di Dziga Cacace

Of11.jpg3-Il ladro di Alfred Hitchcock, USA 1957

Una palla solenne. Il ladro è un docudrama che ripercorre le vicende di un tizio, tale Ballister, incolpato di rapine che non ha commesso. La sua vita è profondamente scossa, ma ancor più lo è quella della moglie che dà fuori come un balcone, finendo infine rinchiusa in un sanatorio dove non potrà evitarsi un’infausta visita del dottor Meluzzi, quel parlamentare di Forza Italia che non fa altro che andare a trovare — loro malgrado — detenuti, depressi, shockati e quant’altro, riferendo poi in quel curioso programma tenuto dalla Rosati, la moglie batterista di Galliani. Vabbeh, scusate l’irruzione del flusso di coscienza nel pezzo, ma la tivù ottenebra il mio cerebro.


In ogni caso il primo tempo possiede una tensione viva e il vecchio Henry Fonda, anche se sembra uno scimpanzé perplesso, subisce incredulo le accuse, sempre convinto che in fondo la verità verrà a galla. Ma dopo un po’ il suo spaesamento e la sua impotenza iniziano ad irritare: e reagisci, cazzo! E lui, lì, imperturbabile babbeo, che incassa. Poi la trama si sfilaccia e all’irritazione subentra la noia. Io, illuso, speravo in un fantastico colpo di scena: quel faccione da pesce bollito che tutti avete creduto fosse uno sfigatone che suona il contrabbasso in un night e che gioca per finta alle corse perché non ha i soldi per pagarsele, beh, quello sfigatone lì è un freddo bastardo che veramente rapina i negozietti del quartiere, violenta vecchiette, avvelena gli animali domestici dei vicini e compie altre nefandezze. E invece no: Fonda, nuovamente senza alzare un dito, si vede finalmente libero perché viene trovato il vero ladro e così è anche premiata la sua fede nel crocifisso (scontata metafora del martirio) che guardava come inebetito durante il processo. Sembrava di vedere uno di quei servizi di Liguori sui poveri innocenti perseguitati dalla magistratura di sinistra brutta e cattiva: datemi il Ballister per un quarto d’ora; me lo lavoro come si deve e dopodomani vi confessa qualunque cosa. E poi – giuro che dopo smetto di dire cazzate – s’è mai visto un contrabbassista jazz più triste e più squallido? Non dico di ricorrere al solito cliché del jazzista drogato, che parla in slang e che vuole improvvisare a tutti costi con scale atonali, però ‘sto addormentato, se va bene, può suonare la mazurca Allegra gallinella, dài. (Vhs; 23/6/97)

7-Odissea di Franco Rossi, Italia 1968

Scopro con colpevole ritardo che da due domeniche la Rai sta mandando in onda la fantastica Odissea che vidi (alla prima replica) da bambino. Faccio in tempo a vedermi solo l’arrivo dell’eroe a Itaca e il composto ringraziamento che, incazzato come un cinghiale, riserva a quei buontemponi dei Proci che hanno tenuto compagnia alla moglie per così tanto tempo senza nulla pretendere. Ulisse sbarca sull’isola e nessuno — “Eumeo? Euriclea, hallo?” — lo riconosce. A parte quel povero cane di Argo che (140 anni) subito schiatta, tutti gli altri dormono in piedi; addirittura Penelope che, insomma, diciamocelo, se l’è chiavato qualche volta, tentenna e non afferra subito. Ma forse la colpa è di Atena che, a suo dire, ha trasfigurato il nostro eroe (è identico!). Vecchio e vestito come un pezzente, Ulisse è dileggiato dalla cumpa dei Proci, degli sfaticati giovinastri cui manca giusto lo scooter su cui stare stravaccati sfumazzando. Ma l’eroe approfitta di una competizione sportiva per umiliarli tutti. Nessuno di questi debosciati riesce a tendere un arco che sembra in lega di titanio. Arriva Ulisse e lo piega come se fosse di margarina. Poi, non pago dello smacco inflitto, compie anche un bel lavoro pulito e li massacra tutti con zelo fujimoriano, tra il pianto greco delle ancelle. A questo punto Penelope, che non si può manco immaginare il palco di corna che si porta in testa (Circe, Nausicaa, Calipso… e sicuramente anche qualche marinaio, dài), pretende il pegno d’amore: eccheccacchio, son vent’anni che aspetta. Questo signor Nessuno adempie in maniera soddisfacente ai doveri coniugali ma, come canta Elio, “dopo il seme c’è la fuga”: Ulisse s’inventa che Tiresia gli ha detto che bla, bla… e scappa verso nuove avventure. E lo sceneggiato si conclude. Che dire? Ma che è bellissimo! Tipicamente anni Settanta, convivono evocative scenografie spoglie e barbariche, attori legnosi, fotografia satura, zoom lancinanti e chitarre acide sul commento orchestrale, il tutto legato dal narratore e dal commento del coro. Veramente splendido. (Diretta TV; 6/7/97)

