende il via l’acceso dibattito sulla trasferta cilena del 1976. Andare o non andare in Cile, sotto la dittatura di Pinochet? Giocare nonostante tutto o rinunciare, lasciando però la scena al regime? Alla discussione prendono parte non solo esponenti del mondo sportivo e della politica istituzionale, ma anche i media e l’opinione pubblica, all’interno della quale sono particolarmente attivi gli ambienti extraparlamentari. Si crea così un clima di accesa contrapposizione tra un vasto movimento contrario alla disputa dell’incontro, da una parte, e un universo politico-sportivo saldamente arroccato nella sua tradizionale difesa della “neutralità dello sport” insieme ai settori più conservatori della società italiana, intenzionati a mantenere l’universo sportivo al riparo dalle “ingerenze” progressiste, pur senza sostenere necessariamente il regime cileno, dall’altra.

Non è la prima volta che l’universo sportivo italiano viene “turbato” da episodi di protesta. Manifestazioni di dissenso invadono l’ambito dello sport sin dalla fine degli anni Sessanta, soprattutto in occasione della partecipazione italiana ai Campionati europei di atletica leggera di Atene del 1969 nella Grecia dei colonnelli, saliti al potere pochi anni prima con un colpo di Stato. A partire dai primi anni Settanta, poi, una serie di contestazioni di carattere antifascista tocca gli ambienti del rugby, i cui vertici federali sono strettamente legati all’universo dell’estrema destra. Le proteste si moltiplicano in occasione di una tournée della nazionale italiana di rugby nel Sudafrica dell’apartheid e della prevista trasferta sul suolo italiano degli Springboks, poi annullata sulla spinta delle mobilitazioni. Il problema della partecipazione di una rappresentativa italiana a un evento sportivo in Sudafrica si ripropone nel 1974, in occasione della semifinale di Coppa Davis a Johannesburg, senza che, in questo caso, le proteste fermino la trasferta.

“il ronzino” 1976

Nonostante, come detto, sport e politica si siano già intrecciati più volte in Italia, il caso della finale di Coppa Davis del 1976 in Cile assume un’inedita rilevanza. Nel volume L’anno della Davis, Eliana Di Caro ricostruisce puntualmente le prese di posizione dei partiti politici italiani. Se la Dc del presidente del Consiglio Giulio Andreotti preferisce mantenersi a lungo in silenzio sulla vicenda – il ministro degli Esteri Arnaldo Forlani fa intendere la “non contrarietà” del governo alla trasferta, ma l’esecutivo evita accuratamente di pronunciarsi ufficialmente –,il Pci di Enrico Berlinguer e il Psi di Bettino Craxi, attraverso i rispettivi organi di stampa «l’Unità» e «l’Avanti!», si esprimono negativamente nei confronti della partecipazione italiana alla finale in Cile.

A voler giocare la finale sono i tennisti, con il capitano della spedizione Pietrangeli che si espone pubblicamente in ogni occasione per ribadire l’assoluta necessità che la politica non entri nello sport anche se, come non mancano di segnalare gli oppositori alla trasferta, questa, in realtà, vi è già entrata, essendo la finale di Santiago un’indubbia occasione per il regime cileno per rompere l’isolamento internazionale e far finta di nulla significa, di fatto, accettarlo acriticamente.

Salvo rare eccezioni, a sostegno della partenza italiana per il Cile è buona parte della stampa sia sportiva che di opinione. A pronunciarsi esplicitamente a favore della trasferta sono «Stadio» e il «Corriere dello sport», mentre la «Gazzetta dello sport», tendenzialmente restia ad affrontare questioni non strettamente inerenti agli aspetti sportivi, dopo aver espresso inizialmente perplessità sull’opportunità di partecipare all’incontro, con l’avvento, a novembre, del nuovo direttore Gino Palumbo, adotta una linea più prudente.

Le prese di posizione pubblicate dai principali quotidiani nazionali non solo suscitano accesi dibattiti tra l’opinione pubblica, ma anche serrati confronti tra i giornalisti delle diverse testate. Che la finale cilena non possa essere derubricata come questione esclusivamente sportiva, come sostengono diversi commentatori, ma evidenzi risvolti di carattere politico, è riconosciuto, ad esempio, da autorevoli firme della «Stampa», mentre invece il «Corriere della sera» pubblica corsivi esplicitamente favorevoli alla trasferta, in linea con gli interessi economici di diversi gruppi industriali italiani, tra i quali la Fiat, che non hanno alcuna intenzione di incrinare i rapporti commerciali con il Cile, indipendentemente da chi lo governa.

