di Sandro Moiso
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Questo il titolo di apertura dell’Unità del 15 novembre.
Peccato che, come al solito, fosse riferito ai dimostranti e non alle forze del dis/ordine.
Che, in tutt’Italia, hanno caricato selvaggiamente le dimostrazioni degli studenti e dei lavoratori in lotta contro le politiche d’austerità dei neo-liberisti e tecnicissimi governi europei.
Certo, si potrebbe dire, “mal comune mezzo gaudio” visto che anche in Portogallo e in Spagna la polizia si è comportata nello stesso modo. Magari con l’aggiunta di proiettili di gomma, tanto per non farsi mancare nulla.

Ma, poiché delle realtà maggiori (Roma, Madrid, Milano, Torino) hanno già parlato i maggiori media, vale qui la pena di portare l’attenzione su ciò che è successo in una realtà più piccola: Brescia. Qui, un corteo di poco meno di un migliaio di dimostranti, tra studenti, centri sociali e lavoratori aderenti ai COBAS, è stato caricato per due volta all’ingresso della stazione.
Cariche violente, ingiustificate e inutili, visto che comunque i manifestanti, penetrando da altri accessi sono comunque riusciti ad occupare i due binari principali.


Cariche che hanno causato tre feriti, tra cui due ragazze ricoverate al pronto soccorso.
Cariche che hanno, ancora una volta, mostrato tutta la protervia di un governo e di un apparato repressivo che non intendono minimamente rispondere o confrontarsi con un movimento ed uno scontento generalizzato e sempre più in aumento e che erano state precedute, verso le 7 del mattino, dall’arresto di tre militanti antifascisti bresciani intenti a bloccare il traffico sul ring della tangenziale che circonda la città.
Cariche che, alla fine, non hanno minimamente scoraggiato gli studenti ed i giovani presenti.
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Infatti, dopo l’occupazione dei binari, la manifestazione è continuata portando la voce dello scontento attraverso tutto il centro della città, spesso con una buona risposta da parte dei cittadini presenti lungo il suo percorso.
E si è conclusa con l’occupazione di un vecchio hotel del centro storico, dismesso da anni, da parte di un certo numero di famiglie extra-comunitarie.

Brescia è una città colpita forse più di altre dalla crisi; molte delle sue attività industriali, medie e piccole, sono state costrette a chiudere e a far le spese di tutto ciò sono stati per primi gli immigrati, presenti in maniera significativa alla manifestazione.
Anche perché, in una città dove gli alloggi invenduti o sfitti sono ormai migliaia a causa della crisi, la crisi abitativa per coloro che vivono con un basso reddito è, paradossalmente, sempre più grave.

Ma anche i bresciani DOC sono stati pesantemente colpiti dalla crisi, in particolare i giovani, sospesi in un limbo senza prospettive in cui sempre più spesso le uniche vie di uscita sono rappresentate dai turni massacranti alla Esselunga o da lavori part-time e a tempo determinato, tutti egualmente sottopagati, presso piccole aziende incerte tra il fallimento e la continuazione dell’attività a profitti quasi azzerati.
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Solo la Beretta continua a far affari. La produzione di armi, in Val Trompia, non cessa mai e, come negli scritti teatrali di Anton Cechov, possiamo star sicuri che se un fucile compare, appoggiato al caminetto, durante il primo atto, sicuramente avrà sparato prima della chiusura dell’ultimo.
Gli incerti equilibri mediorientali, le tensioni che si avviluppano fino al cuore dell’Europa, le sconfitte militari americane in Afghanistan e in Irak non possono lasciar dubbi in proposito, soprattutto avendo la certezza che, dall’inizio del ‘900 in avanti, ogni grande crisi economica ha trovato la sua risoluzione soltanto nella guerra.

Lo sciopero generale europeo del 14 novembre era stato indetto, in Italia , dai COBAS e dagli altri sindacati di base (per tutta la giornata) e dalla CGIL (per quattro ore). Gli altri sindacati (CISL e UIL) non hanno aderito e, dove hanno potuto, hanno convocato delle assemblee in orario di lavoro.
Così, tanto per spezzare, ancora una volta, l’unità dei lavoratori.
Sicuramente, però, l’atteggiamento più contraddittorio (per non dire peggio) l’ha tenuto proprio la CGIL.

Non solo insistendo sulle quattro ore, quando, a fronte di una proclamazione precedente di tutta la giornata da parte di una altro sindacato (COBAS) era già formalmente vincolante la prima, ma, addirittura, non pubblicizzando lo sciopero tra i lavoratori della scuola.
Se, ancora una volta, una parte può valere per il tutto, ciò che è accaduto a Brescia nei giorni precedenti e nella giornata stessa dello sciopero è stato particolarmente significativo.

