di Luca Baiada (da Il Ponte, LXVIII n. 8-9, agosto-settembre 2012)

Ombrellone.jpg[Si ringrazia la rivista Il Ponte per la gentile concessione.]

C’è una formula tranquilla come una spiaggia a Ferragosto e pulita come il catrame. Viene dagli anni del potere democristiano: governo balneare. In momenti di incertezze e di impossibilità di coalizioni stabili, si traghettava la crisi attraverso la stagione estiva con un governicchio fragile, anzi nato morto. Un pauroso rovesciamento di prospettive ha portato l’Italia ad avere un governo rigidissimo («rigor Montis», si è scritto), e una opposizione balneare. Proviamo a misurarne la cellulite.
La liquidazione del sistema proporzionale, nel 1993 presentato come un imbroglio, mentre adesso una truffa elettorale permette alle segreterie di partito di nominare il parlamento, garantisce l’impoverimento della funzione legislativa e assicura appoggio incondizionato a decisioni prese in modo opaco.
Il concetto stesso di partito sembra diventato una parolaccia, e ci si barcamena borbottando formule una più astrusa dell’altra. Riciclandosi in politica, nel 1994 Berlusconi disse di aver creato un rassemblement. Poi verranno i circoli e i predellini. Gli eredi del più grande partito comunista d’Europa, insieme a pezzi del mondo cattolico, hanno serbato il concetto di partito, ma l’hanno sottoposto a operazioni di potatura e innesto, cercando affannosamente l’aria della socialdemocrazia europea, o il glamour Usa. Tutto a parole o tutto nel peggio.

Si affacciano alla storia movimenti che vogliono tenere insieme persone e idee, ma che hanno orrore delle sezioni di partito e che inventano ogni alchimia possibile: orizzontalità del potere, oscurità delle persone presentata come un merito, formule fluide. La vicinanza con la logica di sciame e con la struttura mobile e magmatica di una ressa sulla spiaggia è impressionante, e c’è persino chi ha rivendicato la somiglianza delle mobilitazioni studentesche alla cifra politica del tumulto. Folla, braccia, mischia, sudore. Dal vogliamo tutto, al vogliamo tatto. Immancabile, la presenza della rete, vista come cifra dell’impegno, dell’esserci ma senza esserci troppo. Soprattutto, dell’esserci tutti senza che ci sia un gruppo dirigente riconoscibile. Sullo sfondo, l’illusione che non esistano capi e capetti, e una certa tendenza alla prigionia del linguaggio, all’autoreferenzialità.
La macchina della pubblica amministrazione non riesce a proporre una sua nuova cifra di efficienza. Con formule giuridiche diverse, i nuovi segmenti dirigenziali sono ben più dipendenti dalla politica di quanto accadesse sino a pochi anni fa, ma hanno smesso anche quel certo aplomb teorico e praticone che costituiva l’appannaggio dell’alto burocrate, del pezzo grosso, e in un certo senso la sua elevata professionalità, mista a bassa cucina di sottogoverno. Nei ranghi inferiori, si operano tagli demolitori, espulsioni di persone che restano prive di reddito, di rappresentanza e persino di ceto sociale riconoscibile. Si è riflettuto sin dagli anni Sessanta, su possibili nuovi moduli organizzativi nei dicasteri e negli enti, ma è con la globalizzazione che la fretta impone un ordine del discorso fatto di diritto privato (ma per pochi privati, e non per il popolo), e di tagli (ma con le forbici del venditore di scampoli, non con quelle della buona sartoria).
La burocrazia italiana non era solo una fabbrichetta di titoli e di prebende, possedeva anche un saper come, anche se spesso lo esercitava alla meno che posso. Il suo silenzio sulla scena delle grandi decisioni, mentre ronza come uno sciame di insetti spaventati di fronte alla scure della potatura, priva l’Italia di un elemento decisivo per la formazione di un quadro produttivo moderno. In questo, il mito ossessivo del liberalizzare tutto impone il suo patto leonino, e anche la sua fiaba disonesta, come se l’ingresso nell’economia globalizzata fosse sostenibile senza una burocrazia efficiente. Paesi più robusti, soprattutto Germania e Francia, continuano a custodire gelosamente le loro pubbliche amministrazioni, predicando lo sfrondamento di quelle altrui, con insistenza sospetta.
