di Antonio Merola

Giacevo lì da quando ero nato, solo.
Le pareti erano di un rosso carnario, macabro; la luce penetrava appena, un bagliore tetro la cui oscurità si faceva tanto più fitta, quanto più ci si allontanava dall’oblò.
L’oblò, l’oblò… una sostanza melmosa al tatto, unica fonte di chiaroveggenza: se la si toccava, le mani diventavano appiccicaticce, tuttavia, se ci si guardava attraverso, si poteva scrutare l’esterno e, più in là, da qualche parte, l’esistenza in moto.
La maggior parte delle mie giornate le passavo in quel modo: scrutando. Ma ciò che vi potevo osservare non erano nient’altro che essenze inconsistenti, ombre forse, prive di fisionomia. Questo perché, benché trasparente, la consistenza melmosa dell’oblò impediva alla nitidezza delle immagini di giungere alla mia vista; a vedere era in realtà la mia immaginazione e ogni forma, nella sua totalità, era per me irraggiungibile.
Inoltre, quelle figure non mi si presentavano solo attenuate, ma anche deturpate. Al centro esatto dell’oblò stava un altro oblò più piccolo, compatto e nero, da cui ogni immagine, ogni sfumatura, ogni raggio di luce mi erano negati in maniera assoluta. L’esterno sembrava prostrarsi davanti a quel piccolo muro, cedere di fronte a una compattezza impenetrabile, al tempo stesso assassina e benefattrice della mia capacità visionaria.
Il sonno mi veniva concesso secondo ritmi irregolari; o meglio, ero io a concedermi al sonno. Non avevo su di esso nessun potere. Di colpo infatti, qualcosa oscurava gli oblò e la mia stanza sprofondava in un buio cieco, angoscioso. Quelli erano i momenti casuali che l’esterno mi concedeva per riposare e ai quali avevo adattato la mia giornata.
Sul fondo della stanza giaceva una fessura cespugliosa da cui un’aria densa e calda entrava e usciva continuamente, seguendo intervalli costanti, come costanti erano i momenti della mia vita.
Poi in un giorno qualsiasi, quei rumori. Sembravano esserci più ombre del solito là fuori, l’intero cerchio pareva popolato da creature oscure che la mia mente cercava di definire.
Si muovevano, lente, quasi appesantite, e io dietro, nel tentativo di seguirne gli spostamenti. D’improvviso sparivano e ne comparivano delle nuove – una percezione d’alternanza, che avevo acquisito con il tempo, una capacità di distinzione in funzione di un mero svago; benché il loro corpo non mi si mostrasse per intero, riuscivo a distinguere l’arrivo di una nuova ombra e la sua successiva scomparsa, l’alternanza delle sfumature, l’alternanza delle luci.
Ero completamente assorto da quella visione popolosa che sapeva di astrattezza, nella mia condizione di recluso una fonte di novità non marginale.
Cosa succedeva lì fuori? Chi erano quegli esseri?
Erano come me?
Domande che si perdevano nella eco della mia solitudine, di un me che si trovava con la faccia stampata contro l’oblò, il corpo schiacciato contro l’oblò più piccolo, nell’intento di scrutare con maggiore attenzione: non volevo perdermi neanche un dettaglio di quella meraviglia.
Mentre seguivo con gli occhi quel brulichio di nuances, ecco che qualcosa rumoreggiò da un punto disperso. Era un suono leggero, candido, sfuggevole; da sempre abituato al silenzio, l’avvertii subito, l’udito si fece teso, spiegato.
Con la stessa velocità con la quale si era manifestato, scomparve, facendomi sprofondare di nuovo nel mio isolamento, abbandonandomi a uno stato di curiosità negata.
La speranza dell’ignoto, in tutta la sua maestosità e in tutto il suo fascino, quel giorno si appropriò della sezione della mia mente che era destinata a codificare l’esterno; per farla breve, intuii d’esistere come altro.

***

[…] Trascorsero numerosi momenti di luce e di buio e l’incanto, che quell’evento aveva generato in me, si trasformò ben presto in turbamento. Per un attimo, una frazione di tempo tuttavia significativa, quel qualcosa aveva dileguato la mia solitudine; anche se poi mi era ripiombata addosso con una forza maggiore, stordendomi. Istanti e altri istanti portarono infine alla catatonia della speranza, tornarono le consuete abitudini: l’oblò, l’esterno. Dimenticai l’accaduto, una possibilità di realtà inconcepibile; per autodifesa, trascurai il dubbio.

