di Francesco Festa
Daniele Amoroso, Giovanni Chianelli, Alfredo De Dominicis, Alfonso De Vito, Giancarlo Piacci, Primo agosto pioveva. Napoli: cento anni di passione in maglia azzurra, Hoepli, 2026, pp. 286, €22,90.
Si racconta di una frase di Percy Allum – politologo inglese e autore del capolavoro Potere e società a Napoli nel dopoguerra – pronunciata a chiusura di una delle sue epiche lezioni all’Istituto Universitario L’Orientale di Napoli: «Per conoscere l’Italia e la società italiana non bisogna leggere il Corriere della Sera, ma il Corriere dello Sport». Voleva dire che dentro il calcio e dentro tutto ciò che gli ruota attorno si possono leggere pezzi di società che spesso sfuggono ad altre forme di racconto. Appartenenze, linguaggi, aspirazioni, frustrazioni, conflitti, perfino il modo in cui una comunità costruisce l’immagine di sé.
Primo agosto pioveva. Napoli: cento anni di passione in maglia azzurra (Hoepli, 2026) di Daniele Amoroso, Giovanni Chianelli, Alfredo De Dominicis, Alfonso De Vito e Giancarlo Piacci, con la prefazione di Viola Ardone, uscito nell’anno del centenario, è innanzitutto la sintesi perfetta di quanto essenzialmente detto da Allum, e poi è appassionatamente un libro d’amore sul Napoli e su Napoli.
Per incominciare a condividere qualche osservazione, un dato curioso è che il libro è un libro collettivo, in un senso profondo del termine: i nomi degli autori compaiono in copertina e nelle biografie, ma nel testo le singole firme scompaiono, cioè, non viene indicato chi abbia scritto un capitolo o un determinato passaggio. A emergere è un racconto profondamente corale.
La storia dei cento anni del calcio napoletano diventa così la traduzione dei cento anni di storia civile, politica, culturale e sentimentale della città. Le partite, i calciatori, i presidenti e gli allenatori costituiscono una parte di un racconto molto più ampio. Dietro il risultato di una domenica affiora continuamente ciò che accade fuori dallo stadio. In fondo il calcio possiede questa capacità. Pasolini lo aveva intuito quando ne parlava come dell’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo e, in termini differenti, anche Gramsci aveva rivolto l’attenzione a questo fenomeno popolare. Il pallone può essere letto come un rito collettivo, un linguaggio condiviso, un sistema attraverso il quale vengono rappresentati sentimenti, conflitti e forme del senso comune.
C’è, sotto questo aspetto, qualcosa degli studi culturali nell’infrastruttura teorica di Primo agosto pioveva, anche quando Stuart Hall non viene chiamato direttamente in causa. Una delle intuizioni che hanno attraversato i cultural studies è stata proprio la necessità di prendere sul serio fenomeni che una lettura più rigida dei rapporti sociali avrebbe potuto relegare nella sfera della cultura popolare. Musica, televisione, linguaggi, rituali collettivi e calcio contribuiscono a costruire identità, appartenenze, conflitti e rappresentazioni, e fungono anche da sfondo sul quale si svolgono le vicende economiche e sociali.
In letteratura, pochi libri hanno mostrato questa dimensione con la forza di Febbre a 90° di Nick Hornby. Più che un libro sul calcio, è una sorta di antropologia sentimentale del tifoso: l’Arsenal diventa il calendario attraverso il quale l’autore misura la propria esistenza. Le partite scandiscono gli anni, le sconfitte si confondono con quelle personali, le vittorie rimangono attaccate ai ricordi, lo stadio diventa un luogo attraverso il quale leggere sé stessi e la comunità alla quale si sente di appartenere. Hornby mostra, raccontandolo dall’interno, ciò che i cultural studies avevano contribuito a rendere teoricamente visibile: una passione popolare apparentemente marginale può essere una straordinaria lente sulla società.
E su questa intuizione è costruito Primo agosto pioveva, con una differenza decisiva da Febbre a 90°. Se in questo il movimento parte dal tifoso e arriva al mondo che lo circonda, nel nostro dal pallone si arriva continuamente a Napoli. La biografia sentimentale del tifoso napoletano si allarga fino a diventare biografia di una città. Le domeniche, gli stadi, i presidenti, i campioni e le sconfitte non costituiscono una storia parallela a quella civile: diventano uno dei modi attraverso i quali quella storia viene ricordata e raccontata.
