di Franco Pezzini

Étienne-Léon de Lamothe-Langon, La vampira ossia la vergine d’Ungheria, a cura di Enrico De Luca, illustrazioni di Massimiliano Modica, pp. 348, € 19,90, Oblivium, Vasto (CH) 2026.

Per una lunga tradizione, letteraria e non solo – si parla anche di saggistica pop – il tema del vampiro, in Francia, conosce declinazioni curiose e sfuggenti, meno vincolate al folklore dell’est che in ambito britannico (almeno da Le Fanu in avanti) e frutto di soluzioni più creative ed elastiche in rapporto con revenant da paese cattolico. È pur vero che i primi vampiri inglesi teatralissimi e romantici come Ruthven (poi ampiamente importato in Francia) e Varney si distaccavano in modo sensibile dal vampir del folklore, decisamente meno presentabile in società; ma in un paese non cattolico si aveva minor necessità di fare i conti con definizioni, fattispecie legate alla Chiesa (il Purgatorio, la sorte delle anime peccatrici) ed esorcismi sacramentali dei “papisti”. Solo più avanti arriveranno i formalismi rituali da un altro filone, le tradizioni dell’est, con il ricorso alla fonte Dom Calmet da parte di Le Fanu e il successivo canone stokeriano ex lezione di Van Helsing (entrambi peraltro, Le Fanu e Stoker, autori protestanti irlandesi). Nella cattolica Francia, invece, il vampiro ungherese doveva passare per le mediazioni di una tradizione molto più variegata sul morto che torna, eventualmente dannato: e probabilmente per questo leggiamo le storie francesi con un costante senso di sorpresa.
Come nel testo che apre idealmente le danze di un nuovo marchio editoriale, Oblivium, legato in qualche modo alla meritevole Caravaggio e al lavoro di Enrico De Luca: La vampira ossia la vergine d’Ungheria di Étienne-Léon de Lamothe-Langon è un testo dimenticatissimo del 1825, citato nei repertori vampirologici, ed è bello che venga riproposto. In tandem, va detto, con un secondo volume che è invece un’antologia, Trasformazioni. Licantropie e altre terribili metamorfosi (a cura di Michela Pollutri, con la collaborazione di Andrea Gide, pp. 509, € 24,90, Oblivium, 2026), magari meno originale quanto a tema ma apprezzabile per il florilegio non banale e a sua volta molto curato. Entrambi i volumi sono presentati in una veste grafica sfiziosa, con buone traduzioni: quella de La vampira, in particolare, mantiene un fascino anticato che rende la lettura particolarmente godibile.
Cosa può spingere un lettore non specialista della materia – che altrimenti si farebbe comunque un punto d’onore di avvicinare un testo raro – a leggere Étienne-Léon de Lamothe-Langon (1786-1864), scrittore e autore di disinvolti apocrifi nella Francia delle rivoluzioni? A parte il piacere di una bella storia, visto che l’autore riesce a “prendere” in modo vivido (senza offese di sorta, si potrebbe definirlo un Balzac dei poveri, con un acuto gusto per le dialettiche dei personaggi, un amore per lo sfondo postnapoleonico e una buona capacità di tratteggio delle dinamiche di provincia) La Vampire, ou la vierge de Hongrie è un interessante affresco sul senso di colpa, sui guasti legati all’impatto delle guerre napoleoniche e di un certo fatale gusto romantico, sulle riserve mentali e le rimozioni, ma anche sulle incomprensioni e la poca sensibilità nel muoversi a contatto con culture diverse dalla propria. Una sintesi chiarirà meglio.
È un po’ troppo frettoloso l’abbandono di Parigi che nel 1815 il colonnello Édouard Delmont impone alla famiglia per isolarsi in un castello del Lauragais in Occitania: l’angelica moglie Hélène subodora qualche problema, ma accertatasi che non c’entri la politica pensa di poter stare tranquilla. Non sa che prima del matrimonio, durante le campagne militari nell’Europa dell’est, Édouard era stato ferito, ricoverato presso una famiglia ungherese, e aveva giurato eterno amore alla bella Alinska: poi, con la distanza e il tempo, le lettere di costei l’avevano trovato più freddo e alla fine aveva dovuto confessarle di essersi sposato con Hélène. Se prima gli annunci di Alinska di venire a cercarlo in Francia erano promesse d’amore, ora eccoli convertiti in minaccia… Preoccupatissimo, Édouard deve però lasciare il castello per intervenire come conciliatore in un dissidio tra sorella e cognato: e contemporaneamente una misteriosa e bella straniera (un tantino inquietante negli sguardi e di cattiva fama, non segue le regole religiose del villaggio) si trasferisce in una casetta della zona. I bambini ne restano incantati, ma il fedele Raoul, ex-sergente di Édouard divenuto domestico di fiducia, l’ha riconosciuta e tenta invano di avvisare il Nostro: ogni volta succede qualcosa che impedisce l’invio delle sue lettere, e il brav’uomo non capisce che la minaccia è sovrannaturale. Alinska infatti, sull’onda di un carattere eccessivo da stereotipo geografico romantico, si è uccisa in seguito all’abbandono, precipitando in una condizione esistenziale di non-morte. Non seguiamo qui passo passo la vicenda, che vedrà l’esotica vampira mietere vittime nel villaggio e nella stessa casa dello sconsigliato Édouard, fino alla svolta finale: dopo che l’oscura ed enigmatica Alinska ha causato la morte dell’imprudente Hélène – che le ha aperto la casa, per eccesso di benevolenza – e del figlio bambino, l’ineffabile Édouard, anche lui inconsapevole di trovarsi davanti a una non-morta, cade preda del fascino di lei e arriva a sposarla. La sensazione è che l’autore termini la narrazione senza aver chiuso il nodo a tutti i fili: per esempio della bambina della coppia, allontanata da casa per l’avversione riscontrata in Alinska, si dice che Édouard

un mattino mandò Juliette a Tolosa, e la mise a pensione presso le suore dell’Ordine di Malta, illudendosi che la sua separazione dalla figlia sarebbe stata solo momentanea; la Provvidenza decise altrimenti.

