di Domenico Mungo

diaz Era necessario scriverlo. Forse, se fosse stato vivo, PPP il suo IO SO lo avrebbe anche dedicato al G8. Magari dalle colonne del Corriere.
Era necessario scriverlo. Tutto quello che ho visto, letto, sentito e… subito a Genova, su Genova, per Genova, da Genova.

Il trauma collettivo repressivo più dilaniante per la mia generazione, troppo giovani per il ’77, troppo infiacchiti dall’utopia degli Anni Novanta in cui l’arcipelago alternativo ed antagonista italiano ed internazionale aveva raggiunto un equilibrio quasi collaborativo con il Sistema capitalistico, che attraverso la più bieca e acquiescente normalizzazione ci aveva reso tanti soldatini da esibizione democratica.

Vedete, li lasciamo anche sfilare, crearsi spazi di aggregazione auto-gestita, pubblicare dischi, libri, film indipendenti, magari peschiamo ogni tanto nel mazzo dei più talentuosi e meno ortodossi e renitenti alle tentazioni e li fagocitiamo nel mainstream facendoci sopra dobloni.
Il Nuovo Ordine Mondiale ha anche bisogno di voi, per paventare pluralismo e libertà. Sempre in accordo con la Questura, altrimenti sò cazzi
.”

E noi credevamo, o meglio, i “leader” credevano e ci facevano credere così.
Gli Agnoletti e Casarini ed i Carusi, destinati ad ingloriose carriere parlamentari, forgiarono serbatoi elettorali per il post G8, sulla pelle dei tonni di Via Tolemaide.
Si ersero a portavoce mai nominati, contrattarono accordi con questurini e sgherri di Stato e minuetti mediatici con la CNN e Rete4, percorsi consentiti e zone rosse, gialle e nere.

Mentre gli anarchici predicavano nel fango.
Consapevoli che sarebbero stati loro, ovvero noi, a dover fare poi da capro espiatorio per tutto.
E tutti.
Il disastro di Genova pesa anche sulle loro coscienze – dei GSFfini – svendute per una manciata di voti e di visibilità mediatica.
Per questo ancora oggi diffido di improvvisati parvenu della rivolta, che si fanno portavoce dal nulla per il nulla in cui scompaiono esaurita la loro missione revisionista e infiltrante.

Dicevo del più grande trauma collettivo della mia generazione.
Quello più vergognosamente esplicito di tutta la storia di questa claudicante repubblica.
Gladio, la P2, le Stragi di Stato, le trame atlantiche, il consociativismo, i morti in piazza e tutto il resto dei cinquant’anni di Repubblica fino a Genova aveva avuto perlomeno il perverso pudore della semi-segretezza e della Ragion di Stato. Genova no.
I massacri furono evidenti da subito.
Le torture sottovalutate, minimizzate, giustificate.
Ma testimonianze se ne ebbero dal 22 luglio.

Il morto voluto ed i mille quasi morti mancati. Voluti anch’essi. L’insabbiamento di Piazza Alimonda in presa diretta ad usum delle telecamere. Senza pudore. La farsa, grottesca delle responsabilità sui neri e gli infiltrati. I fascisti costituzionali in doppiopetto ospiti graditi nella stanza dei bottoni dei Carabinieri e della Polizia, a dirigere e brindare. La donna (?) poliziotto che inneggiava ad “1-0 per noi”, il giorno dopo l’assassinio di Carlo, in una adorabile intercettazione con un collega stanco per lo stress da servizio anti-zecche.

