di Francesca Valentini
Tiziano Scarpa, Stabat Mater, Einaudi, 2008, pp. 144, € 13,60.
Prima delle vacanze estive, alle superiori mi consigliavano sempre di leggere qualche romanzo che avesse vinto un premio letterario. Raramente questi libri mi attiravano, e perciò sono sempre stata refrattaria a seguire queste indicazioni, con buona pace delle mie ottime insegnanti. Potrei ricredermi, e addirittura consigliare io stessa la lettura di un libro premiato, visto che Stabat Mater ha appena vinto lo Strega.
Stabat Mater è una voce miracolosa, tersa, oscura come una laguna notturna e abbagliante come i marmi palladiani di Venezia. Stabat Mater è il canto muto di Cecilia (come la musa, ma così diversa da lei) che da trovatella scrive lettere a una madre ignota e assente. Cecilia è stata accolta ancora in fasce (una tunica verde, con una mezza rosa dei venti azzurra come segnale di riconoscimento) il 21 di aprile, intorno all'anno 1687, dalle suore dell'Ospedale della Pietà in Venezia; lo stesso edificio che negli anni '60 del secolo scorso ospitava il reparto maternità in cui nacque Tiziano Scarpa: l'autore.
di Collettivo San Siro

[Carmilla riceve e diffonde un comunicato sui fermi del 10 giugno scorso, in cui è implicato tra gli altri anche l’autore di un libro di cui Carmilla si è già occupata qui e qui.]
Il 10 giugno scorso, intorno alle quattro del pomeriggio, sono venuti a prendere sei compagni milanesi. Alcuni erano al lavoro. Altri erano in casa. Oppure ci sono stati portati con l’inganno da false telefonate, che avvertivano di strane perdite d’acqua. Tutti, comunque, sono stati fermati dalla Digos con passamontagna e armi in pugno, davanti agli occhi increduli di colleghi, amici e vicini. Ad alcuni hanno addirittura sfondato la porta di casa, con un clamore immotivato. E hanno sequestrato telefoni, computer – personali e di lavoro – agende e altri effetti personali.
Di qui, si è poi proceduto con le varie perquisizioni: dalle abitazioni ai luoghi di lavoro, dalla casa dei genitori fino alla casa di villeggiatura, messa letteralmente a soqquadro durante ore di ricerche con cani e metal-detector. I colleghi dei fermati, sul posto di lavoro, sono stati identificati dagli agenti senza troppe spiegazioni. Dalle abitazioni di ognuno – e dalle loro automobili – sono stati portati via volantini, manifesti, riviste, film, libri insospettabili e poesie. Anche le bollette della luce e del gas, sono state oggetto di interesse. Addirittura, lettere manoscritte indirizzate ai propri figli: tutto, incredibilmente, sotto sequestro.
di Girolamo De Michele
Il fatto: martedì 17 giugno sono stati presentati i risultati di due ricerche, TALIS 2008 e Economics Survey of Italy. Con un curioso intermezzo (vedi qui): ai presenti è stata prima distribuita, e poi ritirata una cartelletta contenente le sintesi e degli abbozzi di traduzione delle ricerche. Un comunicato del Ministero, e un articolo sul Corriere della Sera con ampi virgolettati (un pelino più distaccato quello su La Stampa), ci informano che con queste ricerche l’OCSE ha bocciato la scuola italiana, valutando positivamente l’operato del Ministro. Altri giornali, su carta e on line, grandi piccoli, piccolissimi riprendono - addirittura con taglia-e-incolla spudorati - la notizia.
Che però è falsa.
In sintesi: il Ministro spaccia per nuovi dati che sono vecchi, confonde il primo rapporto col secondo, e il secondo con uno ancora da stilare. E fornisce dati non veritieri. Che però i giornalisti italiani, in barba alla deontologia professionale e al controllo rigorosa delle fonti, prendono per veri: se lo dice il Ministro...
Bene: la verifica l’abbiamo fatta noi. Quello che segue è l’esito della nostra verifica dei poteri. Con, in Appendice tutti i link per chi volesse verificare come stanno le cose.
di Leandro Piantini
Enzo Fileno Carabba, Le colline oscure, Barbera editore, 2008, pp, 269, € 15,00.
Questo romanzo conferma che Carabba ha una spiccata vena umoristica e sa costruire atmosfere inusuali nella nostra narrativa. Le colline oscure è infatti uno scoppiettio di trovate e di battute fulminanti. La satira colpisce soprattutto l’ambiente delle scuole, che il protagonista Angelo frequenta come insegnante di scrittura creativa. Ne risulta un quadro esilarante, un universo dell’assurdo dalle risorse infinite. Gli studenti sono degli zombie, così come molti insegnanti e presidi, tra cui spicca la Manetti, “manager leopardata”, e non parliamo dei bidelli.
di Francesco Lo Duca
Qui le precedenti puntate.