“[…] decise altrimenti” in che senso? Non è chiaro, considerato lo sviluppo finale. Poco credibile che il superficialotto Édouard si uccida o muoia di dolore: ma sembra difficile che a morire sia la bambina perché ne saremmo informati. Forse l’autore si è dimenticato, poco male: ma a tratti si ha la sensazione che proceda inventando via via.
Il groviglio emotivo descritto è comunque intrigante. Ci attenderemmo che Édouard, paralizzato dal senso di colpa di un passato che non passa ma anche dal timore di far esplodere la propria famiglia – l’angoscia che l’ha spinto ad autoesiliarsi credendo di rendersi irreperibile – di fronte ad Alinska sia colto dal panico, non che torni a restarne affascinato. Più che di un limite dell’autore nel trattare una storia ipoteticamente angosciosa come commedia grottesca, sembra quasi trattarsi di un flirtare con la satira: e che Lamothe-Langon giochi a mettere in scena un’incapacità dell’eroico ufficiale nel vestire i panni della tragedia – persino quando gli sarebbero offerti su un piatto d’argento. In fondo è un vanitoso, più attratto dalla femme fatale che vuol sedurlo che dalla moglie ormai quieta in ogni senso. A dirla tutta, Édouard è solo un ometto belloccio: certo le contingenze belliche – di ogni tempo – aprono tra i mille guasti alle tragedie private di relazioni sfilacciate (le spose di guerra, quelle promesse prima e che dopo vengono abbandonate o invece impalmano uomini trasformati dai traumi), impegni che la vita impedisce dolorosamente di mantenere, traiettorie umane sbalestrate tra patrie di provenienza e fronti lontani, ma il Nostro ci mette del suo con un atteggiamento sconsigliato e superficiale. È il lettore a stare in ansia per la possibile crisi che Aliska, degna ava delle Diaboliques di Barbey d’Aurevilly, avrebbe potuto scatenargli in casa: e trasecola quando il colonnello torna a fare il galante con l’ospite.
Come pure ci attenderemmo che Hélène, che avrebbe mille motivi per non accogliere in casa una vicina isterica dalle reazioni imprevedibili, a possibile danno dei bambini, cerchi di allontanarla: e invece per buonismo bovino la accoglie al castello nonostante le riserve del fedele Raoul (che non può raccontarle tutta la verità ma non nasconde diffidenza) aprendo le porte a un profluvio di calamità. L’autore sta giocando con lo stereotipo della donna angelicata e – in ultima analisi – insipida e votata a togliersi dai piedi?
In ultimo ci attenderemmo poi che la vampira Alinska, suicida per rabbia e dolore (era arrivata in zona in compagnia di una specie di impresentabile cadavere vivente, che sparirà nel rogo della casetta di lei senza che scopriamo molto di più: del resto Alinska stessa tiene una mano guantata segnata da un ripugnante stigma oltretombale) mirasse meramente alla soddisfazione della propria sete di sangue e di vendetta – mentre il profilo emerge più complesso e melodrammatico. È l’agente – e la vittima – dell’impensata fatalità di un patto stipulato senza comprenderne la gravità? O forse quel bisogno d’essere amata finisce con l’esondare persino dallo statuto di non-morta, rendendola fragile anche in quella chiave? In fondo Alinska è la classica fidanzata morta prima delle nozze e dunque pronta a tornare furente e frustrata.
Certo può essere suggestivo ipotizzare – non esiste prova – che Le Fanu conoscesse questo testo. La reazione di Carmilla ai canti sacri potrebbe far pensare a un’eco dell’avversione al sacro di Alinska, anche se la perfezione formale e la consapevolezza narrativa dell’autore irlandese sono nettamente superiori che in quest’opera godibilissima di un autore che resta minore. Ma la sensazione è che più della conseguenza calamitosa di un patto giurato e violato (una sanzione del Cielo contro il fedifrago?), la potenza mortifera fiati dagli uomini, dalla frustrazione per Alinska di un futuro atteso e abortito, e soprattutto dal senso di colpa che richiama vampiri dalle fosse. Magari sarà capitato anche a chi mi legge: sognare di aver perpetrato qualcosa di gravissimo e indefinito, e di avere quel peso incombente addosso – con sollievo al risveglio. Ecco, La vampira di Lamothe-Langon ci parla di tutti i sensi di colpa che non abbiamo elaborato in chiave razionale, di tutte le persone che magari ce li hanno caricati addosso in una crisi della nostra empatia, di tutti gli impegni che anche solo con la nostra tiepidezza abbiamo tradito. Édouard non tradisce Hélène fisicamente, ma se ne distacca via via per tornare sotto l’incantesimo di Alinska: e quando le ombre di Hélène e del bambino appariranno nel castello, non lo degneranno di attenzione – nuovo cenno al tema d’un senso di colpa che però lui è troppo superficiale per cogliere. Mentre noi, coi nostri sensi di colpa, lo cogliamo benissimo.