di Walter Catalano

Chi ha dimestichezza con la narrativa di Neil Gaiman sa bene quanto sia difficile, parlando di questo poliedrico autore, rinchiuderlo nello schema prestabilito di un genere identificabile: il cross-over, la contaminazione sistematica, il pastiche, sono sempre stati una sua peculiare caratteristica distintiva fino dai già prestigiosi esordi come sceneggiatore di fumetti per la Vertigo, sottoetichetta per adulti acculturati, della DC Comics. Fantasy, Science-Fiction, Horror, mitologia e mitografia, humor nero e neodecadentismo gothic (dalle profonde giunzioni sinaptiche con la musica rock), già caratterizzavano il suo primo personaggio importante: l’ineffabile Sandman, demiurgico protagonista dell’omonima serie fumettistica cult degli anni ’90, uscita per essere precisi, tra il 1989 e il 1996, in 75 albi riuniti poi in 10 volumi. Sandman, o Morfeo, Oneiros, il Plasmatore, il Principe delle storie, Sogno: il dio del sonno insomma, creatura crepuscolare, pallida e allampanata, dalla pettinatura e dal volto fatalmente simile a un incrocio fra David Bowie e Robert Smith, il cantante dei Cure, oltre che Ron Wood e Keith Richards. E con lui la sua famiglia: The Endless – gli Eterni; le sette figure e funzioni che sovrintendono ciascuna a un particolare aspetto dell’esistenza umana. Nell’originale inglese il nome di ognuno di loro inizia per D. In ordine di anzianità: Destiny, Death, Dream, Destruction, Desire, Despair, Delirium.

Proprio in quanto funzioni, seppure personificate, gli Eterni sono addirittura superiori agli dei, perché incarnando e nutrendosi di sentimenti, atti e passioni comuni a tutti gli esseri senzienti e praticamente infiniti, esistono da prima che l’uomo potesse concepire l’idea stessa di divinità e, a differenza degli déi, sono le sole entità davvero immortali. Gaiman, guadagnandosi un meritato scranno fra i grandi visionari, inventa in questo modo una vera e propria cosmogonia. La sua più originale intuizione mitografica procede tutta da qui: i protagonisti di questa epopea a fumetti non sono banali supereoi ma déi di un pantheon caotico in cui convivono e coesistono tutte le mitologie di ogni tempo e di ogni luogo. Gli déi di Gaiman però, come abbiamo già detto, non sono onnipotenti né immortali: esistono fintanto che gli uomini credono in loro, quando la fede dei mortali nei loro confronti si affievolisce anche il dio decade, si spegne e infine muore. La parabola discendente porta la divinità decaduta ad adattarsi, per sopravvivere nel mondo umano, a lavori di bassa lega spesso derivati dalla sua specialità divina (ad esempio un dio dell’Ade può ritrovarsi a fare sulla terra l’impresario di pompe funebri; la dea babilonese dell’amore sensuale, Ishtar, in una storia di Sandman, farà la spogliarellista in un night-club)). L’idea è sicuramente ispirata al grande romanzo horror del belga Jean Ray Malpertuis (1943) – in cui gli ultimi dèi dell’Olimpo, ormai degradati a umili borghesi umani, infestano una casa maledetta, prigionieri di un mago nero.

Il precedente fumettistico di Sandman e questa sua originalissima fantamitologia, ci riportano direttamente all’opera principale dello scrittore britannico: American Gods (2001), premio Bram Stoker nel 2001 e premio Nebula e Hugo nel 2002. Se è in questo libro che il tema mitografico trova la sua più compiuta estrinsecazione, i pantheon e i miti esistenti o inventati, restano comunque il leitmotiv principale della creatività gaimaniana, ricomparendo anche nel meno riuscito Anansi Boys (2005), in cui agiscono gli déi africani, fino all’ultima opera uscita, non ancora tradotta in italiano, Norse Mythology (2017), a tutti gli effetti un trattato mitologico sugli déi Norreni. American Gods riprende un mitologéma comune a tutte le principali religioni politeiste: quello che vede in una sconfinata battaglia cosmica fra entità divine o paradivine, il fondamento iniziale e il sigillo terminale della storia.  La Titanomachia per i Greci; la lotta fra Asi e Vani, e il Ragnarök per i Vichinghi; la Mahabharatha o le peripezie delle nove incarnazioni del dio Vishnu, fino all’avatar finale di Kalki, per gli indù; perfino lo scontro fra le legioni dell’Arcangelo Michele e quelle di Lucifero, e la conclusiva Armageddon, per il (preteso) monoteismo cristiano; ecc.