Tornato in Piazza Verdi Rocco ascolta gli ultimi aggiornamenti. PCI e sindacati non solo non parteciperanno al corteo del movimento, ma rifiutano di esprimere solidarietà e di fatto, nonostante forti tensioni interne e sofferti rifiuti soprattutto da parte di alcuni consigli di fabbrica, indicono il presidio di “vigilanza democratica” davanti al sacrario dei caduti. L’ANSA rilancia agenzie piuttosto contraddittorie circa la natura, la causa e la dinamica degli incidenti. Non si capisce chi sia stato a sparare: un carabiniere? Un graduato? Uno sbirro in borghese sceso da un’auto senza insegne? Ha sparato colto dal panico? Ha preso accuratamente la mira?
Insomma, inizia la consueta ridda d’informazioni e soprattutto disinformazioni in cui apparati dello Stato e Servizi sono maestri.
Davanti al CPS Anselmo, Rosco e Tugu confabulano.
- Ohè Rocco, dove cazzo eri sparito? Sono le quattro e fra meno di un’ora parte il corteo. Andiamo al Piccolo che è più tranquillo, si fa per dire, a bere qualcosa e a tirare fiato ché dopo ne avremo bisogno.
di Danilo Arona
Troppi anni fa mi capitò di leggere e di vampirizzare al volo per mio uso e consumo una definizione, esaustiva quanto terribile, dell'Apocalisse in procinto di divenire. Badate, era il 1981, e non eravamo in molti a scriverne allora: ovvio, ribollivano dentro un po' di sano gioco intellettuale nonché residui di gusto catastrofico derivati dai primi amori fantascientifici, ma gli “apocalittici” non integrati di allora scrutavano sul serio nel buio per capire quanti secondi di vita cosmica rimanevano all'autodistruttivo genere umano. Non esisteva al proscenio un 2012 sul quale capitalizzare con libri da alta classifica; ma veniamo al dunque al quale non sono più in grado di attribuire primogenitura... l'autentica Apocalisse era, all'inizio degli anni Ottanta, la “decomposizione” della materia inorganica, sgretolata dall'interno da una nanopatologia tanto lenta e impercettibile quanto inarrestabile.
di Andrea Scarabelli

Sono le puntine da disegno del capitale.
Sono studenti, stagisti, sono in ricerca.
Conficcati in un muro in attesa di cadere, sostengono il peso per un po’; poi cadono.
Ines ha tentato di tutto per apparire più bella, quando ha saputo che quei sei mesi non avrebbero portato a nulla. Ines, la nostra stagista, quella che ero convinto mi avrebbe fatto le scarpe. E invece no. Ha trascorso tutto questo tempo poco lontana da me, di solito seduta, in ricerca vorace di informazioni, di feedback, frammenti. Bruciava per capire dove avevano nascosto il salvagente, tentava di rendersi indispensabile.
Immaginatevi il peggior ospedale di Manhattan, la vita di corsia vista dallo sguardo di un internista che non è il Dr. House: è un killer della mafia. Ma è molto più brillante del Dr. House. Se il medico zoppo del serial tv è brillante, l’internista mafioso Peter Brown allora è fluorescente. Un esempio? Questo: “L’Anadale Wing, il piccolo reparto di lusso dell’ospedale, si sforza di sembrare un hotel. La reception ha un pavimento di linoleum in simil legno e uno scemo in smoking che strimpella il pianoforte. Se fosse davvero un hotel, comunque, offrirebbe un’assistenza sanitaria migliore. Secondo voi basta essere pieni di soldi per ricevere un’assistenza sanitaria superiore alla media? Date un’occhiata a Michael Jackson”. Questo cinico esilarante imperdibile memorabile protagonista di Vedi di non morire (Einaudi Stile Libero, 18.50 euro), esordio narrativo di Josh Bazell, è il personaggio letterario americano più memorabile dai tempi di Tyler Durden, lo schizoide di Fight Club, bestseller di Chuck Palahniuk. E Vedi di non morire è il nuovo Fight Club.
di Alessandra Daniele
- Ah, io ho le idee chiare. O Paperissima, o la Sanità.
Azzurra sorride. Giada sembra perplessa
- Però ci sarà roba da studiare.…
- Ma ti danno il copione, no? Ti scrivono tutto quello che devi dire, basta impararlo a memoria.