L’impresa pubblica è coperta di fango dai suoi detrattori, mentre invece solo un accorto intervento economico dello Stato e degli altri enti pubblici potrebbe ridare fiato al lavoro e a tutta la società. Probabilmente è questo, l’aspetto su cui l’opposizione è più balneare, anzi affogata. Una cieca delega in bianco ai cosiddetti tecnici vuole la mortificazione dell’intervento pubblico nell’economia, soprattutto in quella reale. Professionalità serie vengono mortificate, come se potessero essere recuperate in seguito senza difficoltà.
Anche per questo, c’è il rischio che la penalizzazione di una generazione, specialmente del corpaccione dei tecnici quelli veri — cioè dei figli del ceto medio-basso che hanno potuto studiare grazie a un certo benessere durato all’incirca sino all’introduzione dell’euro — non solo ricacci indietro il tenore di vita e le aspettative, ma produca un danno molto più profondo, forse irreversibile: l’invecchiamento intellettuale del paese. Balneare come un oroscopo da leggere a voce alta sul pattino, l’anno scorso un comunicato stampa di una ministra berlusconiana da non rimpiangere fantasticava un tunnel fra il Gran Sasso e Ginevra. Ora che si sa di più e meglio sul bosone di Higgs, quella gaffe spaventosa prende un sapore di umorismo macabro. La tecnica cresce, le scoperte galoppano, e in Italia il congelamento di una generazione, quanto a impiego delle conoscenze in campo produttivo, sia per i beni che per i servizi, fa venire in mente quei devoti portoghesi che all’università di Coimbra imparavano la medicina antica quando in Europa era ormai un ferro vecchio. Se a questo si aggiunge la regressione sociale del ceto medio, c’è da preoccuparsi. «Anche l’operaio vuole il figlio dottore, e pensi che ambiente ne può venir fuori», diceva una canzone di Paolo Pietrangeli. Fra una generazione si potrebbe cantare: «Anche l’operaio ride, dei cataplasmi di suo padre dottore, e pensi che Italia ne può venir fuori».
Il consenso al governo è blindato, qualunque manovra è approvata con fiochi distinguo. La mediazione politica sembra diventata una colpa, anzi la causa dei mali che affliggono il paese, sicché riproporla suona quasi come una bestemmia. La fragilità del quadro è tale, che c’è chi vorrebbe tenerne immobile la cornice. Si è sentito qualcuno proporre la proroga del mandato per il presidente della Repubblica. Pur di non cambiare assolutamente nulla, si è proposto uno strappo a una regola di alternanza, nel timore che per semplice dinamica delle cose, se non per ripensamenti o progetti, si possa sentire qualche no nelle aule del potere. Accantonato il progetto, si è proposto allora che sia Monti, a restare oltre il previsto, ricevendo l’incarico di presidente del consiglio anche dal 2013. L’ambiente in cui questo è stato presentato, a luglio in occasione del vertice economico europeo, non è proprio marino, ma sa anch’esso di balneare, d’acqua dolce e di saison: un albergo di Aix en Provence, in un clima vecchiotto un po’ alla L’anno scorso a Marienbad.
L’opposizione balneare brilla nella produzione normativa, in cui continuano le norme eterogenee, tanto rimproverate al berlusconismo, ma adesso accompagnate da brutali attacchi al lavoro, alla sanità, alla cultura, ai servizi sociali.
Il giornalismo si è rimesso in riga, con pallide eccezioni. È bastato sostituire al parrucchino la sobrietà, e col gesto rapido con cui si cambia un arredo di scena le nuove parole d’ordine sono state apprese e ripetute. Qualche incauto che non si allinea è subito tacciato di tradimento. Le questioni della criminalità e della corruzione, e specialmente quella delle stragi del 1992-1993, ancora resistono al calo di attenzione, ed è un bene, ma non riescono a decollare in una proposta, e c’è il rischio che si riducano a scattare all’infinito come un ingranaggio rotto, o a colare come un orologio molle di Salvador Dalì. Resta il chiasso, e un karaoke sulla spiaggia non sarebbe più vibrante di partecipazione.
