di Irene Incarico

Occhi di tenebra(Il racconto che segue è apparso nell’antologia Occhi di tenebra, contenente ventisei storie ispirate al mito di Medusa, per i tipi Delmiglio, Verona 2015.)

Sleep, sleep now my child / In the sea of crystal trouble
For better is the violent sigh / Than all that you leave behind

MOONSPELL, ‘Than the Serpents in my Arms’

Non potevo dire quello che ho visto. Non posso. Primo, perché non voglio la polizia a tormentare me e la mia famiglia. Secondo, perché non tutto il male viene per nuocere. Ho detto che ero rimasta tutto il tempo in biblioteca e che ero uscita direttamente, senza passare dalla palestra. Tanto avevo il permesso, visto che ho l’esonero dalle attività fisiche. E poi perché Naja mi sta simpatica. Mi stava. Non so nemmeno dov’è, cosa fa, non so nemmeno cos’è. So solo che lei era un po’ come me, almeno sotto un certo punto di vista. Un bersaglio. Il bersaglio della nostra classe, proprio come la sottoscritta, Patrizia Padraig, la bruttina con l’apparecchio ortopedico e la media dell’otto e mezzo. Lei, col suo fazzolettone da musulmana in testa, il nome egiziano e la faccia un po’ troppo abbronzata, da Signora-Fatima-Che-Mangia-Solo-Kebab, era la mia perfetta partner. Due cazzutissime Carrie White nella stessa classe, nemmeno Stephen King ci aveva pensato, eh? Le povere sfigate che nessuno vuole come compagne di banco. Che nessuno vuole accanto sul pullman della gita. Con cui nessuno scatterebbe un selfie se non per postarlo su Facebook come trofeo: guarda, ho la foto con lo sgorbio e con la marrocchina mussulmana, con due erre e esse, come se i vocabolari e i libri di geografia mancassero.
Ma Naja è speciale, e lo avrebbero capito anche gli altri, se avessero passato un po’ di tempo a parlare con lei e fossero andati oltre le loro paranoie da camicie verdi della domenica, che vedono torri gemelle in fiamme nascoste anche nel cesso e che trovano divertenti le battute di Salvini sulle ruspe.
Naja parla un sacco di lingue, per esempio, non solo arabo e francese e italiano. Conosce il latino e il greco meglio dei professori. A volte l’ho vista leggere certi libriccini che sembravano in aramaico, ma ho preferito non fare domande. Se non avesse viaggiato tutta la vita per il lavoro del padre – non ho mai capito cosa faccia – di certo non sarebbe ancora al liceo, alla sua età. Età, sì, certo. Come se fosse facile dire che Naja ha vent’anni. A volte sembra una donna grande, quando parla. A volte sembra una vecchia stanca. Altre volte sembra fuori di testa, con tutte quelle storie sugli Udjet che sono gli ultimi discendenti del popolo della dea Merseger – o come diavolo si scrive – dispersi per l’Europa e costretti a nascondersi in esistenze normali e fittizie. Le storie sui serpenti, gli scorpioni e le punizioni. I viaggi e i racconti di epoche in cui no, non potrebbe mai avere vissuto una ventenne.
Per questo non dirò quello che ho visto. Non voglio ritrovarmi la polizia a tormentarmi, e tantomeno quelli coi camici bianchi e le pilloline, pronti a farmi chissà quale perizia. Io sono stata in biblioteca, in palestra non ci sono mai entrata, punto. E se anche sapessi dove è andata Naja dopo quello che è successo, no, non lo direi a nessuno. Perché tra Carrie White bisogna aiutarsi.

È di 26 vittime, di cui 20 minorenni, il terribile bilancio della strage avvenuta ieri presso il liceo Tommaso Parentucelli di Sarzana, cittadina in provincia di La Spezia. Ad un solo giorno di distanza dalla sparatoria presso la sede del giornale satirico francese Charlie Hebdo, l’insospettabile e tranquilla località lunigianese è stata teatro di quello che fin dalle prime indagini sembra essere un attacco terroristico di matrice islamica. I corpi dell’intera classe 5B e dell’insegnante di educazione fisica sono stati rinvenuti nella palestra dell’istituto dall’operatore scolastico che ha dato l’allarme. “Era l’ultima ora. Ho fatto il mio solito giro e prima di chiudere sono sceso a controllare la palestra. Li ho trovati lì. Tutti morti. Pietrificati” è ciò che l’uomo ha raccontato alle forze dell’ordine. Da un immediato controllo, le uniche sopravvissute all’eccidio della 5B sono risultate essere la diciassettenne P.P., esonerata dalle lezioni di educazione fisica, e la diciannovenne francese di origini egiziane Naja Udjet, iscritta da pochi mesi presso il Parentucelli e proveniente dall’hinterland parigino. Sono scattate subito le indagini e la Udjet, insieme alla sua famiglia, sembra essere sparita nel nulla, lasciando dietro di sé un appartamento vuoto, numerosi documenti falsi e un’unica traccia: il suo hijab blu, il tanto contestato velo con cui era solita presentarsi a scuola, abbandonato in mezzo ai corpi delle vittime. La comunità islamica locale esclude ogni possibile legame con la studentessa e la sua famiglia – attualmente ricercata dalle squadre antiterrorismo dell’At.Pi – e si resta in attesa di eventuali rivendicazioni e collegamenti con i fatti di Parigi. Per il momento, resta sconosciuta la causa della morte dei 26 ragazzi, ad una prima analisi apparentemente stroncati dall’utilizzo di armi chimiche. Alcune ipotesi preliminari sembravano implicare l’utilizzo dei già noti gas nervini Sarin o Tabun, ma lo stato di rigidità estrema delle salme sembra far pensare al test di un nuovo tipo di gas, ancora sconosciuto.

Non dirò mai quello che ho visto. Primo, perché tanto ormai non servirebbe a niente. Secondo, perché a volta la natura sistema le cose da sola, con degli strani, stranissimi fenomeni. Non lo dirò, ma ho visto tutto. Dalla finestra del corridoio. Ho visto gli occhi di Naja, mentre quei figli di puttana la tormentavano. “Devi gridarlo, troia musulmana, oppure te ne torni da dove sei venuta” sbraitavano, infervorati “Devi gridare JE SUIS CHARLIE. Dai, mezza negra del cazzo, che il francese lo parli così bene, no?”. Ho visto il professore ridacchiare e fare finta di niente, come se fosse uno scherzo divertente. Le ragazze che sogghignavano e cercavano i cellulari per filmare il tutto, strizzate nei loro leggings Nike, tutte uguali come Barbie rincoglionite. Poi ho visto le mani di quei cretini, tese verso il fazzoletto blu di Naja.
“Toglitelo, mezza negra di merda. Togliti quel velo schifoso!” gridavano “E poi mettiti in ginocchio e urla JE SUIS CHARLIE”.
Sono state le loro ultime parole.
Le hanno strappato l’hijab, con una violenza da branco, quegli stupidi fighetti infervorati dalla sbornia mediatica del momento. Avrei voluto saltare dentro e gridare “Smettetela, imbecilli!” ma non ce n’è stato bisogno.
Perché è successo. Non so dire bene cosa. Un brulicare nell’aria. Forme distorte attorno alla testa di Naja. Mille piccoli occhi lucenti, piccole lingue sibilanti pronte a punire.
Un senso di vittoria denso come fango mi ha travolta. Poi, il silenzio rotto solo dal rumore dei miei piedi, mentre scappavo, senza nemmeno rendermene conto, nel corridoio che non finiva più. Una frase mi si rimescolava in testa, come un groviglio di serpenti: je suis Naja.

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