Nel geniale plot di Gaiman, gli dèi di tutte le mitologie – dal vichingo Odino, all’africano Anansi,  allo stesso Gesù («Gesù se la passa piuttosto bene da queste parti. Ma ho incontrato un tale che mi ha detto di averlo visto fare l’autostop in Afghanistan e nessuno si fermava a tirarlo su. Sai com’è, tutto dipende dal contesto… »),  si alleano per scatenare una guerra all’ultimo (divino) sangue, contro i nuovi dèi della modernità: gli American Gods, del financial share, della Tecnologia, dei Media, ecc. Perché anche gli dèi ormai sono solo emigranti e stranieri: «Venendo in America la gente ci ha portato con sé. […] Siamo arrivati fin qui viaggiando nelle loro menti, e abbiamo radici. Abbiamo viaggiato con i coloni, attraversato gli oceani, verso nuove terre. […] Ben presto la nostra gente ci ha abbandonato, ricordandosi di noi soltanto come creature del paese d’origine, creature che credevano di non aver portato nel nuovo mondo. I nostri fedeli sono morti, o hanno smesso di credere in noi, e siamo stati lasciati soli, smarriti, spaventati e spodestati, a cavarcela con quel poco di fede o venerazione che riuscivamo a trovare. […] Vecchi dèi, in questa nuova terra senza dèi.». Nuovi déi secolarizzati, nati sul suolo americano li stanno definitivamente spodestando e i vecchi rappresentanti delle mitologie tradizionali di tutti i popoli, sotto il comando del più combattivo di loro, il saggio e astuto Wotan o Odino, che dir si voglia, per non scomparire del tutto, sono costretti ad abbandonare rivalità e inimicizie tra loro – ma ci sarà anche chi si lascia corrompere o chi fa il doppio gioco – e coalizzarsi contro il comune nemico che intende usurpare il loro divino privilegio.

Era ovvio che il mondo dell’immagine filmata mettesse subito gli occhi su una storia così accattivante, ma la trasposizione di un testo di tale complessità tematica e figurativa non si prospettava certo come un’impresa facile: dieci anni dopo l’uscita del volume, nel 2011, la HBO annunciò di avere il progetto in lavorazione, ma nel 2014 aveva già gettato la spugna per l’incapacità da parte degli scrittori ingaggiati, di ottenere un adattamento soddisfacente. Nello stesso anno l’opzione passò alla Starz che affidò il ruolo di showrunner a Bryan Fuller, sceneggiatore del team di Star Trek: Deep Space Nine e Star Trek: Voyager, ma soprattutto ideatore di Hannibal, serie ispirata ai romanzi di Thomas Harris, fra le più sofisticate dello schermo, troppo raffinata per oltrepassare il confine della terza stagione. La trasposizione compiuta da Fuller in coppia con Michael Green  (soggettista, tra l’altro, del recentissimo Alien: Covenant di Ridley Scott), scrittore proveniente dal mondo dei fumetti e proprio dalla DC Comics, esattamente come Neil Gaiman, è stata questa volta davvero eccellente – pur nelle amplissime libertà che lo script si è preso nei confronti del testo originale – tanto da conquistarsi l’entusiastica approvazione dello stesso autore del romanzo, che ha partecipato, come produttore esecutivo, alla lavorazione della serie ed ha promesso di scrivere un intero episodio nella seconda stagione già annunciata.

Il cast è stato selezionato con scrupolosa cura, dilatando e sostanziando certi ruoli in funzione della loro iconicità e in particolare enfatizzando, quasi polemicamente, la componente etnica dei vari personaggi: “La cosa che più  mi sconcerta – ha dichiarato Gaiman in un’intervista su Esquire – è constatare come qualcosa che ho scritto 17 anni fa e che mai avrei pensato potesse essere oggetto di discussione, adesso improvvisamente lo diventa. Mi riferisco all’idea che l’immigrazione sia una cosa buona. Che la gente è arrivata in America da tutto il mondo per anni e anni, volontariamente e involontariamente, e ha portato cose meravigliose con sé rendendo questo paese più ricco. Mai avrei creduto si dovesse aprire un dibattito su questo, né polemizzare sul fatto che nel contesto ci fossero personaggi di tutte le fedi, le culture e le tonalità di pelle, perché questa è l’America. Un protagonista meticcio non dovrebbe far discutere, perché questa è l’America”.