Volendo andare oltre, il problema rimanda al rapporto marxiano tra struttura e sovrastruttura e alle successive riletture di quel rapporto. Louis Althusser, attraverso il concetto di «surdeterminazione», aveva contribuito a rendere meno meccanica la relazione tra la base economica e le altre dimensioni della vita sociale. Hall porta questa sensibilità sul terreno della cultura e delle pratiche quotidiane: ciò che viene prodotto nella sfera culturale interviene nel modo in cui una società si riconosce, si struttura in classi, costruisce senso e produce appartenenze.
A Napoli questo passaggio appare ancora più evidente. La squadra entra nel linguaggio della città, nelle relazioni tra le persone, nel rapporto fra le classi, nella rappresentazione che Napoli costruisce di sé e in quella che gli altri costruiscono di Napoli. Il libro lavora proprio su questa sovrapposizione. Esiste una letteratura variegata sul Napoli, in cui convivono almeno tre filoni: memorialistica, cronaca e mitografia. Primo agosto pioveva dialoga con tutti e tre. C’è la memoria di ciò che è stato, c’è il lavoro giornalistico sui fatti e c’è la capacità di trasformare alcuni uomini e alcuni avvenimenti in racconto, simbolo, qualche volta persino mito.
La forza del volume sta nel tenere questi registri dentro una stessa scrittura. E alla base c’è una ricerca storica accurata, sostenuta dal ricorso ad archivi, fonti emerografiche e testimonianze della cultura popolare. Su questo primo livello se ne innesta un altro, narrativo: entrano espressioni napoletane, parentesi ironiche, richiami letterari e citazioni cinematografiche, anche se il rigore della ricostruzione non impedisce al racconto di prendere ritmo e tempi di una lettura scorrevole.
Il libro non procede come una cronologia calcistica tradizionale, nella quale una stagione segue ordinatamente l’altra. Ogni capitolo funziona piuttosto come una stagione della storia del Napoli e, contemporaneamente, come una porzione della storia della città. Ne viene fuori qualcosa che, per metodo e costruzione, si avvicina in alcuni momenti al romanzo storico.
È qui che entrano in campo Giorgio Ascarelli, Achille Lauro, Bruno Pesaola, Antonio Juliano, Ruud Krol, Diego Armando Maradona, fino ad Aurelio De Laurentiis, e tanti altri in un rosario di nomi in cui le figure storiche divengono figure narrative, personaggi attraverso i quali leggere una stagione calcistica, un clima cittadino, un’idea del Napoli e, spesso, un’idea della stessa Napoli. Le loro biografie si intrecciano con quella collettiva e consentono al racconto di passare dalla grande storia all’aneddoto, dalla partita alla politica, dal campo alla strada.
C’è poi un’altra linea che attraversa il volume: il tentativo di liberare Napoli da uno sguardo esterno che per molto tempo l’ha descritta attraverso categorie precostituite. Qui il discorso calcistico incontra alcune domande poste dai postcolonial studies: chi racconta una comunità? Da quale posizione la osserva? Quanto pesa, nella costruzione della sua immagine, lo sguardo di chi la racconta dall’esterno?
La questione riguarda Napoli e riguarda il suo tifo. Città, tifosi, curve, periferie e classi popolari sono stati spesso rappresentati attraverso un repertorio già pronto: arretratezza, violenza, irrazionalità, folklore. È un processo che ricorda, per altri versi, quello analizzato da Valerio Marchi ne La sindrome di Andy Capp.
Marchi parte dalle culture di strada e dalla rappresentazione di ultras, hooligan e gruppi giovanili per interrogare il modo in cui una realtà sociale può essere ridotta a uno stereotipo. Prima ancora di comprendere un fenomeno, gli viene assegnato un nome; prima di indagarne le ragioni, viene costruito il personaggio che dovrà rappresentarlo. Il marginale, il violento, l’ultrà, il meridionale rischiano così di diventare figure semplificate, se non un tutt’uno di cliché, attraverso il quale raccontare una realtà senza interrogarne davvero le condizioni e i rapporti sociali. Primo agosto pioveva prova, a suo modo, a compiere il percorso inverso. Entra nelle culture popolari invece di osservarle soltanto dall’esterno.
