di Sandro Moiso

revolver e spaghetti

Mai si era visto, almeno in Italia, il tentativo di mettere fuori-legge un movimento che, nei fatti, si deve ancora formare. Eppure, eppure…il governo più odioso della Repubblica, costituito contro la manifesta volontà dell’assoluta maggioranza dei cittadini, ha approfittato di un gesto sconsiderato (anche se, come al solito, in questo paese non è mai possibile escludere la longa manus dei servizi) per avvertire tutti gli oppositori, reali e virtuali, che non si potrà più giocare con le parole e, tanto meno, cercare di opporsi alle sue scelte.

Naturalmente, la stampa e i media si sono immediatamente, servilmente accodati (fatta forse eccezione per “Il Fatto Quotidiano”), ancor più che nei giorni passati, alla tesi dell’ineluttabilità di questo esecutivo e della necessità di salvaguardare questa ennesima, trita, volgare, maleodorante esperienza di “governo di salvezza nazionale”. Minacciando tutte le forze che in tale occasione, e nei tempi che verranno, volessero elevare critiche ai contenuti economici, politici ed etici di cotanta alleanza.

Naturalmente, ad un primo e superficiale sguardo, a fare le spese di tale reazione politico-mediatica sembrano proprio essere i rappresentanti del Movimento 5 Stelle e, in particolare, il loro leader oppure, anche se in seconda battuta, Marco Travaglio e il suo staff redazionale (per il quale da diverso tempo sembra essersi scatenata una vera e propria pena del contrappasso, ovvero una insinuante e velenosa accusa di fare il gioco della violenza armata proprio per uno dei massimi difensori della legalità ad ogni costo).

In realtà l’operazione in atto ha come primo obiettivo quello di fare rientrare nei ranghi quella evidente e maggioritaria parte della base del PD che, letteralmente schifata dall’appoggio dato ad un governo berlusconiano, ha in questi giorni manifestato il proprio disappunto davanti alle Camere, sui blog e su Twitter oppure occupando le sezioni di decine e decine di città italiane. Certo per far passare i mal di pancia ai deputati e senatori del PD dissidenti si sperava che bastasse qualcosa di meno di una sparatoria davanti ai palazzi del potere.

Magari la nomina di due ministre, una di colore e l’altra campionessa olimpionica, entrambe rigidamente senza portafoglio e quindi prive di qualsiasi potere decisionale, che servissero a manifestare le buone intenzioni e il significativo rinnovamento generazionale e di genere dietro al quale si voleva mascherare l’ennesima gattopardesca e gravissima operazione istituzionale. Il clamoroso goal in fuori gioco di Re Giorgio, in fin dei conti, era stato già convalidato da tutti gli arbitri della FIGC del giornalismo italiano, cartaceo e televisivo.

Però, poiché si rischiava comunque che una analisi dell’azione pro-governo dei partiti e dell’informazione embedded potesse mostrare qualche smagliatura al rallenty di un significativo, anche se minoritario, voto contrario di una parte degli eletti del PD (più intimoriti di perdere la propria base elettorale che di perdere le minime garanzie democratiche ancora presenti in questo novello Cile ’73 che si chiama ancora  Italia), l’azione del disoccupato calabrese ha finito col cadere nel momento più appropriato, come il cacio sui maccheroni.

Certo, è inutile forse dirlo qui, l’avvertimento più grave è proprio per tutti i movimenti già attivi e per tutti quelli che verranno nelle settimane e nei mesi futuri. Ogni opposizione, ogni contestazione, ogni organizzazione di lotta fuori dalle istituzioni e dai banchi parlamentari non sarà più tollerata e sempre più accusata di filo-terrorismo; nel tentativo non solo di criminalizzare l’opposizione reale, ma anche di impedire qualsiasi ricongiungimento, per la prima volta possibile dopo anni di netta separazione, tra questa e un popolo del PD o meglio ex-PD stufo delle malversazioni, dei tradimenti e della corruzione del gruppo dirigente.

Ma su questo tema torneremo ancora, senza riguardi e senza timori.

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