di Mauro Baldrati
Non è facile per lo spettatore esigente, poco incline al terzismo, recarsi al cinema per assistere alla proiezione di J.Edgar senza soffrire di un pregiudizio iniziale: come può un regista di destra, che alle ultime elezioni ha votato McCain, affrontare un personaggio interno alla storia americana, uomo di potere talmente intoccabile e ambiguo che, per usare un gergo cinematografico, si può definire “attore principale”? Aggiungiamo un’intervista recente dove il regista di destra ha detto la seguente amenità: “se ci fosse stato Hoover ai vertici dell’FBI non avremmo avuto l’11 settembre”. Che retorica da cow boy puritano. L’investigazione come strumento autonomo dalla politica, come valore in sé, l’etica del dovere, dell’onestà, dell’eroe senza macchia. Probabilmente Eastwood è davvero un uomo di quei tempi e di quella retorica, e in quanto tale, in quanto sopravvissuto di una cultura estinta, se mai è esistita veramente, merita rispetto; però a questo punto il pregiudizio diventa “grave”.
di Filippo Casaccia
Batti! …batti lei!
Fantozzi
Andre Agassi, Open, Einaudi, 2011, pp.502, € 20; Adriano Panatta, Più dritti che rovesci, Rizzoli, 2009, pp. 221, € 17; John McEnroe e James Kaplan, Serious, Sphere, 2003, pp. 325, £ 9,99; e altre cosine en passant.
Era odioso. Ed era odiato.
Un odio condiviso anche da se stesso, Andre Agassi, per il personaggio che i media gli avevano attribuito.
“L’immagine è tutto”, diceva di lui una funesta pubblicità. E il campioncino – tirato su da un padre tirannico e bambino prodigio già a 7 anni, quando scambiava colpi a Las Vegas coi campioni di passaggio, gente come Connors, Borg o Nastase – era rimasto sotto questa etichetta. E io un po’ ci avevo creduto.
Il tennis era ancora sulla tivù pubblica e i palinsesti rispettavano le durate degli incontri, non il contrario. Poi a inizio ‘90 è arrivata la pay-tv e addio scambi interminabili, il pomeridiano piacere ipnotico di quel toc toc delle pallettate, specie sulla terra. Magari di Parigi (ricordo un Vilas - Wilander durato 4 ore e mezza!).
Sul finire di quella magica stagione mi era capitato di vedere un giovane punk, in calzoncini di jeans e coi capelli come uno scoiattolo, dare una stracciata al povero Barazzutti nel primo turno di un torneo che ho dimenticato. Punk, dicevano i giornalisti, perché lo aveva sentenziato McEnroe, uno che di ribellione sul campo se ne intendeva eccome. Ma ad Agassi piaceva il pop, con una funesta predisposizione per Barry Manilow.
E questa è una confessione minima, tra le tante che emergono nello straordinario Open, un’autobiografia di 500 pagine che va giù liscia come una Bud Ice (la preferita del coach Brad Gilbert), facendoti sperare che duri ancora un po’, che ci sia ancora qualche piccolo aneddoto e qualche grande verità da leggere in più.
[Fra i tanti comunicati contro la retata che ha condotto all'imprigionamento di 26 militanti NO TAV, e a indagini o arresti domiciliari ai danni di tanti altri, scegliamo di pubblicare quello della Rete TimeOut Bologna, denominazione che raggruppa studenti, precari, lavoratori, militanti dei centri sociali. Da notare la sempiterna presenza, al comando dell'operazione, del procuratore Giancarlo Caselli, ormai specialista in "ratonnades". Fu incredibile la violenza con cui cercò di reprimere il movimento "No Gelmini". Il perché lo ha spiegato lui stesso a Rai News 24: "Non bisogna abbassare la guardia". Di qui l'arresto di un tale quasi settantenne perché mezzo brigatista quarant'anni fa, di un tal altro perché figlio di brigatisti, di un terzo ancora perché fondatore di un centro sociale. Sembra "Il deserto dei Tartari" di Buzzati. Caselli sta di vedetta in attesa di un ritorno dei fantasmi che fecero la sua gloria. Non sarà deluso del tutto: tornano, sì, ma non sono fantasmi, e non sono gli stessi. Rifletteremo su questi temi in maniera più ampia. Accontentatevi dell' anteprima.] (V.E.)