Il mondo della scuola è decisamente in subbuglio e si può tranquillamente affermare che era dai tempi del concorsone Berlinguer che non si registrava una tale mobilitazione e volontà di discutere e lottare da parte del corpo docenti.
L’aumento dell’orario di lavoro a 24 ore senza aumento di retribuzione, i tagli sempre più pesanti a tutte le forme di salario aggiuntivo e a tutti i servizi essenziali della scuola, una certa dose di corporativismo deluso e, in genere, il malessere delle ex-classi medie per le conseguenze economiche della crisi hanno fatto sì che un settore di lavoratori spesso inamovibile sia tornato a scendere sul sentiero di guerra. Si parla qui, soprattutto, dei docenti di ruolo sia chiaro.

Proprio per questo, come nel resto d’Italia, anche in una città ritenuta tradizionalmente bianca o di centro-destra come Brescia, tutte le scuole hanno espresso documenti contrari alle politiche governative riguardanti la scuola e la spesa pubblica, adottando le più svariate forme di lotta.
E proprio in questo caliente contesto, si è tenuta, presso l’auditorium del liceo Leonardo, un partecipatissima assemblea sindacale indetta dalle cinque sigle ufficiali: CGIL-FLC, CISL, UIL, SNALS e Gilda.

Nel clima piuttosto tempestoso e combattivo degli interventi dei docenti dei vari istituti, il rappresentante della CGIL-FLC si è, non solo, dimenticato di comunicare lo sciopero indetto per il giorno successivo, ma quando un docente intervenuto l’ha ricordato, facendo presente che tale sciopero era indetto per tutte le categorie e quindi anche per i lavoratori della scuola, ha fatto finta di cadere dalle nuvole. Questa è pertanto oggi la CGIL-FLC, meglio conosciuta come CGIL Scuola.
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Non di meglio ha fatto il giorno successivo, in piazza.
Dopo aver tentato, inutilmente, di convocare la manifestazione in altro luogo da quello scelto dagli studenti e dai COBAS, ha dovuto confluire, all’inizio, nello stesso luogo: piazza Garibaldi. Quando, però, il corteo si è mosso CGIL e FIOM hanno separato la loro strada da quello della maggioranza del corteo, indirizzando i propri aderenti verso il piazzale antistante la FIAT Iveco di Brescia per il comizio conclusivo. Il desiderio di contare i propri simpatizzanti sembra prevalere ancora sull’unità delle lotte.

E questo non è stato secondario nel determinare, poi, anche l’aggressione fisica nei confronti dei manifestanti nei pressi della stazione di Brescia.
Un atteggiamento assolutamente perdente è quello di voler ricondurre sempre i lavoratori al luogo di lavoro. Fu perdente nel 1919-20 l’occupazione delle fabbriche, figuriamoci oggi.
Occupare le strade, portare lo scontento in giro per le città e per le piazze, darsi degli obiettivi concreti e praticabili può essere il primo passo per un’unificazione delle diverse rabbie, dei differenti malumori, dei contraddittori desideri che animano questa stagione di crisi. Tutto il resto rappresenta, di fatto, soltanto il venir meno dell’azione sindacale e di classe e di fatto segnala la completa assuefazione delle sigle sindacali maggiori alle esigenze del governo, della finanza e dei partiti istituzionali.
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Non vi sono oggi margini di trattativa, la crisi economica causata delle politiche neo-liberiste e dal venir meno del ciclo di accumulazione del capitalismo occidentale, non può vedere tutti soddisfatti.
Da un lato il capitale finanziario o finanziarizzato, dall’altro il resto della società.
Chi finge di stare in mezzo ha già scelto, da lungo tempo, di favorire la schiavitù salariale e l’asservimento dei giovani e dei lavoratori alle esigenze del più meschino ed egoistico dei modi di produzione. A Brescia, a Roma, a Torino, a Milano, in Val di Susa, a Palermo ed in ogni altro angolo d’Italia e d’Europa.

I violenti contro lo sciopero sono, dunque, sempre quelli: forze del dis/ordine, rappresentanti del governo e delle banche, sindacati e partiti istituzionali . Così come la violenta reazione del servizio d’ordine del PD nei confronti degli studenti, venuti a portare al comizio di Bersani le testimoninze delle violenze subite dalla polizia lunedì scorso, ha ancora una volta dimostrato giovedì a Napoli.
Gli altri, tutti, hanno difeso, ovunque e comunque, i diritti dei lavoratori e degli studenti.
In ogni luogo, in qualunque modo possibile e con ogni mezzo necessario.

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