di Walter Catalano

Dikotomiko, Lo specchio nero: I sovranismi sullo schermo dal 2001 a oggi, Dots Edizioni, 2019, pp. 195, €. 15,00.

 

Sotto lo pseudonimo di Dikotomiko si cela un duo di autori – Mirco Moretti e Massimiliano Martiradonna – che, oltre a condurre da tempo sul web un omonimo cineblog senza peli sulla lingua, collabora – in tandem o singolarmente – a numerose riviste di settore fra cui spicca in particolare la benemerita Nocturno. La coppia di critici, com’è puntualizzato sulle pagine del blog, persegue una strada “antagonista” per stile e contenuti: “le posizioni culturali e critiche espresse dal blog non sono proprio di massa, a partire dai film scelti, fino al linguaggio accurato e spietato: lo stile è una scelta politica, sebbene non meramente ideologica o partitica”. Il programma delineato viene ripreso e, se possibile, potenziato anche nell’agile ma denso volumetto pubblicato da Dots Edizioni nell’aprile del 2019: Lo specchio nero: I sovranismi sullo schermo dal 2001 a oggi, in cui Dikotomiko perlustra con entomologica precisione la rappresentazione che del “fascismo del 2000”, il mezzo audiovisivo ha fornito nel panorama mediatico italiano e internazionale. Il termine utilizzato nel sottotitolo del libro è perciò “sovranismo”, perché non è tanto il fascismo storico a interessare ai due studiosi, quanto la sua riproposizione contemporanea, sordida e ipocritamente camuffata, e la descrizione che il cinema, narrativo e documentario, ha saputo darne nell’attualità a scopo di denuncia e di smascheramento.

L’anno scelto per iniziare questa ricognizione è il 2001. L’anno del G8, della “macelleria messicana” della Diaz e di Bolzaneto, l’anno in cui – come Dikotomiko spiega nell’incisiva premessa biografico-generazionale – il fervore no-global delle bandiere arcobaleno, dei “buoni maestri” Naomi Klein, Noam Chomsky, Vandana Shiva, Ignacio Taibo II, del subcomandante Marcos e delle canzoni di Manu Chao, dei film di Kusturica e di Kitano, inizia a segnare il passo, ad involversi e stravolgersi, in una tortuosa e malevola eterogenesi dei fini, ingabbiando la retorica contro i “poteri forti”, la “finanza mondiale”, e il “turbocapitalismo”, nelle formule vuote che la neolingua orwelliana delle nuove destre, liberiste o populiste che siano, saprà riciclare e invertire di segno. L’anno dell’attentato alle Torri Gemelle e della sua diffusione mediatica virale – ben più paradigmatica di quanto il filmato Zapruder dell’assassinio di JFK a Dallas fosse mai stato per le generazioni precedenti – che inaugura l’epoca delle guerre “giuste” e degli “stati canaglia”. “Vecchi fanatismi, nuovi linguaggi, nuove platee da sedurre, e nuovi strumenti per diffondere menzogne, perché il nuovo millennio è l’era dei social network, dei passaparola virali e incontrollabili” – una deriva inarrestabile, secondo Dikotomiko, che ci porta in un progressivo svuotamento di linguaggi e simboli, al 22/07/2011, data del massacro di Utoya, vicino Oslo, quando il neonazista Breivik, travestito da poliziotto, stermina 69 ragazzini ad un congresso del movimento giovanile del partito laburista norvegese: l’odio di un fanatico contro la società multietnica trova consensi e giustificazioni e diventa arma di seduzione di massa. Siamo ormai nell’epoca dell’autoritarismo plebiscitario fondato sull’illusione della democrazia diretta propinata attraverso i social network e Internet. L’età di Putin e Trump, quella che, dopo la cosmesi preparatoria del ventennio berlusconiano, vedrà nell’Italia di Salvini e dei suoi leccapiedi pentastellati, che vuole abrogare il 25 aprile, chiudere i porti, silenziare le opposizioni, blandire la sbirraglia e legalizzare il libero uso delle armi da fuoco, il passaggio dal neofascismo satellitare delle tv commerciali a quello capillare dei tweet sul social.