di Girolamo De Michele
1. Una cosa divertente che non dovremmo fare mai più?
Il sinistro della Concordia, la nave Costa Crociere naufragata davanti all'Isola del Giglio, e la conseguente strage è just in time diventato un evento sul quale tutti hanno detto che...
Leoni da tastiera e da telecomando, ma anche raffinati commentatori mainstream – da Gramellini a Merlo, giù giù in décalage fino agli epigoni - subito divisi in schiere nel derby De Falco-Schettino, la cui posta in palio è la personificazione dell'identità italiana; starlette di cui si era persa la memoria – posto che fosse stata mai acquisita – disposte a testimoniare sull'intervento miracoloso in quella notte di tragenda di un Padre Pio che non risulta nell'elenco degli imbarcati, peraltro non esaustivo (un santo clandestino, dunque?); moralisti de noantri sempre disposti a trasformare la facoltà di ragionare in tribunale della ragione, per poi genuflettersi davanti all'autorità con la divisa, i gradi e quella sana capacità di aggiungere un «cazzo!» al diritto di urlare ordini – il comando è mio, dunque comando! – che la dice lunga sulla nostalgia per l'uomo forte, nella variante del decisionista, del Grande Altro o dell'uomo «che imponga con decisiva volontà il basta! a questa pazza corsa al suicidio […]. Un uomo che sappia guardare in faccia la realtà che non soffre di mezze misure» [1]. Come se...
di Davide Grasso (qui il suo blog)
“Le persone che in questa narrazione cercassero di trovare dei fini saranno perseguite legalmente; quelle che cercassero di trovarvi una morale saranno esiliate; quelle che cercassero di trovarvi una trama saranno giustiziate”
Mark Twain
Quando migliaia di egiziani, sui ponti del Nilo, impedirono l’avanzata della polizia a costo di fermare le autoblindo con le loro stesse carni, mi trovavo di fronte a un altro fiume, il Mississippi. Ero a New Orleans, e avevo appena visto le immagini mosse e confuse della CNN, dove mezzibusti e inviati si alternavano a donne arabe e immagini di strade buie, quartieri poco illuminati, dove si diceva che i saccheggi dilagassero e le persone si affrontassero con i bastoni e i coltelli in mano, divisi tra avversari e sostenitori del presidente, o tra proprietari di negozi e saccheggiatori. Comparve sugli schermi Hillary Clinton, in diretta, oltre i titoli delle breaking news che scorrevano sotto lo schermo: imbarazzata, l’espressione vagamente spaventata, invitò gli egiziani ad astenersi dalla violenza. Mi stupì si potesse pensare che quelle persone volessero comportarsi secondo le indicazioni del segretario di Stato, proprio nel momento in cui smettevano di dare ascolto alle loro autorità (verso lo Stato del segretario, peraltro, da sempre compiacenti). Il monito statunitense era rivolto a una popolazione, questa volta, non a un governo; sarebbe rimasto inascoltato.
di Claudio Cazzola
Sophie Nezri-Dufour, Il giardino dei Finzi-Contini: una fiaba nascosta, Fernandel, Ravenna, 2011, pp. 156 €12.00
A mo’ di anticipazione possiamo dire che le funzioni sono straordinariamente poche e i personaggi straordinariamente numerosi.
Se si dovesse scegliere una sentenza proppiana atta a suggerire la chiave di accesso al lavoro indicato sopra, nessuna meglio della presente potrebbe prestarsi allo scopo, magari glossata dalla seguente a stretto giro di pagina [1]:
Gli elementi costanti, stabili della favola sono le funzioni dei personaggi, indipendentemente dall’identità dell’esecutore e dal modo di esecuzione. Esse formano le parti componenti fondamentali della favola.