Dalle pagine della neonata «Repubblica», il direttore Eugenio Scalfari – in linea con l’intenzione di promuovere una “modernizzazione” delle forze progressiste italiane indirizzandole verso posizioni più liberali – coglie l’occasione per ribadire come alla richiesta del rispetto dei diritti umani in Cile debba corrispondere un’analoga pretesa nei confronti della Repubblica democratica tedesca, alle prese con episodi di repressione nei confronti di intellettuali dissidenti. All’intervento del direttore di «Repubblica» risponde direttamente «l’Unità» accusandolo di avere fornito un inatteso aiuto a Pinochet con la sua equiparazione tra il Cile fascista e la Ddr comunista. Il confronto tra le testate continua poi con Scalfari che, intendendo rimarcare l’equidistanza della sua testata, critica sia il «Corriere della Sera», per il suo trincerarsi dietro l’anacronistica difesa della neutralità dello sport, sia «l’Unità», per il suo ostinarsi a non pretendere il rispetto dei diritti umani anche nei paesi del blocco socialista.

In ambito giornalistico, posizioni contrarie alla partita vengono espresse da alcuni giornalisti del «Giorno», del «Corriere d’Informazione» e del «TG2» diretto da Andrea Barbato, mentre la Federazione nazionale della stampa lancia un generico invito ai giornalisti a dar conto del significato politico della trasferta. Alla vicenda il «Giornale Radio Rai» dedica un confronto tra Giancarlo Pajetta per il Pci e Riccardo Lombardi per il Psi, esponenti politici delle forze di sinistra, Pietrangeli e Barazzutti, della squadra azzurra, e Gian Paolo Ormezzano, direttore di «Tuttosport», unico quotidiano sportivo che concede spazio alle proteste contro la spedizione italiana, orientato a sostenere una “partecipazione critica” dei tennisti a Santiago, invitandoli a manifestare qualche forma di dissenso nei confronti del regime attraverso gesti simbolici.

A pronunciarsi invece espressamente per il boicottaggio della finale è un fronte variegato: le formazioni della “nuova sinistra”, attraverso i loro quotidiani («Lotta Continua», «il Manifesto» e il «Quotidiano dei Lavoratori»); il Comitato Italia-Cile; gli enti di promozione sportiva (Uisp, Csi, Aicas), la Federazione Cgil-Cisl-Uil; l’Flm nazionale e altri sindacati di categoria; numerosi comitati operai e consigli di fabbrica; diverse giunte locali; l’Anpi; le associazioni degli esuli politici cileni e il gruppo musicale degli Inti Illimani, rifugiatosi in Italia; sportivi come Cesare Maestri, Franco Cordova e Ivo Mazzucchelli; personalità del mondo del cinema, come Gillo Pontecorvo e Nanni Loy, e della musica, come Domenico Modugno, Claudio Abbado e Luigi Nono.

Pur opponendosi, come detto, alla trasferta cilena, il Pci tende a smarcarsi dall’idea del boicottaggio proponendo invece che l’incontro si giochi in campo neutro. Condivisa da esponenti della sinistra democristiana come Guido Bodrato, questa linea, a cui fanno da megafono i corsivi de «l’Unità», è considerata dai vertici del partito di Berlinguer in linea con la necessità di palesare una ferma condanna del regime di Pinochet mantenendosi in difficile equilibrio tra le ragioni delle piazze ostili alla trasferta cilena e il desiderio popolare di far giocare la finale alla squadra italiana. La proposta del campo neutro è dettata evidentemente più da esigenze di equilibrismo politico che non dall’idea di una sua effettiva praticabilità, tanto da non essere nemmeno presa in considerazione dalle autorità cilene, smaniose di sfruttare la finale casalinga come occasione per rompere l’isolamento internazionale della giunta.