Tornando alla legge elettorale, invece di restituire al popolo il diritto di voto, le segreterie di partito si baloccano in prudenze pelose, nel timore di non riuscire a controllare la situazione. È oscuro con quali trucchi si voglia per davvero cercare di limitare i danni derivanti dal discredito del ceto politico, ma è probabile che si studi qualche marchingegno per scaricare sugli elettori la sordità istituzionale e lo svuotamento della sovranità. In pratica, le segreterie hanno bisogno di buoni sgobboni, di approvatori disciplinati di scelte fatte altrove, e non mancano mezzi ed esperienze per assicurare quella che andava di moda chiamare governabilità. In concreto, in Italia il diritto di voto è stato sequestrato, livellando tutti i maggiorenni su una condizione simile a quella dei minori, o dei non possidenti o delle donne sino a prima del suffragio universale. Risarciti con la moneta di un voto apparente, ancora non si riesce a riconquistare la cittadinanza. Si conta meno delle suffragette, e a chiedere di tornare a esprimere preferenze si ricevono sorrisi, paternali e rimbrotti, come le ragazze che negli anni Sessanta rivendicavano il bikini. Suffragismo balneare.
Il fatto è che i partiti con qualche traccia di vero partito sono impiccati alla loro stessa esistenza. Si sono cacciati in un vicolo cieco di impresentabilità, ma il conto non lo pagano loro. Quel che trapela, dai loro sondaggi, fa intravedere una frana di percentuali, con travasi di voti nell’imprevedibile. Timorosa, la classe dirigente per ora non ha esportato tutto il denaro ma ha esportato le capacità direzionali e progettuali (cioè la vera valuta franca della postmodernità, il sesterzio del capitalismo cognitivo), attribuendo poteri decisivi a organismi esterni, impermeabili alle elezioni. Si può permettere persino qualche lotta all’evasione, sicura che una partita di giro faccia rientrare in un gioco controllato ciò che sembra prelievo, visto che la spesa pubblica che conta, costosa e sempre meno trasparente, è decisa da pochissimi, e il resto è taccagneria che lima ogni giorno le condizioni di vita di tutti gli altri.
L’ubbidienza che si pretende da ogni struttura è da folla e da baretto, e persino qualche obiezione del presidente della Confindustria alla linea governativa viene tacciata di sabotaggio. La realtà è che un pensiero unico rigidissimo ha imposto i suoi metodi, al di là di ruoli e bandiere. Si forma una piramide sociale in cui la base è accomunata dalla rigida compressione delle condizioni di vita, e da qualcosa di più oscuro: la mortificazione delle aspettative. I dati sulla drastica riduzione del credito sono eloquenti: le possibilità ci sono, ma non devono circolare. Che questo malessere sempre più opprimente non riesca a prendere corpo in una politica alternativa, è una strozzatura spiegabile solo tenendo conto di una specie di paralisi collettiva, fatta di angoscia, di volgarità e di senso di colpa. Ma ci sono anche le responsabilità di un ceto politico di ottusi profittatori, con l’orma di una rassegnazione diffusa, leggibile nel fatto che quel ceto non venga spazzato via.
Intanto, la società si frammenta in ambienti chiusi, giardinetti illusi di fare argine alla storia, file d’ombrelloni che il vento e la marea costringeranno a sbaraccare.
L’ombra della militanza sembra irridere a tutto questo. Si ricorda la storia di quel comunista, nella provincia profonda, che tolse il saluto per anni a un compagno di partito: dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980 non era tornato subito in città dalle ferie, per tenere aperta la sezione. Nell’estate 2012, provvedimenti draconiani cacciano le unghie dentro il futuro degli italiani, e quel che resta della vita politica plaude, anzi si gingilla col concetto di spending review. Una folla di impoveriti tira la cinghia, ma non riesce a trovare la formula politica per una controproposta efficace. In realtà, c’è poca razionalizzazione nei provvedimenti presi, anche se ad alcuni è impossibile opporsi, e anzi c’è da vergognarsi di non averli presi prima. Anche in questo, il quadro sa di spiaggia, con queste mescolanze indesiderate, con questo sgomitare, con questo pesticciare estraneo nell’ombrellone del vicino. Le nudità sembrano mettere tutti sullo stesso piano, ma alla cassa c’è un bagnino avido che fa il banco vince.