Muniti di tanto viatico, siamo ora attrezzati per delibare la ricerca della studiosa francese, la quale sottopone il bassaniano Libro terzo del Romanzo di Ferrara ad una disamina robustamente strutturata secondo le linee metodologiche appena riportate.
di Alessandra Daniele
Nonostante la sobrietà e l'eleganza della collezione Manovre Fiscali autunno-inverno, tutte foderate in pelle umana, la crisi peggiora pericolosamente, insieme al clima sociale. Dietro le proteste in Sicilia Confindustria denuncia l'influenza degli integralisti islamici, che mirano a instaurare la Sharia nell'isola. Non a caso, fra i pescatori e i camionisti dei picchetti sono poche le donne, e quasi tutte velate, o comunque vestite pesante.
Cosa ci aspetta, saremo cacciati dall'Euro, o ci crollerà addosso come un garage adibito a fabbrica clandestina, e saremo costretti a tornare alla Lira? Quel brand è talmente sfigato che, se sarà necessaria un'altra moneta nazionale, dovrà essere nuova almeno nel nome. Dopo il rigore di Monti che non siamo riusciti a parare, non ci resta che sperare nel lancio della moneta, ma quale? Il dibattito ferve. Ecco alcune proposte:
di Murat Cinar
[Quasi in coincidenza con l'anniversario della sua morte, pubblichiamo una memoria del giornalista di origini armene Hrant Dink, assassinato con tre colpi di pistola alla gola il 19 gennaio 2007 a Istanbul] A.P.
Hrant Dink ha sempre avuto la volontà di fermarsi a parlare, a studiare la storia con lo scopo di conoscerla, per poter riabbracciare i popoli del territorio anatolico. Dink ha sempre e soltanto immaginato che fosse possibile creare in Turchia un futuro diverso in cui i popoli potessero guardarsi in faccia e chiedersi scusa, ammettendo gli errori del passato: popoli turchi, curdi, armeni oppure europei.
Quando nel 2006 ha ricevuto il Premio Internazionale di Henri Nannen in Germania per aver promosso la libertà di stampa disse: “Soltanto i Turchi sono responsabili per quello che è accaduto? Non sono anche gli Europei a doversi chiedere se sono responsabili? Secondo me sì, e solo facendo così, oggi, potremo capire cosa si riesca a fare per il futuro”. Senz’altro con queste parole Dink si riferiva ai Governi europei che, dalla fine dell’Impero Ottomano, hanno sistematicamente ignorato, per via delle alleanze militari, ideologiche oppure economiche, quasi tutto quello che hanno vissuto i cittadini ottomani e turchi di origini armene nel territorio anatolico. Nel suo appello durante la serata della premiazione, chiese ai Ministri, ai Parlamentari ed ai giornalisti presenti in sala di non isolare e non “lasciare soli” i popoli della Turchia e dell’Armenia.
di Franco Pezzini
[Qui la puntata precedente]

Di quei papà che non si conoscono
Nel 1918 Henry Edwards presenta il proprio film – ovviamente muto – The Hanging Judge, basato su un testo teatrale di Tom Gallon e Leon M. Lion. Il protagonista Dick (interpretato dallo stesso Edwards) finisce sotto processo per omicidio: a complicare le cose sul piano melodrammatico, si tratta del figlio unico del severissimo magistrato del titolo, Sir John Veasey (Hamilton Stewart), chiamato per di più a giudicarlo. La pellicola, inglese, recupera uno spunto classico: il padre, figura normativa per eccellenza, diviso tra dovere istituzionale e la dimensione più cara degli affetti. Se però Lucio Giunio Bruto aveva potuto condannare a morte il figlio guadagnandosi il plauso dei rigoristi romani, col tempo (e qualche oncia di civiltà in più) il plot guadagna in tormento e ripugnanza – come nel caso della celebre vicenda irlandese, plausibilmente nota ai connazionali Le Fanu e Stoker, riguardante un Mayor di Galway vissuto a cavallo tra Quattro e Cinquecento. Il rigorista James Lynch Fitzstephen non solo condannò a morte il figlio unico Walter, reo confesso dell’omicidio di un ospite spagnolo troppo galante con la sua ragazza; ma provvide a impiccarlo personalmente alla finestra della propria casa in Market Street, visto che nessuno a Galway City si sentiva di giustiziare un ragazzo tanto popolare. L’hanging judge torturato dalla propria amarezza si seppellì nella casa, vivendo da recluso gli anni che gli restavano.
