di Alessandra Daniele
A ogni transizione, in Italia puntuali arrivano le bombe. E le ipotesi su mafia, terrorismo neofascista, e servizi segreti, come se fossero tre cose ben distinte e separate. ''Dire 'mafia' è poco'' fu la risposta di Giuseppe Ayala alle prime domande dei giornalisti sui mandanti della strage di Capaci. Dire ''mafia'' non è mai bastato a spiegare gli orrori d'Italia, e basta ancora meno oggi, che il terrorismo neofascista è diventato un franchise.
Pur convinti dell'efficacia della via giudiziaria, credo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non si siano mai illusi che per combattere il sistema politico-mafioso bastasse sbattere in galera qualche quadro intermedio della sezione siciliana. Sarebbe stato come pensare di sconfiggere l'Impero arrestando Jabba the Hutt. No, a motivarli era la speranza, in parte dichiarata, che infrangere il secolare tabù dell'impunità mafiosa potesse innescare un progressivo cambiamento nella coscienza collettiva, e quindi nella società. Qualcosa del genere ''Serse sanguina! Può essere ferito, quindi non è un dio invulnerabile. Abbattiamolo!'' Era una speranza nella capacità degli italiani di cambiare davvero.
Ed è stata delusa.
di Livio Ciappetta
Bussai timidamente alla porta. Padre Feijo era seduto vicino alla finestra, il capo leggermente inclinato, assorto nella lettura. Sfogliava con avidità uno dei suoi autori preferiti, il geniale Calderon de la Barca, fonte di grande ispirazione e di gustosa ironia per l’austero monaco benedettino. Non era la prima volta che mi rivolgevo a lui per consiglio, ma come sempre provai un certo imbarazzo, nonostante l’autorità di cui il santo tribunale mi aveva investito.
Capelli radi, fronte ampia e sguardo sornione, come si addice ad un uomo acuto ed avvezzo alle stoltezze del mondo. A volte mi domando se sia possibile, osservando i tratti del viso di un uomo, riconoscerne il temperamento, le qualità. Chissà che nostro Signore non abbia nascosto qualche segno nei nostri volti; ma celo prudentemente in me stesso simili dubbi, per non finire vittima del tribunale che presiedo.
di Saverio Fattori
Marta Baiocchi, Cento micron, Minimum fax, Roma 2011, pp. 279, € 11
Marta Baiocchi è una ricercatrice nel campo delle cellule staminali, una scientifica, ma per anni ha militato nel gruppo de iQuindici, la comunità di lettori democratica che si prende l'onore di visionare centinaia di testi inediti e di agevolare i più meritevoli nella pubblicazione. È una donna di formazione scientifica che con la letteratura e l'umanesimo sembra avere un rapporto di sano conflitto: sano perché in questo libro l’oscillazione tra le due anime genera una scrittura solida. Nessuna tesi è portata in dote, nulla è dato per scontato, la fatiscenza della ricerca nel nostro paese si fa narrativa importante, le descrizioni sono al millimetro, siamo messi di fronte alle prove documentali dello sfascio. Il lettore è portato per mano nei laboratori che cadono a pezzi affidati a baroni interessati solo a reiterare le meccaniche del potere più arrogante, quello che affoga ogni meritocrazia e che ha un'idea della competizione molto personale e bizzarra.
di Sandro Moiso
“Denari! Non avete sentito il racconto?
Di cos’altro andavano in cerca , quei ribaldi, se non di denari?
Cos’altro stava loro a cuore se non i denari?”
(Robert Louis Stevenson, L’isola del tesoro)
L’Uomo Nero si aggira per l’Europa.
Ha più nomi, più maschere, ma è destinato a diffondere il panico anche solo a parlarne.
Spread, Default, Uscita dall’euro, Abbassamento del rating, comunque se ne parli è sempre quello: il mostro da evitare ad ogni costo. Non importa se si è ricchi o poveri. Non importa se si appartiene alla classe degli imprenditori o a quella dei lavoratori dipendenti. La paura deve accomunare tutti. O, almeno, così si vorrebbe.
Ma le cose non stanno esattamente in questo modo. Non che vadano bene, anzi. Ma non siamo tutti sulla stessa barca e a colpi di remo i differenti vogatori la vorrebbero portare in direzioni opposte.
La crisi c’è, esiste ed è pesante. Potremmo dire che l’economia, che già è un soggetto piuttosto astratto, sta presentando il conto ad una società basata sull’opulenza del capitale fittizio.