La rappresentazione dei fascismi e degli antifascismi nella contemporaneità viene delineata individuando film – inclusi fiction, documentari e videoclip – che abbiano colto, prefigurato o seguito queste derive, nel neonazi drama – sottogenere codificato dagli autori stessi di questo libro da American History X di Tony Kaye in poi – nella sottocultura skinhead (in origine non razzista o di destra), o nel neofascismo implicito e forse inconsapevole del neocolonialismo magniloquente di un videoclip apparentemente innocente e nazionalpopolare come Chiaro di Luna di Jovanotti, girato all’Asmara in Eritrea, fra ingombranti vestigia littorie. Le schede, brevi ma penetranti, sono divise in una sezione italiana e in una internazionale e partono dal film del 2000 di Daniele Gaglianone I nostri anni, storia che ricorda un po’ il fumetto Le falangi dell’ordine nero di Enki Bilal e Pierre Christin, nella descrizione di un’ultima sfortunata azione, cinquant’anni dopo, di vecchi partigiani contro vecchi fascisti, memoria della Resistenza e resistenza della memoria contro ogni revisionismo. L’itinerario prosegue anche con qualche inclusione o ipervalutazione sulla quale dissentiamo, ad esempio non ci convince il qualunquismo nazionalpopolare e decisamente ruffiano di Paolo Virzì, orecchiante depotenziato della commedia all’italiana vecchio stile, con Caterina va in città del 2003 o il cabaret intelligente ma frammentario e figurativamente debole del Corrado Guzzanti di Fascisti su Marte del 2006, o ancora il troppo ambiguo macchiettismo del Sono tornato di Luca Miniero del 2018, che qui viene preferito all’originale tedesco Er Ist Wieder Da di David Wnendt del 2015, mettendo in scena il ritorno nel mondo attuale di un redivivo duce al posto del fuhrer del best-seller di Timur Vermes (un’ambiguità forse già avvertibile nel cambiamento di prospettiva del titolo del film italiano rispetto al tedesco: dalla terza alla prima persona). Nessun dubbio invece su Diaz: Don’t Clean Up This Blood di Daniele Vicari, opera irrisolta ma lancinante e meritoria sulle torture sbirresche del G8 di Genova o, sempre a proposito di sbirri, l’ottimo Acab: All Cops Are Bastards di Stefano Sollima del 2012, forse la raffigurazione più autentica del “celerino figlio di puttana”; o ancora i documentari Piazza Vittorio di Abel Ferrara del 2018, che giustappone la realtà multietnica della piazza nel centro del quartiere Esquilino a Roma alle dichiarazioni dei neofascisti durante la visita nella vicina sede di CasaPound; Dove bisogna stare del 2018, ancora di Daniele Gaglianone, che segue le storie di volontariato al servizio degli ultimi di quattro donne, figlie di militanti comunisti, che da Bressanone a Cosenza a Como a Bardonecchia non esitano a praticare la disobbedienza civile per aiutare profughi, clandestini e migranti; o le memorie degli eccidi coloniali perpetrati dal boia Rodolfo Graziani e rievocati nelle interviste a vari intellettuali e storici tra cui Angelo Del Boca di Inconscio italiano del 2011 di Luca Guadagnino.