È appena uscito l’ultimo romanzo di Franco Forte, "Il segno dell’untore" (Collana Omnibus Mondadori, pagine 358, 15 euro). Si tratta di un thriller storico ambientato in una Milano cinquecentesca afflitta dalla peste bubbonica, dove si muove, in mezzo a una popolazione messa in ginocchio dall’epidemia e dalla precarietà di vita, il notaio criminale Niccolò Taverna. Chiamato a risolvere due casi in qualità di magistrato col mandato a indagare su casi di omicidio e ruberie, Taverna utilizzerà tecniche investigative sorprendentemente moderne, insieme all’intuito e alla deduzione. Ciò che, oltre a una solida architettura generale, rende quest’opera molto interessante è proprio la commistione tra la modernità delle procedure d’indagine e l’acribia dell’affresco storico, mentre, in ombra, si stagliano i pregiudizi dell’epoca.
Franco Forte, nato a Milano nel1962, è giornalista, traduttore, sceneggiatore, editor delle collane edicola Mondadori (Il Giallo Mondadori, Urania e Segretissimo), ha pubblicato i romanzi "Roma in fiamme", "I bastioni del coraggio", "Carthago", "La Compagnia della Morte", "Operazione Copernico", "Il figlio del cielo", "L’orda d’oro", tutti editi da Mondadori, e "La stretta del Pitone" e "China killer" (Mursia e Tropea). Il suo sito è www.franco-forte.it.
Segue il primo capitolo del romanzo. (M.O.)
di Antifascisti veronesi
[Ci siamo già occupati di questa scandalosa faccenda, che potete leggere qua in tutti i suoi dettagli. Pubblichiamo dunque volentieri un comunicato che descrive lo stato attuale della vertenza, ora estesa a colpire la solidarietà.]
Il 23 Gennaio alle 10:00, al tribunale di Verona si metterà in scena l’ennesimo processo farsa contro l’antifascismo. Saranno processati alcuni compagni e compagne, amici, parenti, “colpevoli” di aver portato la solidarietà attiva in tribunale, oltre due anni fa, a due compagni antifascisti che furono arrestati, in seguito alle infami accuse di un noto fascista veronese. Il giorno della convalida degli arresti il tribunale era blindato e né amici, né i familiari dei due compagni, poterono entrare e vedere in che condizioni fossero, dato che per tre giorni furono sequestrati dallo stato, senza poter bere e per uno di essi senza poter assumere medicinali vitali per la sua salute. Tre giorni scomparsi nel nulla delle galere della questura veronese, senza poter avere alcuna notizia. Invece in tribunale poterono entrare e avere carta bianca una schiera di giornalisti, pennivendoli e servi vari dei media, alle dirette dipendenze del Pm e della Digos, per poter compiere il loro spregevole lavoro di diffamazione e di demolizione della figura dei due arrestati.
di Lara Manni
Eowyn Ivey, La bambina di neve, Einaudi, Torino 2011, pp. 414, € 19.00
La bambina di neve si chiamava, in origine, Snegurochka, era la figlia della primavera e del gelo e si incarnò in una creatura dotata di parola e respiro grazie al desiderio di una coppia senza figli: da loro riceverà, però, un affetto senza limiti e insieme una condanna. Nella versione originale, la bambina impara dalla madre umana la pietà e le emozioni e proprio per questo, nel momento in cui si innamora per la prima volta, il suo cuore si scalda. Dunque, la fanciulla si scioglie.