***

Quel giorno, l’esterno sembrava disabitato: non un’ombra che si spingesse per le vie d’aria. Sconsolato e annoiato, continuavo a guardare attraverso l’oblò più grande, nell’attesa che qualcosa accadesse, quando, d’un tratto, sentii di nuovo dei rumori, quei rumori.
Questa volta però, i suoni si fecero continui, cadenzati, vicini; volevo, dovevo definirne la provenienza. Sapendo con certezza che non potevano giungere da fuori, tesi l’udito verso le tre pareti che formavano il resto della stanza. Alle mie spalle non avvertii nulla. Mi spostai così verso la parete centrale, di fronte agli oblò… ancora nulla. Quando mi avvicinai all’ultimo tramezzo, ecco che percepii quei suoni in modo più nitido.
Cominciai a gridare, giubilante; subito però, l’oblò si oscurò e insieme alla sorgente luminosa, scomparvero anche quei rumori – di nuovo.
Passai la notte insonne, frenetico e in attesa, immobile, disteso contro la parete sanguigna, fiducioso che questa volta, non appena l’oscurità sarebbe svanita, loro sarebbero tornati.
Del tempo, poi l’oblò si spalancò nuovamente seguito una luce grigia che inondò la stanza, facendosi un tutt’uno con i miei sensi in ascolto; io ero la luce, di là il buio.
Tornarono.
Subito, cominciai a urlare con tutta la potenza che avevo, ma i miei sforzi sembravano vani: i rumori, che in alcuni momenti sembravano più vicini e in altri più lontani, non davano alcun segno di risposta.
D’improvviso però, divenne per me indubitabile che quel qualcosa doveva essere qualcuno, una creatura, un essere senziente, e che quel qualcuno si trovava proprio al di là della membrana. Il problema si presentò subito, immediato: come potevo raggiungerlo? Abbatterla era impossibile: ci avevo già provato quando il desiderio di fuggire si era fatto pressante, ma era stato inutile. Nonostante fosse malleabile, era estremamente resistente.
Tutto il resto della giornata la trascorsi disteso a terra, in compagnia di quella melodia, impossibilitato a comunicare, finché non calò nuovamente il sipario e lui sparì ancora una volta.
Ravvolto nel silenzio e nell’oscurità, pensavo al modo di raggiungere l’altra estremità della membrana: avevo il bisogno assoluto di dimostrare a quel qualcuno che anche io esistevo e che le nostre esistenze, seppur parallele, seguivano un destino comune; che non doveva sentirsi unico perché, ad appena qualche centimetro da lui, un altro essere viveva, e gemeva, e scrutava l’esterno dall’oblò, proprio alla sua stessa maniera – e in quel momento, mi balenò in testa un’idea…
L’oblò fu riaperto e, nonostante mi fossi assopito, l’arrivo della luce mi fece subito riprendere conoscenza.
Mi alzai di scatto e mi avvicinai alla fessura dalla quale usciva l’aria calda poi, nel momento in cui questa inondò la camera, urlai, ma non ci fu alcuna risposta.
Decisi così di riprovare, questa volta però nel momento in cui l’aria mancava dalla fessura:
«C’è nessuno?» gridai con quanto fiato avevo in corpo.
Niente.
Stavo per rassegnarmi, quando, nel momento in cui l’aria tornò nuovamente nella stanza, giunse una voce:
«Chi c’è di là?»
Era una voce molto diversa dalla mia: meno rude… di una delicatezza sconcertante.
Attesi di nuovo che l’aria morisse, poi parlai:
«Lo sapevo! Lo sapevo! C’è qualcuno dall’altra parte!»

L’aria tornò:
«Chi sei? Sei tu che fai questi
strani rumori, non è vero?»

Continuammo a parlare seguendo gli intervalli dell’aria:

«Come, anche tu… i miei rumori?»

«Sì… confesso che in un primo momento
quei suoni mi avessero terrorizzata! Ma…»
«Ma tutto questo ti sembra impossibile?»

«Sì! Sai, ho vissuto sola per tutto questo tempo…
(intervallo d’aria)
e non ero abituata alla voce di un altro essere come me…
(intervallo d’aria)
anzi, a dire la verità, non ho mai sentito altra voce
al di fuori della tua, in questo momento.»

Si chiamava Annette e da quel giorno divenimmo inseparabili.
Parlavamo di continuo, di ogni cosa; in particolare, ci piaceva confrontare le nostre percezioni sull’esterno. Così ci lanciavamo contro impressioni come queste:

«Quelle ombre… ogni volta che le guardo,
vengo presa da una strana sensazione.
Credo sia terribile anzi: una terribile sensazione.
Me la sento addosso sempre… su tutto il corpo».

«Per tanto tempo non ho fatto altro che vivere di queste ombre,
ma adesso… adesso ci sei qui tu con me».

