di Vittorio Catani

Sceglie una mistura di toni dal nostalgico al colto, popolare, ironico, patetico (talora poetico), ma soprattutto satirico se non corrosivo come un acido scansione0002.jpg Giacomo Annibaldis, autore del breve romanzo Casa popolare vista mare (Besa, 2007, pagg. 92, euro 10,00). Siamo in una sorta di odissea quotidiana vissuta e dipanata nel corso d’un paio di decenni in un ambiente davvero fuori del tempo: un gruppo di case popolari, L’Iaccipì, IACP (Istituto Autonomo delle Case Popolari). Il volumetto è ordinato non per capitoli ma per “palazzine”, perché sono queste ultime (la “A”, la “B”, la “C”…) in un certo senso le vere protagoniste: incombenti, immobili, immutabili a fronte di eventi e vite che, quasi fossero arredo, si susseguono, alternano, ripetono e consumano in un loop temporale circolare. Perché su tutte le paure di chi abita nell’Iaccipì pende quella terribile e definitiva: il furto violento della casa che si è avuta in assegnazione. O che, comunque, “si è avuta”. Furto che può estrinsecarsi in una stupefacente gamma di modalità, sebbene tutte con finale obbligato: “smammare”, cambiare aria, “fuori dai piedi”. Con l’annessa appendice di “varia umanità”.


Dal povero vecchio disgraziato al mafioso al ricattatore e così via. Per esempio l’anziana signora che andava “a pisciare fuori casa, appoggiata al muro retrostante la nostra palazzina, apriva le gambe e scrosciava”. Ma anche un “bronx da film” comprendente rodei di auto rubate nello spiazzo, spaccio sotto il naso, approcci del tipo: “Tu… non è che la vuoi vendere, la casa? Tanto prima o poi te la tolgono.” Gente che nel proprio sottoscala (la cantinola) scopre una refurtiva sulla quale deve tacere: se la vai a denunciare per te è finita; se non denunci la polizia ti considererà connivente; se ti confidi con qualcuno, questi può fare la spia. E c’è la vecchia sofferente che in piena notte vede i ladri entrare in casa e le dicono: “Ma tu, non eri morta?” Comunque la sbattono fuori, dandole cavallerescamente pochi attimi per vestirsi. Altre volte la mafietta locale, se ha gran pressa di far sloggiare gli indesiderati, appicca fuoco su un pianerottolo. Allora tutti fuori: ma per sempre. Il fortunato giovane che ha trovato lavoro al Nord e rientra dopo aver lasciato la casa — ahinoi — incustodita, deve prepararsi alla sorpresa: dentro c’è una giovane incinta e con tre bambini. Chi la sbatterà fuori? Alla polizia sono lapidari: non è a noi che dovete rivolgervi se la casa è occupata, ma ai vigili urbani. Il barbone del secondo piano non paga acqua e affitto da anni, ma in tribunale si reca dopo essersi spalmato sul cappotto “un po’ di cacca del cagnolino”. Il fetore è ammorbante, il Giudice lo fa addirittura uscire dall’aula e sentenzia: “Vogliamo tirare il sangue dalle rape? E’ un caso di evidente indigenza…” Ed è fatta! La vecchia “che abita qui dietro” invece, al ritorno dal viaggio in Inghilterra dove abita la figlia, ha trovato la casa completamente ripulita, compresi targhetta e campanello. Tutto è stato spartito tra i vicini: i furfanti hanno diffuso la voce che se avevi bisogno di piatti, uno specchio, un water… tanto la vecchia è morta… E quindi i malandrini hanno occupato un immobile già sgombro. Naturalmente tutti omertosi, vicini inclusi. C’è l’inevitabile caso dell’assessore comunale alle Politiche abitative, al centro di un articolo sul giornale: “Sarebbero una diecina le donne costrette a subire le attenzioni dell’assessore…” Invece una vedova belloccia ma appesantita, detta “la Pizzicatrice”, mette all’asta la bella figlia giovanissima, Marina: questo assessore si è impegnato addirittura per due appartamenti. Ma la figlia nicchia, e la madre: “Quante storie stai facendo per un’apertura di cosce!” La figlia: “Vai tu allora, puttana!” “Puttana a me?!” Marina finirà col gettarsi giù dal balcone e rimanerci. Il più delle volte gli alloggi non vengono requisiti da gente realmente bisognosa, ma dalla malavita, “per carità, anch’essa bisognosa…” In una palazzina si sono accorti che la padrona, un’anziana, stava proprio male “all’ultimo stadio” e quindi sono entrati, hanno aspettato senza neanche chiamare l’ambulanza e quando si sono accorti che era morta “hanno telefonato all’agenzia funebre per i poveri”. Poi si sono piazzati: “Siamo noi i parenti più vicini.” E che dire del bellimbusto giovane “aspirante boss” agli arresti domiciliari, che trascorre spavaldo le giornate sul balcone, apostrofando le adolescenti che passano (“Bella!”) o chiedendo: “Allora, mi puoi prendere un pacchetto di Marlboro? Poi ti do i soldi…” E ti ha “avviluppato nella ragnatela”. Inoltre il bellimbusto ha organizzato, giù nella sua cantinola, una vera bisca: buon sistema per trascorrere la prigionia domestica. L’inquilino d’un alloggio al primo piano fu fatto “sloggiare” direttamente, gettandolo giù dal balcone. Ne rimase gravemente ferito e gli attentatori lo minacciarono: se dici chi è stato chiudi gli occhi per sempre. Deve quasi ringraziarli… Un assegnatario venne scaraventato in un cassonetto in piena notte. In un altro caso i banditi entrano, picchiano il marito, minacciano di bruciare il letto dei bambini e di stuprare la moglie. Tommaso invece è un poeta fallito al quale nel corso degli anni “il ventre s’è dilatato”; la sua casa non dà segni di vita e sulla facciata sussultano solo gli stracci “eternamente appesi alla ringhiera”; una sua poesia dice: “Anche la sua anima ciondolava al vento / appiccata alla finestra.” Annibaldis ci presenta insomma un mondo che non è certo una scoperta nuova; egli cita e rammemora casi autentici facendoci vivere in diretta la rassegnazione, l’infinita capacità d’adattamento dell’essere umano, lo sconforto, la profonda ingiustizia, la totale assenza di riscatto, il sorriso che a volte nasce da una tragedia, la disperazione d’un destino che sembra inchiodato sulla tua pelle, immutabile. La sua prosa si rivela netta, cinematografica, urticante. Già redattore della rivista Belfagor e ora delle pagine culturali della Gazzetta del Mezzogiorno, Giacomo Annibaldis ha scritto il romanzo Codici, un saggio sul tarantismo in Capitanata, ha tradotto romanzi dell’antica Grecia, curato voci oraziane e virgiliane della Treccani

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