Il TG1 che mostrava la Finanza che massacrava Cosetta, ex- partigiana di Reggio Emilia sul Lungomare Italia mentre la sua amica e compagna pensionata la cercava, con la testa aperta in due tra le mani, fra lacrimogeni e buzzurri romani in grigio, blu e nero-rosso che saltavano ad anfibi uniti sul cranio di ragazzi a torso nudo, avvinghiati alla fidanzatina con lo zainetto Invicta sulle spalle.
I lager di Bolzaneto e San Fruttuoso: “un, due, tre, viva Pinochet…

Il massacro della Diaz: il sangue e la materia cerebrale dei ragazzi che imbrattavano le mattonelle delle palestre, le bacheche degli scrutini, i registri di classe, e i banchi delle aule.
Dove l’uomo impara la bellezza dell’universo, il sonno della ragione dilaniava carni pure.
Una spietata allegoria, una Malebolge dantesca dove i dannati erano vittime e non carnefici. La loro unica colpa era dormire lì: laddove la controinformazione (le scuole Diaz erano la sede di Indymedia e di tutti i network di informazione libera, nda) irradiava nell’etere ed in rete le immagini, i fotogrammi chirurgici e le parole sberciate dell’orrore. Le teste grattuggiate fino alla macellazione. Le ragazze stuprate dagli insulti sessisti e machisti ancor prima che dai manganelli.

I piercing strappati con le tenaglie dai capezzoli, dalla lingua, dall’anima.
Il fiato che si arrestava dietro una porta chiusa: ultimo, inutile, rifugio all’orrore, nella speranza che se ne sarebbero andati via.
Una rappresaglia esortata dai vertici del Governo e delle forze dell’ordine.
Una macelleria messicana.
Un incubo cileno.
Una mattanza di Stato.
Mentre davanti alle telecamere incredule di riprendere una testa con un bastone conficcato dentro, un braccio quasi divelto dal corpo, un torace di costole stritolato come fiammiferi spezzati, i GSFfini gracidavano: “fatemi passare, sono un parlamentare della Repubblica…”.
Nel frattempo, sempre lì, in prima serata da Bruno Vespa, i caschi senza occhi oscuravano di plexiglass l’orgia di Sodoma, celati dietro la ghigna del sadico beato.

Tutto era lì. Sotto gli occhi di tutti.
Con tracotanza.
Si è vero, lo abbiamo fatto noi.
E allora? Non vi è bastato?
Ne volete ancora?
Caserme (scuole) ed ospedali ne abbiamo ad infinità. Accomodatevi.

E per 15 anni hanno fatto finta di non vedere. Di non ricordare. Di non punire i colpevoli, i mandanti, gli esecutori, morali e materiali della mattanza. Abbiamo chiuso gli occhi laddove ogni perdita di libertà civili, collettive ed individuali venivano polverizzate con l’esigenza di ordine mentre tutti applaudivano.

I morti di Stato dopo Genova hanno un altro peso di quelli di prima. Questi sono stati legittimati anche dalle impunità di Genova. La sinistra istituzionale, orfana del PCI e di quel poco che anche quel monolite revisionista, riformista e surrettizio all’ordine istituzionale aveva mantenuto di anti-sistemico (parola esagerata, diciamo di cripto-critica alle degenerazioni più evidenti ed intollerabili della pseudo-democrazia monocolore DC/Confindustria/Mafie), si aggrovigliava sempre più su posizioni securitarie e filo forze armate, memore del pragmatismo togliattiano: meglio al governo con i democristiani, che all’opposizione con gli operai. Ed oggi ci meritiamo, anzi si meritano, Renzi.

Il Reato di Tortura, di cui siamo ancora oggi sprovvisti, segna l’incapacità della sinistra italiana o di ciò che ne rimane, di imporre anche il pur minimo rispetto dei diritti umani in questo Paese – tralasciando l’annientamento sistematico di ogni forma di Welfare statale, dal sistema pensionistico, al Job’s Act fino alla devastazione scientifica della Scuola Pubblica e Popolare. E pretenderemmo da essa obiettività e capacità di critica al neo-riformismo rampante di PD e soci?