Ogni volta che le parlavo, ecco che la mia voce assumeva un tono morbido, soffice come una tenue carezza fonica.
Ricordo che una volta Annette proruppe con una domanda:

«Pensi mai che lì fuori ci possa essere qualcuno come noi?»

Eravamo uguali: avevamo passato intere giornate a descriverci i nostri rispettivi corpi, ed eccetto che per qualche leggera variazione, eravamo certi di appartenere alla stessa specie.
Ben presto, le insegnai a distinguere le venute delle ombre, le oscillazioni della luce e tutto quello che avevo imparato e decifrato riguardo all’esterno; lei, di contro, riempì quegli esseri di nuovi contorni, affascinanti e misteriosi.

«Non pensi che anche quelle ombre
possano essere sole, proprio come noi due?»
«No, non lo penso».

Ero seccato da quel discorso: che non le bastasse la mia presenza?

«Come fai a esserne così sicuro?»
«Vedi Annette, quelle ombre sono numerose,
quelle ombre non si limitano a guardare le sfumature degli altri:
quelle ombre hanno la possibilità di scrutarsi,
faccia a faccia, e se lo desiderano…» feci una lunga pausa: «…di toccarsi».

Molte volte continuavamo a parlare anche quando l’oblò si chiudeva. In quei momenti, nonostante fossimo avvolti nel buio più totale, le nostre voci erano per l’altro come una lanterna nella notte o un braciere nella neve.

«Sai, potrebbero sentirsi sole comunque»
continuò, in un’altra occasione.

«Che intendi?»

«Se tu guardassi più attentamente,
vedresti che quelle ombre sembrano
in perpetuo movimento…
nessuna di loro si ferma mai davanti a un loro simile,
non sembrano scambiarsi alcuna parola l’una con l’altra,
sembrano sole, proprio come noi…»
poi, dopo una pausa, aggiunse:
«Proprio come noi, tanto tempo fa».

A dire il vero, non me ne ero mai accorto. Corsi all’oblò e cominciai a studiare i movimenti di ognuno di quegli esseri: Annette aveva ragione, nessuno di loro sembrava rivolgere la parola a un altro. Allora un profondissimo odio si impossessò di me: come facevano a non accorgersi della loro fortuna?

***

Annette divenne ben presto la compagna perfetta in quel tugurio. Non avevamo molto da dirci riguardo alle nostre esperienze – di esperienze, non ne avevamo; eravamo entrambi nati in quel posto, non ne eravamo usciti. I nostri discorsi erano semplicemente un quadro di percezioni continue, che si mescolavano l’un l’altra, finché, ben presto, la sua sensibilità si impossessò della mia visione analitica dell’esterno.
Una notte, non riuscendo a prendere sonno, la chiamai, ma non arrivò alcuna risposta.
Chiamai ancora, mentre l’ansia cominciava a divorarmi, ma invano.
Il condotto dell’aria sembrava avere un problema. Si era fermato e… non era mai successo prima.
Cominciai a imprecare, ma per qualche motivo Annette non riusciva a sentirmi.
Mi buttai a terra e rimasi così, immobile, per molto tempo. Era ciò che di più caro possedessi, lo capii in quel momento, come capii anche che i nostri corpi non avevano mai avuto la possibilità di sfiorarsi.
Fui preso dall’ira: mi alzai, mi avvicinai all’oblò e imprecai ancora, preso da una furia ancora più immonda.
«Mi sentite maledette ombre? Voi siete cieche, ecco cosa siete!»
Ma, in quel momento, sentii provenire dall’altro lato della parete dei colpi che pian piano diventavano sempre più forti: era Annette. Corsi contro la membrana e cominciai a batterla anche io con i pugni, e a ogni mio colpo, rispondeva un colpo dall’altro lato.
Un furore estremo, un tremolio concitato, accompagnato da una gioia bruciante: ecco cosa mi succedeva da quando avevo Annette nella mia vita.
Passammo un tempo interminabile a quel modo, giorni forse, comunicando attraverso quei tonfi sul muro, finché la fessura improvvisamente non si riaprì e potemmo tornare a godere l’un l’altra delle nostre voci.
«Non voglio che accada mai di nuovo, Annette!»
Quell’avvenimento unì le nostre vite ancor più di quanto non le avesse unite la solitudine. Da quel momento, le nostre conversazioni diventarono più assidue e le tonalità, con le quali modellavamo le nostre voci, avevano la stessa consistenza di una carezza.

«Le nostre anime sono destinate alla tristezza».

«Non dire queste sciocchezze!
Ognuno di noi può contare sulla presenza dell’altro, lo sai bene».