10-Lilli e il vagabondo di Clyde Geronimi, Hamilton Luske e Wilfred Jackson, USA 1955

Primi di Luglio: caldo venezolano, lavoro indefesso e il Lumière chiuso, argh! Magari c’è qualche prima visione appetibile… vediamo: Pane e fiore, naaa, un iraniano stasera no… Chiusura estiva, chiusura estiva, chiusura estiva… ah! Cinema all’aperto, dunque… Nettuno: Lilli e il vagabondo… Massì, dài! L’ho visto nella notte dei tempi con la nonna e son curioso di capire quanto abbia subito le ingiurie del tempo (il film, non la nonna, anche se il film è restaurato e ridoppiato e lei no). Chiamo Hilda e si va. Nonostante gli anni passati, lo ricordavo piuttosto bene, perlomeno nell’elementare trama e nella definizione dei personaggi; il problema del film è che il racconto è proprio elementare, ai limiti della povertà. La realizzazione è soddisfacente: gli sfondi sono curati e i personaggi canini sfoggiano un repertorio comportamentale molto realistico e divertente. Quello che manca è un impianto narrativo un po’ più robusto, che vada oltre questo plot infantile. E in più è un film profondamente diseducativo: per tutto il film, Biagio è l’emblema della libertà; rifiuta il guinzaglio e la medaglietta di riconoscimento perché, secondo lui, l’uomo non è il migliore amico del cane. Alla fine, per amore della borghesissima Lilli (che mai è entrata in un pollaio per spaventare le galline, pfui), viene adottato dalla ricca famiglia della compagna e diventa uno schiavo del Sistema. Degli amici del canile, che per lui e la sua indipendenza hanno un’autentica venerazione, non se ne sa più nulla, prima o poi condannati anch’essi alla soppressione. Insomma, secondo i classici schemi conservatori sono personaggi che si guardano tra la compassione e l’ammirazione ma che incontrovertibilmente è giusto che vengano eliminati. Biagio, sei un bastardo (in senso etico, non solo per pedigree) e tu, Lilli, una ricca stronza. Subdola propaganda perbenista Disney: sarebbe giusto vietare il film ai minori. (Cinema Nettuno; 9/7/97)