- Anche a Paperissima?
Azzurra annuisce.
- Ma certo, i comici fanno solo finta di improvvisare, seguono il copione, proprio come i ministri.
di Filippo Casaccia
G.B. Canepa, "partigiano Marzo", La Repubblica di Torriglia, Genova, Frilli Editori, 2009, pp. 168, € 4,90.
In anni di revisionismo vigliacco o di celebrazioni insincere e puramente elettorali, un piccolo libro come La Repubblica di Torriglia può aiutare a recuperare la memoria reale di ciò che fu la lotta partigiana. E se ci si ritrova a fantasticare troppo spesso con Hakim Bey su esotiche TAZ, ecco un buon modo per non dimenticare le effimere ma vivaci repubbliche partigiane che durarono pochi mesi ma portarono effettivamente alla liberazione dal nazifascismo.
Questo prezioso volumetto di racconti non ha la prospettiva storica (e un po’ arida, burocratica) del celebre Una repubblica partigiana, in cui Giorgio Bocca documentava l’esperienza della repubblica dell’Ossola, perché più che raccontare la storia, racconta le storie della divisione Cichero, la leggendaria formazione partigiana garibaldina che riuscì a rendere autonoma una vasta porzione di territorio nell’entroterra genovese per 5 mesi, tra l’estate e l’autunno del 1944.
Questo racconto, uno dei migliori mai scritti dall’autore, è apparso per la prima volta 45 anni fa sulla rivista “New Yorker”, il 16 luglio 1964 (in Italia è pubblicato per i tipi Fandango).
È la storia di Ned, un uomo ricco e sicuro di sé che ha appena passato la mezza età, con ancora addosso “l’agilità caratteristica della giovinezza”. È a casa di amici per un party in piscina, un giorno di mezza estate. Tutti gli ospiti stanno godendosi con pigrizia la parte più matura del giorno, ognuno impegnato con il suo mal di testa: hanno tutti bevuto troppo, il giorno prima, e riescono a scambiarsi pochi altri commenti mentre la pelle indolente riposa al sole. Ma Ned, un uomo che prova “un disprezzo inspiegabile per gli uomini che non sanno tuffarsi dentro una piscina”, si percepisce in modo vago e pudico come “una figura leggendaria”.
di Valerio Evangelisti
[Nel mio mestiere accade anche questo. Una piccola casa editrice di Reggio Emilia decide di ripubblicare L'autobiografia di Mamma Jones, tradotta da Einaudi nel 1977 (con una splendida prefazione di Peppino Ortoleva), e mi chiede di scrivere un breve pezzo introduttivo. Lo faccio, naturalmente a titolo gratuito, e l'editore, con calma, mi dice che valuterà il mio contributo e mi "saprà dire". E' passato un mese e non si è ancora fatto vivo. Pubblico dunque il mio articoletto. Spero che in ogni caso il libro esca, perché è importante e ancora utilissimo.] (V.E.)
Il più diffuso periodico della sinistra statunitense, vincitore di premi prestigiosi per la sua qualità giornalistica, si intitola Mother Jones. Un omaggio, che si perpetua, a uno dei più formidabili personaggi che la storia del movimento operaio americano abbia conosciuto.
La redazione di Carmilla segnala questo intervento di Domenico Gallo sui referendum del 21-22 giugno.

Lars von Trier’s “Antichrist”: omaggio (apocalittico) ad Andrei Tarkovskij
di Alan D. Altieri
Il luogo: emblematico. Una baracca perduta in una foresta - foresta chiamata, ironicamente e irrimediabilmente, “Eden” - che ridefinisce il concetto di tenebra gotica.
Il tempo: non significativo. Diecimila anni fa, oggi, centomila anni nel futuro. Il tempo, alla fine, è solo uno stato della mente (anima? spirito? whatever?)
I personaggi: primevi. L’Uomo e la Donna (maiuscole d’obbligo), alla ricerca - disperata e struggente, cruda e crudele, ineluttabile e impossibile - della resurrezione.
