di Walter Catalano

Tom Reamy, San Diego Lightfoot Sue, Edizioni Hypnos, pp. 398, 18,90 €.

Davvero una carriera troppo breve quella di Tom Reamy, autore emerso brillantemente dal fandom nel 1974, all’età di 39 anni, candidato al premio Hugo, vincitore del Nebula e del Campbell, collaboratore regolare tra il 1975 e il 1976 di una rivista sofisticata come Fantasy&Science Fiction: fece appena in tempo a completare il suo primo e ultimo romanzo Voci cieche, pubblicato postumo nel 1978, prima che un infarto lo stroncasse improvvisamente nel 1977.

Quasi a rendergli giustizia l’infaticabile Hypnos Edizioni di Andrea Vaccaro traduce ora e inserisce come secondo titolo della nuova collana Novecento fantastico, dedicata alla riscoperta di autori ed opere trascurate (il primo era stato Notte d’ottobre di Roger Zelazny), la sua unica raccolta di racconti San Diego Lightfoot Sue, la cui edizione originale risale al 1979.

I dieci racconti inclusi, più un progetto di romanzo incompiuto, pur non tutti dello stesso livello qualitativo, mostrano una coerenza tematica, immaginativa e stilistica davvero straordinaria e fanno rimpiangere che Lachesi non abbia concesso a questo sfortunato autore tempo sufficiente per confermare e sviluppare ulteriormente le sue esuberanti attitudini visionarie.

Come rileva giustamente Vaccaro nella ben calibrata postfazione al volume, dai testi di Reamy sprigiona soprattutto un sense of Weird, più che un sense of Wonder, che rendono lo scrittore sostanzialmente estraneo alla fantascienza anche quando – come in almeno due dei racconti presenti, Dinosauri e 2076: Blue Eyes – apparentemente ne condivide le forme. Di questi aspetti caratteristici della peculiare declinazione del fantastico praticata da Reamy era perfettamente consapevole anche il suo principale estimatore e mentore, Harlan Ellison, che già li metteva in risalto nella sua accorata prefazione all’edizione originale della raccolta.

Per tematiche, situazioni e ambienti – e questo vale non soltanto per lo scenario circense del suo romanzo Voci cieche, ma soprattutto per la ricorrente, quasi ossessiva, attenzione per il rito di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, per il bildungsroman in chiave fantastico-allucinatoria – l’opera di Reamy è stata accostata a testi come Il circo del Dr. Lao di Charles Finney, Cristalli sognanti di Theodore Sturgeon o Il popolo dell’autunno di Ray Bradbury. In realtà Reamy è segnatamente una sorta di anti Bradbury perché la perdita dell’innocenza viene vissuta dai suoi personaggi più che altro come una liberazione e un riscatto in cui la brama e la curiosità prevalgono senza dubbi sulla nostalgia. Il malinconico sense of loss bradburiano si trasforma in un molto più vitalistico sguardo su nuovi orizzonti: è comprensibile come Ellison meglio di altri abbia pienamente colto e apprezzato questa prospettiva. Ovviamente è il sesso la soglia principale da attraversare per compiere il transito.

Smaniose di farlo e facendolo nei modi e con i partner meno convenzionali possibili – come angeli e mostri – le fanciulle adolescenti di Voci cieche antepongono la sperimentazione alla precauzione; così i giovani maschi di San Diego Lightfoot Sue e di Insetti nell’ambra cercano e trovano fuori dal nido familiare l’auspicata iniziazione da parte di accoglienti e più mature compagne.

Sesso e violenza, così come la descrizione della mostruosità, sono rappresentati sempre in termini piuttosto espliciti, almeno per l’epoca, senza reticenze, anche nel caso dell’omosessualità, affrontata apertamente in Sotto la scritta di Hollywood e San Diego Lightfoot Sue. Non è un caso che l’esordio di Reamy come sceneggiatore cinematografico – sua seconda occupazione oltre alla letteratura – sia stata la partecipazione alla sceneggiatura (attribuita a Michael Benveniste) del film del 1974 Flesh Gordon, gradevole parodia erotica del classico del fumetto fantascientifico Flash Gordon, circolato in Italia come Andata e ritorno dal pianeta Porno (adattamento italiano in cui si perdevano, oltre alle scene più hard, le caricaturali deformazioni dei nomi dei protagonisti: Flesh – carne – invece di Flash Gordon, Dale Ardor per Dale Arden, il Dott. Jerkoff – to jerk off corrisponde al nostro “farsi le seghe” – per il Dott. Zarkoff, reso goffamente come Dott. Vaffa, ecc.…).

Un altro aspetto rilevante, che Vaccaro ben evidenzia in chiusura al suo pezzo, è la quasi totale assenza del male nell’immaginario di Reamy. Il mostro, per quanto orribile e letale, non è mai completamente cattivo: spesso schiavo delle circostanze, a sua volta atterrito, vittima di un fraintendimento o di un eccesso, prigioniero di un ingranaggio di cui non ha colpa, troverà talvolta, se non l’indulgenza e il perdono, almeno la comprensione, forse, anche da parte delle sue vittime. Così perfino la micidiale Twilla, apparente adolescente perfetta; così i bambini assassini di Oltre la gola; così gli incomprensibili “bluebaby” alieni di Dinosauri; così il “vampiro” body horror di Il giovane Detweiler; così l’entità che infesta la classica casa maledetta di Insetti nell’ambra. Anche questo così particolare approccio al negativo contribuisce a delineare una vivida costruzione psicologica e caratteriale dei personaggi che rende originali e attendibili anche le trame più trite e improbabili confermando la piena attualità di un autore molto in anticipo sui tempi, tendenzialmente manichei, in cui e di cui ha scritto.

Nell’ormai indiscutibile panorama letterario portato in luce dal sempre più denso catalogo della Hypnos, si aggiunge il nome di Tom Reamy: una riscoperta da non dimenticare di nuovo.

 

 

 

 

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