Da qui emerge una possibile lettura decoloniale del racconto calcistico napoletano. Non si tratta di trasferire meccanicamente a Napoli categorie nate per interpretare esperienze storiche differenti; si tratta piuttosto di rovesciare la direzione dello sguardo. La città smette di essere soltanto raccontata e comincia a raccontarsi, e il calcio diventa uno dei linguaggi attraverso i quali questa autorappresentazione prende forma.
Del resto, parlare semplicemente dei cento anni della Società Sportiva Calcio Napoli sarebbe storicamente inesatto. Infatti una parte del tifo organizzato preferisce parlare del centenario del “calcio a Napoli”. Il che dice molto. Il Napoli è una società sportiva con una propria storia; il calcio a Napoli è qualcosa di più. Comprende la città che va allo stadio e quella che non ci va, i quartieri, i vicoli, le radio, i social, le discussioni del giorno dopo, i festoni tutto l’anno fra un balcone e un altro, le sconfitte che guastano una domenica e le vittorie capaci di cambiare l’umore del lunedì.
Persino il titolo porta dentro questa articolazione di storie. Primo agosto pioveva è il titolo di una canzone nata dalle mani e dalla voce di Cristian Vollaro, cantautore di strada napoletano, una sorta di menestrello contemporaneo molto amato nel centro storico e scomparso alcuni anni fa. La canzone nasce per strada, viene raccolta dai tifosi, entra nel repertorio della tifoseria organizzata, si diffonde oltre le curve e diventa, poco alla volta, una canzone popolare. Oggi accompagna l’apertura delle partite del Napoli. Il suo percorso procede dal basso verso l’alto: dalla voce di un cantautore di strada alla città, dalla città alla tifoseria, dalla tifoseria allo stadio e infine all’istituzione “calcio Napoli”. E la società giocoforza lo accoglie quando i tifosi lo hanno già fatto proprio. È difficile trovare un’immagine più efficace del rapporto, affettuoso e conflittuale allo stesso tempo, che lega il Napoli alla sua gente.
Società, tifoseria organizzata e tifosi comuni, infatti, il più delle volte hanno parlato lingue differenti. Durante la presidenza di De Laurentiis questo rapporto ha illuminato proprio l’ambivalenza se non il contrasto fra mondi differenti, o in un certo senso fra la città di Napoli e le sue istituzioni. Infatti, l’esempio della canzone di Vollaro e il botta e risposta a fasi alterne fra De Laurentiis e la tifoseria organizzata mostrano l’irriducibilità di uno spirito e un sentimento, ossia, l’autonomia dalla società e dalla sua proprietà: il rapporto tra la composizione sociale e le forme della sua rappresentazione istituzionale. E il centenario ha reso questa distanza ancora più evidente. I festeggiamenti del 31 luglio scorso hanno avuto come protagonisti il tifo organizzato insieme a migliaia di napoletani: una festa autorganizzata sul lungo mare della città. Nei giorni seguenti è arrivato il momento delle manifestazioni ufficiali della società e delle istituzioni: più costruite, solenni, patinate e, agli occhi di una parte della tifoseria, persino troppo pompose o folkloristiche.
Tuttavia c’è un momento nel quale la relazione tra calcio, città e costruzione dell’identità si cementifica ed emerge con una forza particolare: gli anni Ottanta. Napoli entra in quel decennio con la ferita del terremoto del 23 novembre 1980: anni durissimi, segnati dalle conseguenze materiali e sociali del sisma, dalle lotte, dalle trasformazioni urbane e da una città attraversata da esperienze underground che dai margini si impongono nei circuiti ufficiali. Sono gli anni delle controculture, di nuove forme di aggregazione, della scena punk e dei primi spazi autogestiti: attivo tra il 1984 e il 1987, il Diamond Dogs da locale divenne centro nevralgico della scena punk e underground di Napoli e del Sud Italia; così come il Centro Occupato di Cultura Autogestita Tien’a Ment, e a seguire le lotte dei disoccupati e dei senza tetto, il movimento studentesco della Pantera e l’occupazione di Officina 99. La città cerca linguaggi con cui raccontarsi mentre porta addosso le conseguenze del terremoto, della diffusione dell’eroina, delle guerre di camorra.