E proprio in funzione di una tutt’altro che sfumata presa di posizione anti Trump, lo Show concede molto più spazio del libro agli episodi del “Coming to America“, fantasiosamente dislocati nel tempo e nello spazio, in cui culture ed etnie diverse si avvicendano scontrandosi e mescolandosi: dai siberiani preistorici che si spostano attraverso lo stretto di Bering non ancora sommerso, popolando foreste e pianure antidiluviane; agli esploratori Vichinghi che tentano sfortunati insediamenti a Vineland; dagli africani deportati come schiavi che giungono con la rabbia del loro dio Anansi (con larghe interpolazioni ispirate al romanzo Anansi Boys più che ad American Gods); ai clandestini messicani che passano a nuoto il Rio Grande in compagnia del loro Jesus; ai pregiudicati irlandesi confinati nelle Colonie occidentali a scontare la loro pena; e così via in una moltitudine di sequenze fra le più riuscite della serie.

Trattandosi di una produzione della Starz, quelli di Spartacus, non poteva mancare neanche un drastico potenziamento rispetto al romanzo, che pure non ne è certo privo, della dose di sex&violence: si inizia subito bene fin dal primo episodio con una sanguinosissima battaglia tra vichinghi a base di teste tagliate e occhi cavati; più avanti si può assistere ad un torrido e insolito amplesso della dea africana Bilquis (o Bilqis o Balkis o Makeda, identificata con la biblica Regina di Saba), incarnata nella statuaria bellezza della nigeriana Yetide Badaki, che per nutrirsi dell’eccitazione sessuale dei partner, maschili o femminili, letteralmente se li incorpora attraverso la vagina; due Jinn gay, interpretati dagli attori medio orientali Mousa Kraish e Omid Abtahi, si lanciano poi in quella che può essere ricordata come la scena omoerotica più esplicita mai apparsa sullo schermo tv, con peni ben in evidenza e una finale eiaculazione a lanciafiamme (non sono i Jinn creature di fuoco ?). La giovane e minuta Emily Brownig invece, nella storia moglie fedifraga del protagonista (muore in un incidente automobilistico mentre sta praticando una fellatio al migliore amico del marito), che pure non si era tirata indietro di fronte a ruoli molto scabrosi come nel film australiano The Sleeping Beauty del 2011, per il momento è sempre rimasta quasi del tutto vestita… C’è da precisare comunque che in questa serie – a differenza di altre: faccio solo due esempi: Sense 8 e The Deleted – l’eros, pur senza sottintesi, non è insistito e gratuito, la nudità compare solo quando è funzionale alla trama, e le composizioni figurative dei corpi sono sempre estetizzanti e mai pornografiche: aspetti che accomunano le produzioni più sofisticate via cavo, Starz ed HBO.

Pur con tutti questi arricchimenti, digressioni, interpolazioni e analessi, la fabula del romanzo resta strutturalmente inalterata: il protagonista Shadow Moon, gentile quanto mastodontico mulatto – interpretato dall’atletico Ricky Whittle, attore britannico di origine caraibica – dopo tre anni di carcere per un tentativo di furto in un casinò dove lavorava la moglie Laura (Emily Browning), che lo ha istigato a commettere il “colpo perfetto” e alla quale lui ha evitato la condanna addossandosi tutta la colpa del reato (lo Shadow del libro invece, meno tenero e cavalleresco, ha picchiato a sangue i due complici che gli hanno sottratto la sua parte del bottino di una rapina), diretto a casa si trova accanto in aereo un enigmatico personaggio che si fa chiamare Mr. Wednesday (un nome scelto a caso…perché i due si incontrano di mercoledì, il giorno di Wotan) e che gli propone un ingaggio come guardia del corpo in cambio di un lauto compenso.

Wednesday, anziano ma molto arzillo, sommamente astuto e manipolatore – lo interpreta uno straordinario Ian McShane, che già abbiamo ammirato in Deadwood, American Horror Story: Asylum e Game of Thrones, oltre che in decine di film – si rivelerà a poco a poco (nell’ultimo episodio della prima stagione) nella sua identità divina: come già anticipa il suo occhio guercio e la sua dimestichezza con corvi e impiccagioni, si tratta in realtà di Odino in persona; ed un misterioso e potente  vincolo lega il dio norreno a Shadow, tanto che, per essere sicuro di avere il bel ragazzone al suo fianco abbastanza disperato da non avere più niente da perdere e accettare il patto, il “Signore delle battaglie” ha provocato un tragico e mortale incidente: il fatale scontro automobilistico che ha coinvolto Laura Moon, la moglie di Shadow, impegnata in quel momento, come già abbiamo accennato, nell’imbarazzante attività che tanto ha distratto il conducente, l’amico di famiglia Robbie Burton.

(CONTINUA)

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