Of12.jpg13-Lo scopone scientifico di Luigi Comencini, Italia 1972

Una borgata romana, urbanisticamente integra come la baraccopoli di Miracolo a Milano, vive con trepidazione gli incontri di scopone scientifico che oppongono due indigeni morti di fame (Mangano e Sordi) a una ricca megera americana (Bette Davis) e al suo accompagnatore (Joseph Cotten). Chissà come andrà a finire… A me il film è ancora piaciuto (era la terza volta che lo vedevo), ma è indubbio che è un film un po’ stronzo. Perché? Se la baraccopoli è ricostruita con attendibile puntiglio sociologico e scenografico, molti dubbi instilla la descrizione caricaturale e poco compassionevole dei suoi abitanti, tante macchiette di cui ridiamo allegramente. Oddio, è lo stesso difetto di prospettiva di Brutti, sporchi e cattivi e di tanta, troppa commedia all’italiana. O non era meglio così, quando la correttezza politica non induceva nessun rimorso nel trattare male anche i più deboli? Boh, che ne so, io? Tornando al film: la narrazione è bella tesa e la recitazione notevole. La borgata è abitata da straccivendoli, prostitute, perdigiorno e filosofi: un’umanità disperata che vive alla giornata e spera nel colpaccio che li metta a posto per sempre. Incarnano i loro desideri i due disperati che provano a vincere qualche milione a quella vecchia stronza che specula sui mercati internazionali, rastrellando vagonate di miliardi di dollari. L’unico che sembra non perdere la testa è un povero pretonzolo (messaggio?), ma Sordi è eloquente: “Reverendo, io le bacio le mani (mciuk!), ma fatte li cazzi tua!”. E così gli yankee ce lo mettono in quel posto un’altra volta, anche se l’ultima sequenza (che non posso rivelare) contiene un esplosivo messaggio politico… (Diretta TV, 14/7/97)

15-Guy di Uno Storico Cialtrone, USA 1996

Che solenne cazzata di film. Una tizia armata di cinepresa (tutto in soggettiva) insegue per strada un altro tizio e lo riprende. Inizio frizzante: il cinema che ruba l’anima, chissà quante implicazioni… e invece la regia s’impantana in una faccenda ripetitiva, con dialoghi pessimi, sviluppo irritante fino al meccanico rovesciamento finale. Voi cosa fareste se una piaga sociale con cinepresa rovinasse casualmente la vostra vita, facendovi perdere il lavoro, la casa e l’amore? Stareste al gioco dell’insopportabile voyeuse e finireste per innamorarvene? E certo! Siccome siamo in un filmaccio, Guy (il “tizio”) s’innamora pure della responsabile di questo sfascio e perde la sua Veronica che prima dà comprensibilmente fuori di testa per quanto sta accadendo, poi s’infoia come una ninfomane e, sempre presente la cinepresa, si fa sodomizzare (neanche troppo scoperta metafora di quello che sta subendo lo spettatore). E poi Guy, in un gioco di rimandi, diventa a sua volta voyeur e inizia a dare la caccia alla misteriosa operatrice che lo ha tampinato per un’ora e mezza. Questa schifezza ha pure pretese intellettualistiche: caro regista Michael Lindsay Hogg, posso? Ma vaffanculo! Sono talmente scocciato che durante la proiezione inizio a pensare ad altro e, anche se non c’entra niente, o, visto il vuoto pneumatico cerebrale che invade lo schermo, proprio perché non c’entra niente, penso al caso Boccassini-Parenti appena archiviato. Titti la Rossa ha annunciato lo sciopero della fame: bene, muori! Vabbeh: comunque questo era uno dei film inseriti nel programma “di qualità” Playbill. Ma andate a cagare, tutti. (Cinema Ritz; 16/7/97)

16-Giungla d’asfalto di John Houston, USA 1950

La calura estiva continua a essere implacabile: proviamo a raffreddarla con questo film che non rivedo da tempo immemorabile. Una nutrita gang di abilissimi malviventi, agli ordini del tedesco Doc Riedenschneider, organizza una rapina che dovrebbe risolvere i loro diversi problemi. Abbiamo l’avvocato rovinato dalla bella vita, uno scassinatore che ha un figlio ammalato, un poliziotto corrotto e uno ligio al dovere e bastardo. Sterling Hayden è invece Dix e viene dal “Kentuchi” (sic). Il minuzioso piano funziona relativamente e l’inesorabile scure della giustizia si abbatte sui protagonisti, complice anche la troppa attenzione che l’altrimenti rigoroso Doc dedica alle sottane. C’è pure Marylin Monroe che si concede questa esemplare battuta: “Ti ho comprato le sarde all’olio, so che ne vai ghiotto”, ficcante e misteriosa provocazione gastroerotica. Bello. (Vhs; 17/7/97)