«Sulla voce dell’altro, vorrai dire…»

Quella frase mise in tumulto il mio animo: avevamo pensato la stessa cosa.
Mi avvicinai alla fessura d’aria e provai quello che prima di allora non avevo mai tentato, maledicendo la mia stupidità: allungai la mano in quel buco, tentando con tutta la mia forza di resistere alla pressione dell’aria che tentava invece di uscirne.
«Eccomi Annette, sono qui!» le dissi: «Allunga la mano anche tu!»
Fu in quel preciso istante che, per la prima volta nella mia vita, ebbi la possibilità di toccare qualcuno.

«È così, così…»

«È la cosa più bella che mi sia capitata nella vita, Annette».

Per due giorni e per due notti le nostre mani fecero l’amore. La nostra complicità aumentò, così come il desiderio che avevamo l’uno dell’altra: volevamo esplorarci, volevamo toccarci. Sentivamo il bisogno di possedere il corpo dell’altro, di congiungerli in un’unica e stretta morsa, dalla quale non ci saremmo più disciolti.
I momenti intanto passavano, ma grazie ad Annette avevano assunto dei nuovi colori: la vita si affacciava davanti a me in tutto il suo splendore, stupendamente bella.
Quelle ombre divennero ben presto solo un ricordo lontano e quelle pareti rosse sempre più strette.
«Dobbiamo andarcene da qui, Annette!»
Era notte, le tenevo stretta la mano.

«Non c’è alcun modo di fuggire, lo sai bene».

Aveva ragione, ancora una volta.
Le nostre anime erano davvero destinate alla tristezza: mai avremmo potuto congiungerci, mai avremmo potuto esplorare l’esterno, l’uno al fianco dell’altra…

***

«Annette, stai tranquilla!»

«Ho paura! Cos’è questo rumore?»

Annette era terrorizzata, lo ero anch’io, ma cercavo di non farglielo capire.
Improvvisamente, il pavimento si era messo a tremare: prima le scosse furono leggere, poi sempre più consistenti.
Stringevo la sua mano, eravamo come incollati, quando d’un tratto la sentii tremare.

«Guarda! L’oblò si è appannato, non si vede più niente!»
urlò Annette, unendo ancor più la presa.

Era vero: le ombre erano scomparse e anche ogni altro contorno del mondo esterno.
Cercai di farmi coraggio: dovevo riuscire a calmarla Annette, il suo terrore mi stava uccidendo.
«Stai tranquilla, Annette! Passerà molto presto, ne sono certo. Tutto quello che devi fare è non lasciare la mia…» ma in quel momento la luce, da fioca che era, divenne splendente, inondando la totalità della stanza e strozzandomi ogni altra parola:

«Hai paura?» mi chiese, allora.

Notai che aveva smesso di tremare: forse, quella luce l’aveva distratta.
Stavo per risponderle quando uno scossone, più violento degli altri, trascinò via Annette, che lasciò le mie mani.
Fui preso dal panico: la sentivo allontanarsi e non potevo fare niente per aiutarla. Non riuscivo a scostarmi dalla fessura d’aria e, sebbene cosciente che lei, dall’altro lato, non si trovasse più in quel punto, continuavo a gridarle di stare tranquilla.
D’un tratto però, lo scossone mi fece capitombolare in terra. Intontito, mi rialzai e provai, con passi incerti, a riavvicinarmi alla fessura, ma ogni volta che muovevo un passo, il tremolio del terreno mi faceva ricadere in terra e mi sentivo sempre più risucchiato in direzione dell’oblò.
In quel momento, sentii un colpo alla parete: era Annette.
Aspettai invano un altro colpo, ma non venne.
Quello era un addio.
Ogni tentativo di combattere le scosse era inutile e così mi abbandonai, disteso, a quella forza sconosciuta.
Stavo per schiantarmi contro il piccolo oblò e d’istinto mi coprii il volto con le braccia, precludendomi la vista di quell’orribile spettacolo. Ma prima di sprofondare nel buio, notai che una piccola fessura si era aperta nel lato basso del grande oblò e andava via via ingrandendosi: la luce divenne un bagliore totale e non vidi più nulla. In una frazione impercettibile, il mio corpo fu trascinato fuori da quell’anfratto e io, per non precipitare, rimasi penzoloni a quella fessura. Sentii gridare e mi girai di scatto: vidi Annette nelle mie stesse condizioni, appesa anche lei alla fessura che si era aperta nel suo oblò.
Ci guardammo l’un l’altro per la prima volta.
«Sei bellissima!» le urlai.
Annette mi sorrise e insieme mollammo la presa, precipitando definitivamente all’esterno.

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