Il lavoro dell’intellettuale, poche volte è stato così banalizzato come adesso. Ci sono state certo pagine più nere e brutali. Raramente però si è visto questo appiattimento. Escluso che la presenza dei test e dei quiz nella formazione e nei concorsi possa aver già prodotto i suoi effetti lobotomici, visto che non ne ha avuto il tempo, sembra quasi che la generazione intellettuale formata ancora con programmi più articolati si sia presto adeguata al peggio a venire, secondo una sorta di linguaggio pubblicitario, in cui i vecchi scimmiottano i giovani per non sfigurare, per stare al passo coi tempi.
La desistenza stigmatizzata da Piero Calamandrei già negli incerti inizi della Repubblica, quel misto di indifferenza e di complicità nel peggio, prende una piega più invasiva, seduttiva, in un magma appiccicoso di volgarità e di confusione mentale e morale. Nel 1946 i benpensanti si compiacciono degli elzeviri ritrovati; adesso il linguaggio si è impoverito, è balneare, ma la tentazione dell’ovvietà sa sempre di sudaticcio. Allora il Forte, il Lido e Taormina assorbivano villeggiature esclusive, mentre adesso un unico nastro di cemento fa il giro da Ventimiglia a Trieste, con poche interruzioni, punteggiando le coste italiane di quartierini semiabusivi che l’impoverimento del ceto medio si prepara a far scivolare di mano. Di certo, aleggia un’idiozia tranquillante, oscena e inestricabile come un tatuaggio, che stuzzica la curiosità e che dice tutto e niente.
E infatti sono i tatuaggi, il linguaggio dei segni che imperversa negli ultimi anni sui corpi italiani. L’opposizione balneare ne sottintende un uso largo e placido, e non ci si stupirebbe se certe osservazioni inconcludenti sui programmi politici, sulle manovre dai mille nomi, e persino sulla legge elettorale, quelle che per esempio vengono emesse dai portavoce dei gruppi parlamentari e raccolte da cronisti servili, fossero scritte invece che con le parole della lingua italiana, troppo spesso ormai svuotate, coi geroglifici verdolini di un tatuaggio. Uno di quei tatuaggi che risalgono da una gamba e si avviticchiano su su, fino al collo, per porgere l’estremo vezzo di un fiorellino all’orecchio, proprio lì dove si infila un piccolo microfono del cellulare. Già rifugio di marinai e di carcerati, il tatuaggio riassume il senso dello straniamento e della marginalità, e per questo impazza nell’Italia del precariato sociale e sentimentale. Niente di meglio di un contesto balneare, per farlo venire alla luce.
Geroglifici tatuati, più svelti e persuasivi delle sigle nella neolingua orwelliana, e accessibili anche agli analfabeti: così parla, la politica italiana del Ventunesimo secolo. Così potrebbe essere scritta, la nuova costituzione. Fantapolitica? Eppure, nel dicembre 2010, in uno dei testi più preoccupanti della produzione industriale moderna, l’Accordo di Mirafiori, si notava la presenza di disegnini molto simili a quelli sulle pareti dei monumenti dell’antico Egitto. In un allegato di quel testo ci sono appunto gli omini visti di profilo, raggelati nelle pose delle loro mansioni. Ecco, il geroglifico potrà essere rivalutato, in un quadro politico balneare che propone nella nudità una falsa disinvoltura, nella rapidità della comunicazione iconica una garanzia di ottundimento del pensiero, nei colori e nel ludo il pegno del migliore accompagnamento dell’ubbidienza: il divertimento. E dietro le quinte, meno ingombrante del bagnino, c’è qualche faraone, intoccabile, vorace ma discreto come un gangster: «Mackie Messer ha il coltello, ma vedere non lo fa».
Certo, c’è anche il rovescio. Crocifissa all’esecrazione, all’analisi fredda e rancorosa, anche la critica resistente rischia di essere spuntata. L’intellettuale che non si adegua e non desiste, se privo di riferimenti, di strumenti di mobilitazione e di contatti col popolo, diventa una cicala criticona, meno piacevole di quelle che dalla pineta cantano per i bagnanti, e più sgradevole di un rimbrotto adulto, rivolto appunto a un adolescente che reclami un tatuaggio. Vengono in mente i versi di Toti Scialoja, in una metafora folgorante dell’intellettuale alle vongole: «Una cicala rauca, / in cima all’araucaria, / ha tra le foglie un’aula /dove predica gloria».

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