Questi gli ingredienti base di Antichrist, l’ultimo “film-shock” - suffisso (-shock) che lo scrivente trova quasi sempre ridicolo e/o applicato a ridicolaggini - del (irrimediabilmente controverso) cineasta scandinavo Lars von Trier.
di Gioacchino Toni
Massimo Montanari, Il formaggio con le pere. La storia di un proverbio, Editori Laterza, 2008, pp. 161, € 15,00
A partire dal noto proverbio «Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere», Massimo Montanari ricostruisce la storia dell’abbinamento alimentare che ha generato il detto, analizzandone il significato così come si è sedimentato nel corso dei secoli e concentrando il ragionamento sul fatto che il discorso proverbiale, presentandosi in forma anonima ed impersonale, sottende un variare del valore dell’enunciato al cambiare dell’enunciatore. Essendo il proverbio un testo aperto, il suo significato varia in base al punto di vista di chi lo pronuncia, risulta pertanto importante analizzare come, anche nel caso del proverbio esaminato, si siano storicamente affiancati/scontrati interessi sociali antagonisti. In altre parole è possibile analizzare il proverbio come luogo del conflitto di classe.
di Girolamo De Michele
[Pubblichiamo la Prefazione al graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini & Alessio Spataro Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, Minimum fax, pp. 168, € 15.00. In Appendice, i post di Carmilla sulla morte di Federico Aldrovandi, per la quale sono imputati quattro agenti di polizia. La sentenza di primo grado è attesa per il 30 giugno prossimo.
Qui il blog aperto dalla madre di Federico, che ha squarciato il muro di silenzio sulla morte di Aldro]
in ricordo di Arnaldo Scotti
Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.
di Wu Ming 2
[In calce a questo articolo, curiosità e novità dal dibattito sul NIE.]
[Questo articolo è incluso nel primo numero – appena giunto in libreria - della rivista Letteraria, diretta da Stefano Tassinari e pubblicata da
Editori Riuniti (nuova proprietà, nuova gestione, sito in allestimento).
Clicca qui per leggere l'editoriale di Tassinari e l'indice del numero. Tra gli intervenuti: Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Simona Vinci, Pino Cacucci, Grazia Verasani, Bruno Arpaia, Marco Baliani, Gianpiero Rigosi, Alberto Sebastiani, Alberto Bertoni, Maria Rosa Cutrufelli, Wu Ming 1, Wu Ming 2 etc. Fotografie di Mario Dondero. Buona lettura.]
All’uscita di New Italian Epic (Einaudi Stile Libero), Luca Mastrantonio lo ha definito “l’aggiornamento cartaceo di un libro telematico, che ha avuto un dibattito a monte e che quindi a valle potrebbe non produrre molto di più.” [1]. Confesso che anche noi, come autori, ci attendevamo un affievolirsi della discussione, profezia che invece non si è avverata. La riflessione cresce e si moltiplica, soprattutto in Rete e negli incontri pubblici. Così, mentre sui quotidiani tenevano banco interventi “da stadio”, con tanto di slogan e sfottò, sulla rivista on-line Carmilla [2] uscivano i contributi di Alberto Casadei, Stefano Jossa, Gaia De Pascale, Girolamo De Michele e Guido Chiesa; su Nazione Indiana, un post dedicato al libro “La stanza separata” di Cesare Garboli si trasformava in un gigantesco agone letterario, con oltre 500 commenti, e i pareri di Andrea Cortellessa, Tommaso Pincio, Emanuele Trevi, Dimitri Chimenti, Gianni Biondillo [3]. Con toni più pacati, un’intervista sul blog Letteratitudine di Massimo Maugeri, produceva un confronto altrettanto approfondito [4]. Infine, su Il Primo Amore, compariva un lungo testo di Tiziano Scarpa, intitolato L’epica popular, gli anni Novanta, la parresìa [5]. Inutile dire, con una simile tempesta di stimoli, che i download del famigerato “memorandum sul NIE” viaggiano ancora al ritmo di un centinaio al giorno.
Per chi non ha avuto e non avrà modo di sondare questa impressionante massa critica, vorrei provare a riassumere qui le principali opinioni e materie del contendere.


Questo racconto, uno dei migliori mai scritti dall’autore, è apparso per la prima volta 45 anni fa sulla rivista “New Yorker”, il 16 luglio 1964. È la storia di Ned, un uomo ricco e sicuro di sé che ha appena passato la mezza età, con ancora addosso “l’agilità caratteristica della giovinezza”. È a casa di amici per un party in piscina, un giorno di mezza estate...
di
Confidiamo che una lettura pacata di quanto segue faccia sorgere, in chi è in buona fede, molti dubbi sull’effettiva colpevolezza di Battisti. Comunque, il punto non è nemmeno se Battisti sia innocente. Quel che ci preme è denunciare le distorsioni che la cosiddetta “emergenza” provocò, negli anni Settanta, nelle procedure processuali italiane, fondate, come ai tempi dell’Inquisizione, su “pentimenti” veri o fasulli.