E’ un romanzo storico, indubbiamente. E come tale a-topico, ucronico e paradigmatico.
Se i personaggio fossero vissuti durante la Comune del 1871 oppure nella Barcellona Libera e Gioiosa Repubblica Anarchica del 1936 fucilati dagli stalinisti perché ingestibili e sorridenti o durante i moti di Milano del 1899 o in Sudamerica negli anni ’70 avreste trovato differenze?
Se la fine di Avevamo ragione Noi fosse stata in realtà l’inizio e viceversa?
Se Carlo fosse stato un guerriero Acheo contro la furiosa macchina da guerra Persiana avremmo parlato di epòs?
Se io non fossi stato due metri più indietro in Piazza Alimonda, e con me, il ragazzo col casco granata, pensate che…?

Genova è stato un evento di massa, a me interessava raccontare gli individui.
Decontestualizzare la narrazione dal processo ideologico per indirizzarlo verso la natura, carsica ed incostante, anfetaminica ed allegorica quanto si vuole, della vicenda umana di chi c’era allora e sentiva la puzza del sangue rappreso, dei lacrimogeni ad altezza faccia, dei limoni marci, degli anfibi visti dalla suola sul grugno. Dell’orrore senza fondo dei lager di Stato, dell’abominio della ragione, del turpiloquio della coscienza.

Perché i ragazzi di oggi hanno bisogno di sapere. Devono sapere ciò che nessuno gli ha mai detto e se lo ha fatto, mistificando e minimizzando.
La Storia Contemporanea non ha ancora voluto accettare i Fatti di Genova come un evento storico degno della classificazione e della collocazione che merita nella storia del Novecento. La letteratura in questo caso cerca di sopperire alla negligenza di sistema e opta per sostituire la memoria artistica a quella storica che non si vuole elevare ai programmi scolastici, alla ricerca universitaria, ai corsi di sociologia dei movimenti.

La mia è una strategia. La Letteratura non può prevedere censure.
Un libro, se non lo bruci di notte, è lì.
Su uno scaffale di Feltrinelli o di Comunardi. In un sito in rete.
Allunghi la mano e lo afferri. Ed entri nella storia.
Senza filtri e mediazioni di baroni universitari, ricercatori a gettone, parrucconi benpensanti, storici marxisti ortodossi, neobakuniani indignati.

Dopodiché, quando anche solo dieci coscienze inconsapevoli sapranno e si scuoteranno io avrò ottenuto il mio scopo, di storico. Di scrittore popolare. Postpunk. Poi, essendo anche un insegnante, collocherò tutto questo nei programmi dei miei corsi di Storia del Novecento e nel mio piccolo minerò il sistema della memoria rimossa.
Si è politico, questo romanzo, ma inteso in senso interiore, emotivo, spirituale.
Come in apnea.

Litterae ancillae Veritatis. La Letteratura come unico strumento di verità per ricordare e conoscere.

VIAGGIO AL TERMINE DI UNA NOTTE CHE NON VUOLE FINIRE.
Una chiosa di Rinaldo Capra

carlo giuliani Sono trascorsi quindici anni dal G8 di Genova, ma è ancora così presente che ci pesa sulle spalle come un masso invisibile che sappiamo di non poterci togliere. Mai sarà possibile trovare sollievo da quel peso atroce, angosciante, claustrofobico che ci schiaccia sul terreno che tentiamo di percorrere immobilizzandoci e annichilendoci. Basta un pensiero e ci ritroviamo in quella tenebra violenta e assurda, in quella situazione così irreale ma così vera da distorcere paesaggi, suoni, colori, pensieri. Insomma, distorce tutto quel che ci mette in relazione con noi stessi, con i pensieri, la cultura e gli ideali. La notte, buia e gelida, che ci avvolge è quella della società che vuole controllare la comunità, schiacciandola, condizionandola, criminalizzandola e manipolandola con violenza.

Sembra incredibile tanta violenza in un luogo civile e invece, noi che li abbiamo vissuti quei giorni, sappiamo che è successo e che si ripete ancora, in continuazione in ogni parte del mondo: è una notte senza fine. Nelle orecchie abbiamo ancora le urla e i boati, e negli occhi gli sguardi di chi chiedeva aiuto e quelli allucinati di chi massacrava la gente. La potenza simbolica di Genova 2001 è totale, paradigmatica, ha in sé il tutto delle contraddizioni bestiali della società capitalista con tutti i suoi eccessi e le sue psicopatologie di massa.