20-Peccato che sia femmina di Una Puzzona, Francia 1995

Vaccata con pretese, cioè il peggio. Nella stupenda Provenza si forma un ménage à trois abbastanza inedito: lei è contesa al marito (viveur scoperto e ripudiato) da una sorta di camionista lesbica (Josiane Balasko, anche regista). Incontro, scontro, risoluzione finale con una specie di finto colpo di scena con il virilissimo lui che s’accorge delle sue potenzialità omoerotiche. Morale scontata nella sua linearità (abbiamo tutti una componente omosessuale, dobbiamo accettarci e convivere con e tra di noi) e per niente appassionata, quasi moralisticamente preoccupata di non essere abbastanza corretta nel trattare il tema con equilibrio e rispetto. Il tono è quello della commedia, ma più che sorridere si sbadiglia fino a slogarsi le mascelle; nonostante gli attori siano simpatici e la almodovariana Victoria Abril risulti accattivante, si ride soltanto in una scena, quando la lesbica piazza una calcistica craniata al consorte dell’amante. Pensate che pacchia. (Vhs; 23/7/97)

21-A Better Tomorrow II di John Woo, Hong Kong 1987

Mah! John Woo fa un cinema godibile, però stasera m’ha lasciato un po’ freddino. Voglio dire, possiede un innegabile talento visivo (ai massimi livelli in The Killer), ma compie anche tante scelte stilistiche e narrative che hai voglia a spiegare come caratteristiche della mentalità orientale. Anche stavolta abbiamo i cattivi che diventano buoni e anche stavolta la giustizia è un affare che si deve risolvere personalmente, in virtù di ideali che sono troppo alti per essere gestiti da polizia, Stato, burocrazia etc. etc. Due fratelli che, nel primo episodio A Better Tomorrow erano nemici, sono oggi uniti nella lotta al crimine: uno come agente di polizia, l’altro come collaboratore di giustizia. Loro compito (ed esigenza morale) è proteggere un ex boss mafioso che da quindici anni tenta di rigare dritto e ormai è strozzato dalla Triade. Li aiuta — giuro — il fratello gemello identico dell’eroe che era stato fatto secco in A Better Tomorrow e non capisco se questo sia un autentico colpo di genio o un espediente da telenovela parodizzata. Poi Woo si scatena e sfoggia tutte le ottiche possibili; lo svolgimento narrativo ha, come al solito, i momenti migliori nelle lunghe scene di combattimento, mentre mostra la corda nelle scene pateticamente drammatiche. Eh sí, perché l’ex boss, quando vede morire tra le sue braccia un amico e la figlia, cade in uno stato catatonico che regala momenti interpretativi veramente risibili. Pier Paolo potrebbe procurarsi il film per poi fornire una pregevole imitazione (dovreste vederlo quando fa Pelageja Nilovna, l’affranta protagonista del capolavoro di Pudovkin La madre). Le scene violente, dicevo. Beh c’è un finale di dieci minuti dove Woo evidentemente tenta di battere ogni record esistente in fatto di comparse che, appena comparse, vengono prontamente eliminate. È una sinfonia scandita e ritmata da colpi di bazooka, bombe incendiare, proiettili ed esplosioni. Per me questo A Better Tomorrow II detiene il record assoluto di morti (in 58 minuti per morire secondo il Mereghetti ci sono 264 morti; io, qui, non ho voglia di contare). E ve lo consiglio o no questo film, alla fine? Massì, dài. Ma anche no. (Vhs; 24/7/97)