È in questo scenario che il calcio assume una forza che il semplice racconto sportivo non riesce a spiegare. L’arrivo di Maradona nel 1984 si colloca dentro una Napoli che ha bisogno anche di ricostruire una rappresentazione di sé. Qui l’identity building, la costruzione dell’identità collettiva, acquista un significato concreto. Nei momenti di crisi una comunità cerca immagini, racconti e simboli nei quali riconoscersi. È una sorta di colpo di schiena identitario, un modo per reagire a una condizione di fragilità attraverso un’appartenenza condivisa.
Chi ha incarnato questo connubio, ai limiti di una dimensione consustanziale, fra i napoletani e il pallone è Diego Armando Maradona. L’argentino ha colto la potenza di una città e del suo popolo, alla pari di Masaniello e dell’eco che in Europa ebbe nel Seicento, alla pari dei rivoluzionari che accolgono e fanno proprie le istanze delle classi subalterne, poiché essi stessi dalla subalternità provengono. Infatti la vicenda napoletana eccede rapidamente il calcio. La squadra che compete con le grandi società del Nord, gli scudetti, la Coppa UEFA e la trasformazione di un calciatore in figura quasi mitologica entrano nel modo in cui una parte della città rappresenta sé stessa. La mitografia diventa un capitolo della storia della città. Per sempre.
È forse negli anni Ottanta, più che in qualsiasi altro momento, che si comprende la premessa dalla quale muove Primo agosto pioveva. Il Napoli non corre accanto alla storia della città su un binario separato. Ne assorbe tensioni, desideri, conflitti e rivendicazioni e, a sua volta, restituisce alla città immagini attraverso cui riconoscersi. Vi sono due aneddoti di questa compenetrazione durata suppergiù per un decennio, fra alti e bassi, nel rapporto fra città e istituzioni, incarnate in Corrado Ferlaino, il presidente-tifoso del Napoli. Il primo, il 5 luglio del 1984, durante la conferenza stampa di Maradona.
La conferenza stampa che precede l’evento si svolge nella palestra dell’impianto di Fuorigrotta. La sala è piena all’inverosimile, tutti vogliono strappare una dichiarazione del Pibe. Un giornalista francese, Alain Chaillot, prende la parola per domandare a Diego se sia a conoscenza del fatto che i soldi della camorra a Napoli sono ovunque, anche nel calcio. Insinua dunque, neanche troppo velatamente, che Maradona sia stato acquistato con i soldi della criminalità. Ferlaino non resiste alla provocazione e lo espelle dalla conferenza tra gli applausi dei presenti. Ma non è un caso isolato. Il Mundo Deportivo, quotidiano sportivo spagnolo, aveva salutato l’ingaggio del campione argentino con l’eloquente titolo “Maradona è cosa nostra”. (p. 119)
Il secondo, nel maggio del 1983, in una fase difficile, con Maradona ormai verso altri campi di gioco e lontano dalla sua città.
La città si incupisce di rabbia e di malinconia, trovando parziale conforto in una straordinaria stagione artistica, che ha in Pino Daniele e Massimo Troisi la sua anima blues, ironica e popolare. E per contrappasso si legherà ancor di più alla sua squadra. Ai gol del Napoli, che scandiscono un assalto al cielo del pallone imprevisto e imprevedibile, vibra come un’orchestra di voci e metallo l’infinita distesa di tubi Innocenti, rigorosamente in affitto, che impacchettano la grande parte del centro storico. Nel gioco di vasi comunicanti lo scontro sociale irrompe nello spettacolo calcistico: “Krollocamento Truffa” denuncia un enorme striscione del movimento dei disoccupati dagli spalti del San Paolo (detournando il nome del campione olandese appena acquistato) (p. 100).
E torniamo da dove siamo partiti. Questo è un libro sul calcio soltanto se continuiamo a pensare che il calcio sia soltanto una partita. Se invece lo consideriamo il sismografo del senso comune e il termometro dell’umore popolare, allora Primo agosto pioveva diventa un libro su Napoli: sulla sua capacità di costruire identità, di produrre miti, di litigare con la propria rappresentazione e di trasformare una squadra in una parte della propria biografia collettiva.
Perché a Napoli, se il Napoli vince, la città si sveglia con qualche grammo in meno sulle spalle; se il Napoli perde, arriva quel giorno da odiare: il lunedì da cancellare dal calendario.