Nei primi giorni di dicembre il Consiglio Nazionale del Coni, pur avallando le posizioni favorevoli alla trasferta della Federazione tennistica, rimette la scelta nelle mani del governo il quale, a stretto giro, in nome dell’autonomia dello sport rispetto alla politica, si limita a dichiarare di “non opporsi” alla partenza della squadra italiana per il Cile. È in questo frangente che, inaspettatamente, i vertici del Pci cambiano la posizione del partito dando implicitamente il via libera all’incontro.

Man mano che la finale si avvicina, su indicazione dei suoi vertici, il Pci è tenuto al non facile compito di ammorbidire la sua posizione mantenendo al contempo il legame con le piazze che premono per il boicottaggio; basti pensare che, come ricorda Di Caro, ancora il giorno precedente il volo con cui la squadra raggiunge Santiago, dalle pagine de «l’Unità», l’allora responsabile della Commissione sport del partito Ignazio Pirastu, continua a criticare la Dc per non essersi pronunciata né in un senso né nell’altro mentre il suo partito, a quelle date, ha di fatto accettato la partenza degli azzurri. Gli equilibrismi politici dei vertici del Pci, impossibilitati a condividere pubblicamente i dietro le quinte, non preservano il partito dai malumori della base e dalle critiche della formazioni più radicali che leggono nel cambio di linea un riflesso della politica dell’astensione perseguita nei confronti del governo Andreotti.

“Lotta Continua”, 21 dic 1976

A fare luce sull’inatteso cambio di linea dei vertici del partito comunista è una testimonianza del responsabile dello sport Pirastu, pubblicata nel volume Coppa Davis. La vittoria!, uscito nel 1996, in occasione del ventennale della vittoria azzurra, di cui Di Caro riporta alcuni stralci. Stando alle parole dell’esponente politico, il cambio di rotta dei vertici del Pci sarebbe derivato dalle richieste in tal senso pervenute a Enrico Berlinguer e Aldo Tortorella dalla direzione clandestina del Partito comunista cileno, nel timore che il rifiuto italiano potesse compattare l’opinione pubblica cilena intorno a Pinochet. Soltanto a distanza di tempo viene reso pubblico il ruolo esercitato dall’ambasciatore italiano in Cile Tomaso de Vergottini che, dietro le quinte, in contatto con il ministero degli Esteri a Santiago e con il Pci in Italia, negozia la partecipazione italiana alla finale in cambio della liberazione di due esponenti del partito comunista cileno.

A Santiago, in occasione della partita di doppio, Panatta convince il compagno Barazzuti a scendere in campo indossando inconsuete magliette rosse come gesto simbolico di protesta contro il regime. All’epoca tale scelta viene scarsamente evidenziata dalla stampa, intenta, piuttosto, a celebrare la vittoria del trofeo; soltanto a distanza di tempo la cosa verrà enfatizzata fino a trasformarla in una sorta di gesto “riparatore” della “cattiva coscienza nazionale”.

Il 19 dicembre 1976, all’Estadio Nacional di Santiago – ove tre anni prima, durante il golpe del 1973, i militari avevano imprigionato e torturato migliaia di oppositori –, la squadra italiana di tennis alza al cielo la prestigiosa “insalatiera d’argento”, celebrata dai toni trionfalistici della stampa italiana in preda a un tripudio nazionalistico che induce anche diversi giornalisti che pure avevano evidenziato le implicazioni politiche della partecipazione alla finale, a ridimensionarle. Sui giornali, ben presto le celebrazioni lasciano spazio a commenti dal sapore moralistico circa gli ingenti benefici economici che i tennisti, in particolare Panatta, hanno derivato dalla vittoria, soprattutto grazie ai contratti pubblicitari.

In chiusura di volume, Di Caro ricorda come quel turbolento 1976, l’anno in cui le vicende sportive si sono intrecciate come mai prima con la vita sociale e politica italiana, si concluda con il ritorno in Italia in sordina della squadra, alla vigilia di Natale, nel timore di contestazioni, come del resto era accaduto alla partenza. All’aeroporto i campioni non trovano né tifosi in trepida attesa, né esponenti delle istituzioni pronti ad accoglierli. «Siamo tornati come dei ladri», commenta amaramente Bertolucci. Così si conclude una pagina trionfale per lo sport italiano e imbarazzante per il Paese.

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