Of13.jpg22-Le due sorelle di Brian De Palma, USA 1973

L’attacco del film avrà sicuramente provocato spontanee polluzioni in quei fanatici che s’esaltano con tutte quelle fregnacce sullo spettatore voyeur che guarda un personaggio voyeur, a sua volta osservato — non visto — da qualche altro voyeur che bla, bla e altre belinate discorrendo. Si parte così: io, Cacace, guardo il televisore dove c’è un film di De Palma in cui c’è un televisore guardato da qualcuno (da me e da loro, e loro anche da me) all’interno del quale c’è una trasmissione a premi dove i concorrenti vedono un filmato (e noi e gli spettatori fuori e dentro la televisione con loro) dove c’è anche una non vedente che non vede loro, noi, gli altri e un personaggio nero, che invece la guarda diviso tra cupidigia e imbarazzo, forse perché lui sa che, se lei non lo vede, però lo vedono i concorrenti, il pubblico dello studio, il pubblico a casa, la troupe cinematografica che lo sta riprendendo (a due livelli: nella finzione e nella realtà) e infine io. Capito? Una Rear Window al cubo che, subito, dà le coordinate del film che ci apprestiamo a vedere: un gustoso e sentito pastiche hitchcockiano dove la cinepresa è sempre piazzata come se stessimo spiando quello che succede. La storia è un confuso thrilling che cresce bene, per poi sgonfiarsi molto quando De Palma sforna un folgorante e visionario inserto in bianco e nero che però, risultando troppo horror, nuoce a mio parere alla coerenza della narrazione. Altro da dichiarare? C’è un intelligente utilizzo dello split screen che ci permette di seguire la stessa scena da punti di vista diversi, le musiche sono firmate da Herrmann e gli attori non si distinguono per particolari doti espressive. Non imperdibile, ma interessante: leggendo in giro lo stimano tutti per la parte che a me ha fatto cascare le palle. Sarà. (Vhs; 25/7/97)

25-Day Dreams, Convict N.13 e The Haunted House di Buster Keaton e Eddie Cline, USA 1922/1920/1921

Non amo molto il mare, ma la prima domenica d’agosto mi succede d’essere trascinato in barca da Barbara e Alessandra (coppia esiziale). Ma che c’entra? Quasi nulla. Mi sono divertito, non mi sono scottato, ho finito Lanterna magica di Bergman e mi son concesso anche più di un bagno, tutto ciò mentre RaiTre mandava in onda questi tre filmetti di Buster Keaton. La mattina, quando mi son reso conto che la gitarella sul natante mi sarebbe costata tre, dicansi tre, Keaton, m’è venuto un coccolone. Ma il Cacace sa reagire agli imprevisti: ratto come il vento ho acquistato una videocassetta vergine dal giornalaio di Bonassola (“Quanto costano, buon uomo?” – “Da 120 minuti, 3800 lire; da 180 minuti, 4000 lire, e da 240 minuti 4200 lire. Quale preferisce?” – “Secondo lei, buon uomo stolido?”) e poi ho lasciato il tutto in registrazione. E forse non ne sarebbe neanche valsa la pena. Nel primo film Keaton caccia un sacco di balle per farsi bello con una ragazza. Poco di più. Il secondo film è il migliore del lotto: Buster sta giocando a golf quando viene centrato da una pallina. Sviene e, quando si sveglia, si trova vestito da galeotto perché nel frattempo un evaso gli ha fregato i vestiti. La sostituzione comporta qualche problema, tanto che Keaton rischia seriamente l’impiccagione in un crescendo da incubo. E infatti era un incubo dovuto alla potente pallata in nuca. Il terzo film è un poco coerente assemblaggio di (comunque divertenti) gag e non ho voglia di raccontarvelo. Tutto sommato, con diverso valore, le tre pellicole sono carine e si godono con diffuso divertimento. Le recensioni giornalistiche parlavano della fondamentale importanza per il movimento surrealista; probabilmente Breton avrà detto: “Keaton, uh? Carino…” e poi si sarà fumato una pipa tenendola al contrario (come? Pensateci voi… ho appena visto in edicola “La prima rivista interattiva” con 12 racconti senza finale: deve inventarseli il lettore. Siamo proprio un paese di furbi). (Vhs; 3/8/97)

