di Wu Ming, Lello Voce e Nevio Galeati

Bucarest.jpg[Il dibattito sull’ondata di razzismo che si è levata contro i rumeni residenti in Italia, stimolato dal nostro editoriale Romania fa rima con etnia? o indipendente da esso, si è fatto vivace. Riporto tre interventi: quello dei Wu Ming, tratto dalla loro newsletter Giap; quello del poeta Lello Voce, apparso su Lipperatura; e infine quello del giornalista Nevio Galeati, scritto appositamente per Carmilla. Senza riportarlo integralmente per ragioni di spazio, consiglio anche il pezzo fondamentale pubblicato da Giuseppe Genna sul suo sito, in cui si fa il punto sull’apporto indispensabile dei rumeni alla cultura europea (ribatto: EUROPEA). In coda, due righe del sottoscritto.]

Wu Ming

Atmosfera da pogrom. Nel 1997 accadde qualcosa di molto simile con gli Albanesi – se non peggio, perché in quel caso non c’era nemmeno un omicidio con stupro a fare da detonatore, soltanto disperati che fuggivano in massa da un futuro di merda.

Siamo andati a ripescare gli articoli di allora: governo Prodi, Veltroni vicepremier, fiumi di inchiostro sul popolo di sinistra che si scopre razzista e tutto sommato non diverso dall’elettorato della Lega Nord, un decreto xenofobo varato su pressione del centrodestra e condannato dalla comunità internazionale (in quel caso la possibilità, per la nostra Marina, di bloccare navi albanesi anche fuori dalle acque territoriali italiane), infine una strage (terribile, più di cento albanesi morti annegati nel canale d’Otranto, quasi certamente speronati da una nave italiana, caso immediatamente insabbiato e rimosso dalla coscienza collettiva).

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La sovrapposizione totale tra Rom e cittadini della Romania è un processo di “identificazione” che lascerebbe attoniti, se qualcosa fosse ancora in grado di attonarci.

I Rom non sono tutti rumeni e non tutti i cittadini rumeni sono Rom. I Rom in Romania sono il 2,46% della popolazione. Il nome “Romania” deriva dalla storia delle conquiste imperiali romane, mentre il termine “rom” nella lingua romané (lingua di ceppo indo-ariano) significa “uomo”, anzi, più precisamente significa “marito” (e “romni” significa “moglie”). Esistono individui di etnia Rom in quasi tutti i paesi dell’Europa sud-orientale, e molti vivono anche in altri continenti.

L’identificazione surrettizia tra etnia e cittadinanza (oramai accettata anche “a sinistra”) emana sempre un fetore nazista: gli ebrei non potevano essere tedeschi, polacchi, russi, italiani… erano ebrei e basta, quindi “allogeni”, e il corpo sociale andava depurato da quella tossina. E una nazione che tollera un gran numero di allogeni non può che essere allogena essa stessa.

Peccato che in Romania gli unici veri “allogeni” siano i padroni italiani che hanno chiuso baracca e burattini in Italia per andar là a sfruttare una manodopera sottopagata e priva di diritti. Categoria di cui si è fatto rappresentante, poche settimane fa, il demagogo Beppe Grillo.

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Sulla base di cosa, poi? Del fatto che i Rom/rumeni sono delinquenti, stupratori, assassini che hanno valicato i “sacri confini” della Patria e oggi seminano il terrore.

Peccato che stupro e ginocidio (= assassinio di donne) siano una specialità molto italiana. Secondo dati ISTAT del 2005, nel 20,2% dei casi denunciati (che a loro volta sono solo il 43% dei casi segnalati) lo stupratore è il marito della vittima; nel 23,8% il colpevole è un amico; nel 17,4% è il fidanzato; nel 12,3% è un conoscente. Soltanto nel 3,5% dei casi il colpevole è un estraneo.