“La bambina di neve” è il romanzo d’esordio (in Italia pubblicato da Einaudi Stile Libero) di Eowyn Ivey, giornalista e libraia che vive in Alaska e che ha, di fatto, raccontato con grande fedeltà la fiaba russa, ambientandola negli anni Venti del secolo scorso e dandole come sfondo la propria terra. I protagonisti sono Jack e Mabel, una coppia di mezza età segnata dalla perdita di un figlio e trasferitisi in Alaska per cercare solitudine e il riscatto promesso ai coloni. Come nella storia classica, proprio mentre Jack sta per abbandonare il progetto e accettare un lavoro nelle miniere e Mabel medita il suicidio, cade la neve e i due sposi ritrovano, per una breve notte, allegria e intimità. Costruiscono un pupazzo di neve e gli danno la forma di una bambina. Fanno l’amore. Il giorno dopo, il pupazzo è sparito, ma fra gli alberi appare e scompare una bambina bionda, seguita da una volpe rossa.
Questa è la seconda parte della cronologia-reportage sulla francese Florence Cassez, reclusa in un penitenziario messicano dal dicembre 2005. Leggi la prima parte della storia a questo link. Eravamo rimasti alla sentenza di condanna in primo grado... La messa in scena della cattura di Florence e Israel in TV, eseguita dai poliziotti della FBI messicana, la AFI, e rivelata da Florence di fronte a milioni di telespettatori tre mesi dopo, non ha scalfito le tesi dell'accusa né evitato una sentenza di condanna in primo grado (96 anni di prigione) che si basa fondamentalmente sulle dichiarazioni dei tre testimoni, non essendoci altre prove contundenti. Le irregolarità nella cattura e le incoerenze sono passate in secondo piano, mentre sembra essersi consumata la vendetta del capo della polizia García Luna, umiliato in TV da Florence. Nessun altro membro della banda viene sentenziato in questa fase. Il sospetto aleggia: come mai tanti cambiamenti nelle dichiarazioni e l’assenza di altre prove? Erano sotto shock al momento delle prime dichiarazioni e poi alcuni mesi dopo si sono ripresi oppure hanno subito una manipolazione da parte di autorità restie ad accettare i propri errori? La legge dice che le dichiarazione rese nei primi interrogatori valgono di più rispetto alle rettifiche successive, ma cosi' non è stato a quanto pare. Gli ostaggi hanno vissuto un calvario, ma pare che Florence non abbia molto a che vedere con la loro vicenda. Sono, come ha detto la francese, i testimoni “due volte vittime”, prima della banda di rapitori, quella vera, e poi anche del potere che ne manipola i destini? In caso di errore, o peggio ancora, di mala fede, in che modo sarebbe possibile fermare la fabbrica dei colpevoli? [Scarica l'articolo intero in .pdf qui]
di Alessandra Daniele
Prima ancora della Guardia Costiera, per il naufragio della Costa Concordia si sono allertati i coreuti della Metafora Unica: ''anche l’Italia affonda, anche l’Italia è come il Titanic''.
In realtà, l’Italia non è affatto come il Titanic.
Ha superato quello stadio da tempo. Negli ultimi dieci anni è stata il Poseidon, un bastimento già affondato, sventrato e capovolto, pieno di cadaveri fluttuanti e avanzi di veglione marinati nelle acque fangose. Oggi è la Nostromo.
L'astronave di ''Alien''.
Ciò che attraversa non è più il mare, ma lo spazio oscuro, gelido e vuoto. Alla sua guida non c'è più un capitano cialtrone, ma un computer.