27-Die Hard – Duri a morire di Un Ottuso, USA 1995

Per garantirci qualche botto, affitto l’ultimo Die Hard e la delusione è grande. Una merdaccia diretta da un regista, John McTiernan, senza un filo d’ironia. Nella logica da telefilm che pervade il prodotto, il personaggio principale non è nemmeno presentato. Bruce Willis è un nerboruto e coraggioso poliziotto, scalmanato e incosciente, che, accoppiato a un nero (presto anche lui esagitato), deve risolvere i giochi mortalmente pericolosi che uno psicopatico superterrorista gli propone. Ma il mattacchione ha ben altri piani per la testa: le assurde prove enigmistiche che Willis & co. devono risolvere servono esclusivamente a distrarre le forze dell’ordine dalla difesa della Banca Centrale d’America. Gli attori, alla fine, son la cosa migliore: Willis si presenta con una patetica appendice pilifera appiccicata in fronte ed è sempre insanguinato e dolorante, con la boccuccia aperta e gli occhi socchiusi. Insomma, un mentecatto, ma funziona come anche la scelta di Jeremy Irons per la parte dello stronzetto terrorista burlone. A proposito: terrorista di dove? Chi possono essere i nemici, a guerra fredda finita? Gli arabi irsuti e fanatici che nessun appeal hanno nei confronti del pubblico? Ma va’! Gli ex comunisti! Specialmente se vengono dalla Germania Est: un magico cocktail dove lo spettatore ritrova l’efferata e nazistoide cattiveria teutonica mixata al ricordo di un regime stalinista dove tutti spiavano tutti. In più — incredibili doppiatori italici — li si fa parlare in modo gutturale. E non è neanche la cosa più irritante. (Vhs; 4/8/97)

29-Mission: Impossible di Brian De Palma, USA 1996

Il caro De Palma è un simpatico lestofante e doveva proprio aver bisogno di soldi per girare su commissione questa noiosissima porcata. La trama riesce a essere contemporaneamente di una banalità sconfortante e di una difficoltà paurosa. Come in un pessimo film della guerra fredda accade che spie, servizi segreti, corpi paralleli e/o deviati etc. si diano vicendevolmente la caccia per prendere possesso di un file contenente importanti dati. Detto così il film sembra semplicemente una palla… invece la vicenda è narrata coi piedi e ricorre abbondantemente al gergo informatico per rendere aggiornato l’intrigo, complicando il tutto: mio padre boccheggiava come un pesce fuor d’acqua. In gentile omaggio riceviamo poi una marea di primissimi piani dello stolido faccione bovino di Tom Cruise (sembra che sia sempre inquadrato col grandangolo tanto è rotondo e deforme). La Béart, in compenso, ha le labbra rifatte che sembrano sul punto d’esplodere… De Palma, tanto per ricordarci che è lui a filmare ‘sta porcata, getta lì due inquadrature storte e ricorre con frequenza agli effetti speciali per coprire il pauroso vuoto d’idee. Si salva solo una memorabile scena, quella con Cruise “appeso” che ruba il preziosissimo file a Langley (chi l’ha visto capisce, chi non l’ha visto s’arrangi), anche perché interpreta il mio desiderio: attaccare l’attore a una corda e lasciarlo in pasto agli avvoltoi. M’ha proprio scocciato ‘sto film. (Vhs; 6/8/97)