Lo ripetiamo perché suona vagamente importante: soltanto nel 3,5% dei casi denunciati il colpevole di stupro è un estraneo.

E secondo il Soccorso Violenze Sessuali della Clinica Mangiagalli di Milano, il 50% delle vittime di stupri che avvengono in strada sono donne straniere.

Ma ovviamente fa notizia soltanto il caso (terribile ma sporadico) della donna italiana aggredita dallo straniero, dal barbaro, dall’allogeno.

Quanto agli omicidi, poco tempo fa il Procuratore di Verona Guido Papalia ha dichiarato: “Oramai uccide più la famiglia che la mafia.”

In Italia i carnefici delle donne sono sei volte su dieci italiani, italianissimi, e agiscono tra le mura domestiche, con armi da fuoco o coltelli da cucina, strangolando o picchiando a sangue, appiccando il fuoco o annegando nella vasca da bagno.
La media italiana è di 100 uxoricidi all’anno.

Però il problema sono i rumeni.

Che razza di paese è quello dove il Palazzo e la Piazza si scontrano/incontrano/aizzano a vicenda sulla base della stessa condivisa ignoranza, senza pudore, senza rispetto, obnubilati da un razzismo e provincialismo ottuso, che fa sembrare Peppone e Don Camillo due illuminati cosmopoliti?

E’ l’Italia. Non c’è modo di definirlo. Questo posto è unico al mondo e non regge paragoni, fa categoria a sé, ogni aggettivo è inadatto, superato dalla notizia di domani.

E nel frattempo?
Aspettiamo la strage?
Va bene, purché sia Democratica.

Lello Voce

Concordo, letteralmente ‘parola per parola’ sia con l’editoriale di Evangelisti che con le glosse di Wu Ming.

In 50 anni ho viaggiato parecchio, qui e là, nel mondo. Da un solo paese sono scappato. La Romania. Per vergogna. Vergogna di essere connazionale di quei signori benvestiti che ho visto con i miei occhi, nel parcheggio del miglior hotel di Timisoara prendere a calci (a calci) ragazzini di 10 anni perchè avevano lavato male le loro belle macchine nordestine, dopo avargli fatto la guardia per tutta la notte dormendo all’addiaccio sul cofano. Vergogna di avere lo stesso passaporto di quei tronfi panzuti 50enni che vedevo entrare nell’hotel seguiti da 3 o 4 sedicenni rumene. Vergogna che qualcuno potesse pensare che anch’io ero lì per quello, che anch’io venivo dalla ricca Italia per comprare Romania ‘tutta Romania, donne, bambini tutto’ come mi diceva Mario che aveva 10 anni, aveva imparato l’italiano in orfanotrofio grazie a una vecchia copia del Devoto Oli finito lì chissà come e che si stupiva che io lo avessi fatto dormire nella mia auto, dentro, e che dopo averlo pagato, lo avessi anche ringraziato. Mario ha parlato con me per quasi 3 ore, senza sbagliare un solo congiuntivo. Mario aveva i capelli rasati a zero e orse avrei dovuto rapirlo e portarlo vi acon me.

In Romania da quel giorno non ho avuto più voglia nè coraggio di andarci. parlo italiano…. non è un bel modo di presentarsi.