È significativo il fatto che la meccanicità robotica di Monti sia stata immediatamente riconosciuta da tutti come tale. Appena all'inizio del suo primo discorso ufficiale, sui social network già spuntavano molti di quei paragoni coi Borg e Hal 9000 che sono ormai diventati mainstream. Il Velo di Maya, la cortina d'illusioni che ci nasconde la vera natura delle cose, si sta assottigliando? Se adesso riesce a vederci attraverso anche Crozza, dev'essere diventata trasparente come il cellophane, almeno a tratti.
Il governo Monti però non è come Hal 9000, un computer ribelle. Anzi, sta eseguendo il suo programma con tutta la precisione che le circostanze gli consentono.
Spoiler: in ''Alien'', la vera missione dell'astronave Nostromo, nota solo al computer e all'androide di bordo, è proprio raccogliere e preservare il micidiale parassita che la Compagnia intende sfruttare come arma biologica. L'equipaggio è considerato expendable, sacrificabile.
Spoiler: è inutile continuare a chiedere al governo Monti di colpire i ricchi parassiti, di far pagare la crisi a quelli che l'hanno causata, perché la sua missione è quella opposta: preservarli, proteggerli, fargli attraversare indenni questo spazio, nutrendoli con i sacrificabili, cioè noi.
Gli italiani ''spendibili'', i lavoratori più o meno precari, i pensionati, e tutti coloro sui quali questo governo (non meno del precedente) intende appunto ''fare cassa'', per salvare altri italiani dalla crisi, così come il Parlamento (che è ancora lo stesso) li salva dalla galera.
È ingiusto equipararli ai mostruosi alieni della saga sf? Lo è verso gli alieni. Infatti, come sottolinea Ripley nel primo dei sequel, ''Aliens'', gli alieni non sbranano i loro simili per denaro.
di Franco Ricciardiello
La Cina è oggi tra le maggiori economie del pianeta: per il mondo questa non è una novità, dato che fino al XVII secolo 1/3 del PIL mondiale era prodotto nel Celeste Impero. Forse è a causa alla ritrovata centralità economica che uno dei periodi più foschi e terribili della sua storia contemporanea, la Rivoluzione culturale, risulta ancora carente di ricostruzioni storiografiche; eppure gli anni della de-maoizzazione hanno messo a disposizione una quantità di documenti. Ma la coscienza politica sporca dell’Occidente si concentra sulla questione tibetana, cara ai neofiti delle religioni che fanno tendenza, fingendo di non vedere che i diritti umani in Cina vengono calpestati ovunque.
Ancora oggi si fa confusione in materia, e c’è chi considera la Rivoluzione culturale (Wénhuà dà gémìng) un episodio di politica interna della Cina, piuttosto che una guerra civile tra marxisti dogmatici (Máo) e pragmatici (Dèng). Tutto ha inizio a metà degli anni Sessanta. Máo Zédōng, il vecchio leader della rivoluzione comunista arrivata al governo nel 1949 dopo mezzo secolo di disordini e guerre, si trova confinato ai margini del potere a causa degli spaventosi errori del suo “Grande balzo in avanti” (Dàyuèjìn) di fine anni Cinquanta, che invece di trasformare la Cina in una potenza industrializzata provoca una carestia di dimensioni apocalittiche nelle campagne: secondo gli storiografi cinesi, 14 milioni di morti dal ’59 al ’62.
di Franco Pezzini

Il giudice e il suo boia
Lydford (West Devon), agosto. La pioggia per il momento si è interrotta, ma il cielo resta livido quando fermiamo l’auto nel villaggio – incredibile pensare che quest’angolino appartato ai confini del Dartmoor (poche case e una locanda, immerse nel verde che ora brilla) un tempo fosse un centro importante. Ma il castello sulla collinetta di fronte alla chiesa di St. Petrock è testimonianza concreta del vecchio potere: una costruzione tozza e minacciosa che, qualcuno ha osservato, lascia dal basso la bizzarra impressione di sprofondare nel rilievo su cui sorge – verso l’inferno, presumibilmente. Edificato nel 1132 sulla base di un castello precedente, l’edificio divenne prigione dai tempi di Edoardo I: un atto parlamentare del 1512 lo descriverà come uno dei posti più odiosi e malsani del regno, e il termine Lydford Law suonerà sinonimo d’ingiustizia. Come nell’omonima lirica di William Browne: “I've often hear of Lydford law, / How in the morn they hang and draw, / And sit in judgement after”… Finito in rovina, nel Settecento il castello sarà restaurato ancora come luogo di giudizio e carcere; e ciò che resta oggi è un parallelepipedo svuotato dal tempo e citato nelle guide per i suoi cattivi ricordi.