Nel panorama internazionale invece spiccano Antifa: Chasseurs de skins di Marc-Aurèle Vecchione del 2008, documentario su un gruppo di giovanissimi antifascisti esperti di arti marziali che ripulirono le strade di Parigi dalle teste rasate destrorse tentando di riportare la cultura Skinhead alle sue origini punk, libertarie ed anarchiche; Un Francais di Diastème del 2015, film che racconta il percorso del protagonista da una gioventù skinhead passata ad aggredire arabi e neri fiancheggiando l’estrema destra, ad una successiva presa di coscienza, durante un arco temporale di diciannove anni, che lo allontanerà dalla violenza politica in un riscatto personale (verrà tra l’altro aggredito come “traditore” dalla sua ex compagna) contrapposto all’involuzione esattamente contraria della società che lo circonda; il classico Die Welle di Dennis Gansel del 2008, sull’esperimento sociologico di un insegnante di liceo tedesco che crea un movimento fascista in un gruppo di studio fra i suoi studenti, ma la mise-en-scène si trasforma presto in fascismo vero, il demone esce dalla bottiglia e la sperimentazione si conclude tragicamente; due documentari sull’eccidio di Utoya, il norvegese Utoya 22 juli di Erik Poppe del 2018 e lo statunitense 22 July di Paul Greengrass del 2018; il film danese Broderskab di Nicolo Donato del 2010, che approfondisce nella figura elusiva del suo protagonista la relazione, estetica più che ideologica, fra nazismo e omosessualità, una relazione annosa che risale fino alle origini del movimento, a Ernst Röhm, il capo delle SA, e ai suoi ambigui rapporti con Hitler culminati con la Notte dei lunghi coltelli del 1934; la coproduzione Russia/Regno Unito Pussy Riot: A Punk Prayer di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin del 2013, che ripercorre la storia del collettivo punk/femminista/radicale russo Pussy Riot e i loro atti di guerrilla performance, i più clamorosi dei quali sono stati l’orgia pubblica di quasi 20 persone, diffusa poi senza alcuna censura, organizzata al Museo biologico di Timiryazev di Mosca, contro l’elezione a presidente della Federazione russa nel 2008 di Dmitrij Anatol’evič Medvedev e la protesta “blasfema” contro la rielezione di Putin del 2012 nella Cattedrale di Cristo Salvatore: il film documenta le azioni, l’arresto, il processo e la successiva condanna delle militanti a due anni di carcere; su tutti i molti film inclusi nell’utilissima panoramica compilata da Dikotomiko spicca però soprattutto il capolavoro The Act of Killing di Joshua Oppenheimer del 2012, geniale documentario/mockumentario/found footage/candid camera girato in Indonesia fra i gangsters di Sumatra della Milizia Pancasila che durante il Putsch del 1965 perpetrarono le stragi di migliaia di comunisti cinesi: il regista contatta gli ormai anziani “patrioti” convincendoli a girare un film, apparentemente esaltativo delle loro gesta, in cui metteranno in scena i loro delitti interpretando alternativamente, oltre al loro ruolo di carnefici, anche quello delle vittime, utilizzando nella ricostruzione fittizia scenari e costumi dei loro generi cinematografici preferiti: noir, commedia musicale, romantico, ecc.; l’effetto straniante è micidiale, gli ex torturatori, ora padri e nonni, rugosi e sovrappeso, appaiono buffi, grotteschi, ridanciani buontemponi, addirittura simpatici, e contemporaneamente restano ancora spietati nel rievocare, senza il minimo pentimento ma anzi con orgoglio, le loro azioni omicide al servizio del paese: qualcosa però almeno in uno di loro si spezzerà alla fine, rivelando l’ipocrisia che ha mascherato per decenni il rimosso senso di colpa. Non è un caso che Werner Herzog entusiasta dopo la visione del film incompleto abbia voluto entrare nella produzione per permettere ad Oppenheimer di portare a termine l’opera senza eccessivi problemi di budget.

Grande merito di questo libro è, oltre all’accurata e sottile analisi sia politica che stilistica condotta, il fatto di aver dato pari visibilità e riconoscimento, accanto a film più commerciali e conosciuti, ad altri non meno interessanti ma spesso non distribuiti e passati ingiustamente sotto silenzio. Il lettore vi troverà un’indispensabile guida attraverso una filmografia tutta da scoprire e sulla quale profondamente riflettere.

 

Tagged with →