Nevio Galeati

Le sfaccettature del degrado etico e morale di questo stato-stivale sempre più rattoppato sono, purtroppo, numerosissime. E non si può aggiungere altro alla disgustata analisi di Valerio Evangelisti sul ‘caso Romania’. Salvo piccole note aggiuntive, forse ininfluenti. Chi ha innescato l’ennesima ondata di razzismo, chiedendo ‘leggi speciali’ (la definizione fa rabbrividire), dimentica o finge di farlo (ed è in ogni caso gravissimo) come esista la ‘Direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri’. Si chiama proprio così e recita, fra l’altro: “Il cittadino dell’Unione o un suo familiare possono essere allontanati dal territorio dello Stato membro per ragioni di ordine pubblico, di sicurezza pubblica o sanità pubblica. In nessun caso la decisione può essere dettata da ragioni economiche. Tutti i provvedimenti relativi alla libertà di circolazione e di soggiorno devono rispettare il principio della proporzionalità e basarsi esclusivamente sul comportamento personale dell’interessato. L’esistenza di condanne penali non può automaticamente giustificare tale provvedimento”. Non è sufficiente coniugare queste prescrizioni, decisamente chiare, con il Codice penale italiano, per affrontare il problema? Ah, già, quale problema? Un uomo, casualmente rumeno, ha violentato e assassinato una donna. In un quartiere degradato della capitale. Qualcuno ha violentato e assassinato a Perugia una studentessa inglese; sono indagati un congolese, un’americana e un italiano. Fin qui nessuno ha minacciato purghe nei confronti della nazione africana o dell’Impero stellare. E, in tutta onestà, cane non mangia cane, quindi per l’italiano dovrebbe essere, in ogni caso, una passeggiata. L’elenco di troppe donne calpestate, poi, è purtroppo lunghissimo. Siamo di fronte al tema della concezione dei rapporti fra i sessi che, in questo paese che esala già un pungente odore di marcio, è regredita a epoche che si speravano archiviate. Ma, per chiudere parzialmente il cerchio, si deve tornare alle ‘leggi speciali’. Dimenticano, Lorsignori (come scriveva Fortebraccio) che i sindacati di polizia stanno protestando da mesi? Per che cosa? Protestano perché la Finanziaria che sta per essere approvata non prevede alcun fondo per rinnovare il contratto dei lavoratori della polizia; dispone un taglio del 10 per cento della spesa per gli straordinari. Certo, fornisce fondi per assumere 1.300 poliziotti, e se ne vanta; ma non ‘ricorda’ che mancano 5.700 uomini per coprire l’organico previsto di 107.000 unità. Senza contare come l’anno prossimo 1.300 persone andranno in pensione. Insomma, un banale turn over che non sana le difficoltà. Inutile dunque continuare, anche perché poi si pensa di usare forze così sottodimensionate per nobilissimi scopi: arrestare i lavavetri, dare la caccia ai senza lavoro, rincorrere i graffitari o i senegalesi che vendono paccottiglia e, certo, griffes false, sulle spiagge della riviera adriatica. Il tutto quando non si riesce, oggettivamente, materialmente, a fare prevenzione. Ma qualcuno vuole davvero che i reati si ‘prevengano’? O si preferisce la repressione? L’assassino di Giovanna Reggiani deve essere punito. Come quelli di Meredith Kercher e di Chiara Poggi. A prescindere da nazionalità, religione, residenza e numero di scarpe. Quando, potendo far rispettare le leggi e impegnandosi per riportare la cultura di questa nazione a livelli almeno decenti, si poteva pensare di prevenire quegli omicidi.

[Benissimo, adesso lasciatemi sghignazzare un pochino. Casini, Fini, Berlusconi, un buon numero di redattori de Il Giornale dimostrano reverenza postuma verso Bettino Craxi, fiero baluardo contro il comunismo. Ebbene, la dittatura di Ceausescu ebbe pochi amici tanto fedeli quanto il PSI craxiano. Al punto che – correvano gli anni ’80 – presso le edizioni SugarCo, notoriamente legate ai socialisti, uscì in pura perdita un centone incomprensibile sulle macromolecole, dovuto alla penna di Madame Ceausescu. Di chi era la prefazione? Di Bettino Craxi, ovviamente. Il quale ne sapeva di macromolecole quanto me e, suppongo, la moglie del dittatore. Il trattato era venduto, tanto per spacciarne qualche copia, nelle sezioni del PSI, tra militanti tremendamente interessati alle macromolecole… Signori liberals, lasciatevelo dire in bolognese: andé a caghèr.] (V.E.)


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