Domenico Mungo se la porta dentro questa tenebra e, nell’urgenza potente di raccontarla, la spande attorno a sé; ha un’energia magica che lo scaglia verso di noi, con le narici che si allargano nella foga del discorso, con la mimica del corpo, carico di simboli e i riti. Evoca i suoni del rock e del punk che danno voce a un dolore devastante e disperato che ci risucchia e nel quale ci dibattiamo. La sofferenza si materializza nel linguaggio sghembo, argotico, grandguignolesco; attinge a tutto quello che le culture sapienziali hanno prodotto: il suo cuore piange, la sua mano scrive.

Tragedia, musica, poesia, romanzo, diventa un tutt’uno, è il linguaggio globale della narrazione, epico ma antiretorico, letteratura che nell’invenzione si carica di forza politica eversiva ben più aggressiva e didascalica della cronaca reale. Produce in noi un dolore che bisogna lasciar dilagare nell’anima senza opporvisi, per essere consapevoli del nostro essere. Una sofferenza che per essere narrata ha bisogno di fisicità, di movimento dolente, di canto disperato e immaginifico, ma non dei miti e della retorica che i vari leader, della cosiddetta sinistra antagonista, celebrano asserviti al regime. Ci racconta delle responsabilità enormi degli organizzatori professionisti nella gestione di quelle giornate, che accettando la dialettica delle Questure e usando gli stessi paradigmi dei partiti, non hanno tutelato li partecipanti e lasciato che la Polizia “operasse”.

Di fatto, GSF e Tute Bianche hanno indirettamente servito, anche solo per incompetenza politico-militare, su un piatto d’argento il materiale umano per la repressione esemplare e feroce, che è diventata il giornalismo tossico della comunicazione di massa per il popolino, perbenista e qualunquista, che auspicava galera per tutti quelli vestiti di nero. Eroi Achei o Partigiani anti-retorici di Meneghello e Fenoglio, con lo Sten ad armacollo in montagna , non avrebbero lasciato che la macelleria si perpetrasse. Non avrebbero lasciato che la gente dormisse alla Diaz perché lo sapevano che lo stato di diritto era saltato. Fin dal pomeriggio, quando in città, nelle stazioni, per le vie si era già scatenata la caccia ad ogni essere umano dall’apparenza antagonista.
Ma imprigionati come erano nella stessa logica comunicativa del capitale non se ne sono neppure accorti o, forse, nemmeno preoccupati.

L’energia vitale e primordiale di Domenico è una scheggia di luce che emerge dalla notte che non vuole finire. Mi piace Domenico perché è un uomo che si è tolto le viscere e le porge con coraggio, per dirci che la politica capitalista è l’assassinio di Carlo Giuliani, è la Diaz, è Bolzaneto, è il poliziotto qualunquista e fascista, è il pennivendolo e anchorman televisivo venduto. Null’altro ci si doveva aspettare e i prodromi di quanto successo si erano già visti a Napoli con il governo D’Alema.

La macelleria di Genova 2001 è la macelleria di Domenico, quella che ha cantato e vissuto con più coscienza, ma è stata una delle tante. Di sangue proletario ne è sempre scorso a fiumi, nulla è cambiato, talmente tanto che non si può nemmeno elencare tutto.
Questo è il capitalismo e così sarà finché la notte delle coscienze non finirà.

Soundtrack:
John Zorn, da “Kristallnacht”: Never again
The Durutti Column, da “LC”: The Missing Boy
Achie Shepp, da “Attica Blues”: Ballad for a boy

[N.B. Ovviamente la responsabilità delle opinioni contenute nel testo è da attribuirsi ai due autori e non alla Redazione di Carmilla nel suo insieme]