Un padre sta girellando attorno al rudere col figlio bambino, ma quando saliamo anche noi si defilano – in effetti non c’è granché da vedere. Varcata la soglia, gli spazi a cielo aperto tra muri a perpendicolo (tre piani, ma le travi hanno ceduto da molto tempo) mettono angoscia: star chiusi qui dentro doveva essere spaventoso. A spingere a visitare un posto del genere è in effetti soprattutto il valore simbolico e il coagulo di storie che lo riguardano. Un buon avvio dunque per un piccolo itinerario di teratologia della giustizia, inseguendo una maschera codificata compiutamente nell’età vittoriana ma sopravvissuta con buone ragioni nell’immaginario (post)moderno: l’hanging judge, cioè il Giudice Impicca-impicca.
di Dziga Cacace
Eiacula precocemente l’impero, ritorna il circolo dei combattenti
Gli stati servi si inchinano a quella scimmia di presidente
Ermeneutica, Franco Battiato
360 – Gravemente insufficiente, altro che Da zero a dieci, di Luciano Ligabue, Italia 2001
Ma tu pensa: proprio ora viene fuori che gli iracheni avrebbero tentato di comprare dell’uranio impoverito nigeriano, in Niger… (se è del Niger si dirà “nigeriano”, no? E se fosse della Nigeria come si direbbe? “Nigeriano della Nigeria”? Vabbeh). In questo inverno del nostro scontento, anno domini 2003, pavesato di orgogliose e inutili bandiere arcobaleno, sto vivendo in diretta uno di quei sempre più lunghi e dolorosi momenti di caduta delle difese immunitarie cerebrali del mondo occidentale e, stanco di lottare, mi rifugio in un film, l’ennesimo. Letale, peggio delle introvabili armi di distruzione di massa che gli ispettori ONU avrebbero cercato invano a Baghdad e dintorni (forse perché non esistono… ma non voglio fare sempre il bastian contrario, dài: vedrai che frugando bene...). Comunque, nonostante la solenne promessa di Il mio nome è mai più, Ligabue c’è cascato di nuovo. Purtroppo. In Radiofreccia convivevano ingenuità diverse e una recitazione allo stato brado, ma c’era anche dell’energia sincera e il film, per me, funzionava eccome. In questo Da zero a dieci c’è una scrittura più ambiziosa, ma per niente matura, anzi. E quello che in Radiofreccia si poteva perdonare a un esordiente che sbagliava per irruenza, qui respinge e basta, in un mescolone che aspira all’epica ma risolve nello strapaese. Oh, vado giù duro perché accuso il tradimento: Liga, da buon selvaggio (nell’accezione migliore dei termini), qui aspira a fare l’autore, con frasi sentenziose e considerazioni sul mondo messe in bocca a personaggi punto carismatici. E tutto il film risulta sbalestrato, come il montaggio ostentato e fuori luogo: Da zero a dieci è farraginoso, viscoso, poco spontaneo: è pensato e siccome non è pensato granché bene, fa paura. Barbara rantolava sul divano, continuando a guardarmi interrogativa - gli occhi pallati come un manzo che va al macello - come se potessi giustificare io questo disastro. E io mi chiedevo cosa fosse saltato in testa a Ligabue: vendi dischi a palate, vinci premi letterari, hai una marea di chitarre vintage che ti invidio e, dimmi tu, ma perché ti butti in questo film imbarazzante?