Of14.jpg30-Toy Story di John Lasseter, USA 1995

Siamo stati tutti bambini e tutti abbiamo avuto i nostri giocattoli preferiti. Io, per esempio, ero fanatico dei Playmobil e avevo addirittura fondato uno Stato (Playmobiland, ovviamente) di cui il mio Playmobil preferito – il mitico Jim Jibson, un negro biondo – era logicamente presidente, oltreché spericolato pilota di Formula 1. Ve lo vedete Scalfaro a pilotare una Ferrari? Vabbeh; comunque son sicuro che Jim Jibson aveva una sua vita interiore. Così come in Toy Story, dove i giocattoli vivono e ragionano (ovviamente quando nessun essere umano li guarda) e sono preoccupati perché il loro padroncino sta ricevendo una nuova messe di regali: verranno abbandonati per qualche nuovo e più divertente balocco? Ci sono i disciplinatissimi soldatini, un dinosauro complessato e fifone, un Mister Potato che aspetta ansiosamente una patata, e una bambola pudica innamorata dell’intrepido cow-boy che rischia di perdere la sua leadership sugli altri giochi. È infatti arrivato in dono un moderno astronauta, coraggioso e ingenuo. Tra la consapevolezza di essere tutti Made in Taiwan e l’affetto per il bambino che li possiede, si dipana una vicenda che non conosce attimi di tregua. Ben sceneggiato e disegnato in computer graphic in maniera stupefacente, il film, per quel che mi ricordo, era stato molto criticato. Da degli imbecilli, è chiaro. E adesso tiro fuori i Playmobil e gioco tutta la notte. (Vhs; 7/8/97)

32-Inseparabili di David Cronenberg, Canada 1988

Ho deciso che il film lo conoscete tutti e non ho voglia di parlarne. Diciamo che il primo spunto critico che mi suggerisce è quello dei gemelli identici che venivano al Martin Luther King, il mio liceo genovese. Io ero più piccolo di loro, ma me li ricordo bene: erano due orrendi ed epocali sfigati e dubito che, come i due Inseparabili Jeremy Irons, si scambiassero le donne. Uno era brutto, l’altro bruttissimo, e assieme erano kafkiani. Sembra che poi, all’università, preparassero gli esami a metà (cioè: ognuno dava lo stesso esame due volte), voce non so quanto veritiera. Altri spunti? Sí, i due cugini “quasi” identici della Hilda. Lei me ne ha presentato uno alla nostra festa di laurea, Mario. Io ero bello emborrachado e mi sono trattenuto con lui per un bel po’. Poi avvertendo secchezza delle fauci e altri effetti collaterali a causa dell’alcol, l’ho congedato per dirigermi verso il banco dei beveraggi dove ho incontrato l’altro gemello pensando che questo Mario si muovesse come Dare Devil. Mario l’ho poi conosciuto meglio ed è quel Mario che incontro spesso al Lumière. Comunque, ubriaco o no, mi sono comportato meglio di Silvia, amica comune, che conosceva solo Mario, ma con e senza gli occhiali, e riteneva che fosse il gemello, identico se non per gli occhiali, di se stesso. Vabbeh: il film m’è piaciuto? Sí; non eccezionale e non all’altezza del ricordo che ne conservavo, però intrigante. (Vhs; 9/8/97)

34-Babe – Maialino coraggioso di Chris Noonan, USA 1995

Un simpatico maialino vuole fare il cane da pastore. E ci riesce. Se un film può essere riassunto in dodici parole vuol dire che forse è un po’ esile. Ma piacevole: una favoletta per bambini dal messaggio libertario banale dove, com’era largamente prevedibile, sono gli uomini a fare la figura dei suini veri e propri. Le animazioni e l’utilizzo del computer lasciano di stucco e consentono di creare una galleria di personaggi simpatici (a parte gli odiosi topolini che commentano squittendo gli accadimenti della vicenda). Comunque, andrà a finire che i tanti maialini che si sono succeduti per interpretare la parte di Babe diventeranno un succulento assortimento di prosciutti e salami e, quando tra due settimane sarò a Champoluc, il tenero ricordo della fiaba svanirà davanti a un bel piatto di lardo d’Arnad. È indubbio che ci porteremo Babe dentro. (Vhs; 11/8/97)

35-Santana Sacred Fire – Live in Mexico di Peter Nydrle, USA 1993

Se non mi servissero per suonare, darei tutte le dita della mano destra per toccare la chitarra come riesce a quel fantastico chicano che risponde al nome di Carlos Santana. Santana è un Dio della chitarra e vadano a cagare tutti quelli che credono che per suonare basti fare scale esotiche a velocità pazzesca, tipo certi patetici metallari. Questo film concerto è un professionale documentario con bei carrelli, dolly e tante immagini di Città del Messico (dove si teneva il concerto) ad arricchire il montaggio. Avete presente l’ingenua e coloratissima estetica santaniana? Prendete Lotus (un chilometrico triplo live registrato in Giappone nel 1973) e vi farete un’ideuzza: elaborazioni al computer, immagini di Gesù Cristo, Buddha e Shiva, le piramidi egizie, scritte in indiano, fiori di loto e ideogrammi giapponesi. E il film in questione offre le cose migliori proprio quando asseconda il perverso gusto iconografico del grande chitarrista. Per quanto riguarda la musica, poi, Carlos rilegge il suo leggendario repertorio mescolando liricità e sensualità, estasi ascetica e ritmi carnali. La sua chitarra è accarezzata e percossa: canta, sussurra e prorompe in acuti vertiginosi su un tappeto travolgente di percussioni. Que ritmo, Santana! Se è discutibile, non lo è certamente da me. (Vhs; 12/8/97)

36-La vera vita di Antonio H. di Enzo Monteleone, Italia 1994, featuring Gabriele La Porta!

Una delle poche iniziative furbe dell’emittente nazionale, in quest’afosa stagione estiva, consiste nel dedicare la seconda serata di RaiDue al nuovo cinema italiano: stasera tocca a questo buon film del ’94. L’idea è interessante: Haber interpreta un attore che racconta a una platea di amici la sua tormentata scalata al successo nel mondo del cinema. Così, alternate al notevole assolo attoriale di Haber/H., si confondono interviste con persone che con Haber/H. hanno lavorato o che da lui sono state inseguite per ottenere una parte e, a confondere ulteriormente invenzione e realtà del racconto, intervengono anche tanti spezzoni della carriera cinematografica di Haber/Haber. Fino a che punto si spinge l’invenzione e fin dove arriva l’identità tra attore e personaggio? Veramente è stato con la De Sio? (Pier: “Eh sí”). Veramente ha rischiato di recitare in Toro scatenato? Boh, non lo so proprio. A ogni modo il film è abbastanza piacevole: c’è qualche pausa, ma s’arriva in fondo divertendosi. Poi cala la notte e Gabriele La Porta diventa il vampiro del palinsesto. Ho aspettato la messa in onda di Comizi d’amore di Pasolini e alle 2 ho rischiato un crollo di nervi: m’è apparso il suddetto La Porta contemporaneamente su tutti e tre i canali Rai, un incubo! Leggo che era maoista, poi socialista, poi leghista e ora rifondarolo… Mah, sarà: ci chiede con lacrimevole insistenza testimonianze, documenti, pareri, foto e, in un delirio senza freni, i nostri Super8. Vuole le pizze di pellicola! Poi l’impennata poetica: ci chiede di denunciare (testuale, giuro) il “satrapo che sovrintende ingiustamente un punto”. Beh, qui c’è del genio, francamente. Vabbeh: quando finalmente l’occupazione del video ha termine, su RaiTre appare Ghezzi che delira per un’ora mentre viene mandato in onda uno scombinato montaggio di immagini di Wenders e Antonioni di cui mi sfugge il senso. Poi, con dieci minuti di anticipo, parte il film. A quest’ora il ritardo è consueto, ma constato che ormai non è da escludersi neanche l’anticipo: qui ci vuole la dittatura, la mia. (Diretta TV; 13/8/97)

(Continua – 1)

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