Fittizio, ovvero che non c’è, che non è mai stato prodotto, che è stato solo e sempre gonfiato, negli ultimi decenni, dalla speculazione su titoli tossici e sul rifornimento costante alle banche di carta straccia chiamata dollaro o euro a seconda che la cosa avvenisse da una parte o dall’altra dell’Atlantico.
di Mauro Baldrati
“Non è bello avere qualcuno da odiare?” canta Michael Krohn del gruppo norvegese Raga Rockers. “Tutti odiano tutti” è scritto su una t-shirt in un video di J-Ax. “I hate Pink Floyd” aveva stampato sul petto Johnny Rotten. Odiare dà energia, talvolta indispensabile per tirare avanti, quando le risorse a disposizione sono scarse. Odia la giovanissima ragazza narratrice del libro dello scrittore siriano Khaled Khalifa, Elogio dell’odio. Odia il regime del suo paese, i satrapi feroci che sfruttano e massacrano il suo popolo. “I potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato” diceva Sanguineti in una Lectio Magistralis del 2007, per cui bisogna “restaurare l’odio di classe”.
Parole dure, che suscitano ribellione politically correct, odiare è sempre sbagliato, l’odio è un sentimento perdente, ci vuole la compassione ecc ecc. Eppure quando lo spettacolo del potere assume toni grotteschi, insultanti, violenti, l’odio sgorga spavaldo dalla fonte dannata dell’impotenza e della rabbia. Io per esempio li odio, li odio a morte, con lo spirito e col corpo, e vorrei il loro male, tutto il male possibile.
di Danilo Arona
La prima parte è qui.
Dov'eravamo rimasti? Alle porte, sicuro. Ovvero agli attraversamenti coscienti e/o guidati (tra i mondi, le dimensioni o le “altre” realtà) e a quelli inconsapevoli dalle conseguenze e dalle ricadute concrete e tangibili. E al dubbio se l'esercizio letterario possa essere una delle autentiche esperienze sciamaniche dei nostri tempi. Perché qualche libro, o solo qualche parte di esso, ha in qualche caso “bucato” il Reale.
Siccome parlare di me è sin troppo facile (ma non mi negherò), comincio da un amico che non ha voluto problemi qualche tempo fa a dire la sua sull'argomento. Si chiama Gianfranco Nerozzi (il Nero) e credo lo conosciate tutti. E' un grande scrittore horror, autore di capolavori assoluti quali Resurrectum e Il cerchio muto. Nel maggio nel 2006 Gianfranco pubblicava in rete, su più siti, un documento dal titolo Il codice del Nero, di cui offro una sintesi, evidenziando quel che c'interessa in questo contesto:
La relazione valutativa dell'Invalsi
di Matteo Vescovi
Pubblichiamo un altro contributo proveniente dal CESP di Bologna, e, in [Appendice], un grido d'allarme per la prossima chiusura di una piccola scuola di montagna. Confidiamo che i lettori di Carmilla sapranno cogliere il nesso tra i due testi [G.D.M.]
Che dalla voce di un Ministro “tecnico” di un governo “tecnico” non potessero che uscire elogi nei confronti di uno strumento anch'esso “tecnico” di valutazione “oggettiva” degli apprendimenti dei nostri studenti, certo non poteva stupirci. Come non ci ha stupito sentirlo tessere l'elogio di un sistema di valutazione finalmente “moderno” ed europeo che basandosi sulle evidenze di questi test possa fornire ai decisori gli strumenti necessari per conoscere e intervenire nel sistema di istruzione nazionale. Come non ci ha stupito nemmeno la sede squisitamente “tecnica” (un convegno organizzato dalla Fondazioni San Paolo e TreeLLLe) in cui queste affermazioni sono state rilasciate per la prima volta dal Ministro ai mezzi d'informazione.
Cerchiamo, però, di prendere in considerazione anche alcuni aspetti sgradevoli, ma purtroppo necessari quando si ha a che fare con “obsoleti” esseri umani e non con moderne tecnologie d'avanguardia.
di Alessandra Daniele
''La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L'autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica..''
(Silvio Berlusconi, discorso della ''discesa in campo'', 1994)
''Tutto questo è già successo. E succederà ancora'' (Battlestar Galactica, 2008)
Quest'anno abbiamo celebrato il ventennale dell'inchiesta Mani Pulite, e soprattutto del successivo (ma solo in parte conseguente) crollo del marcio sistema partitico dell'epoca. Come sappiamo, solo due anni dopo tutte le speranze nate in quella stagione finirono nello scarico di Fogna Italia, quando Berlusconi riuscì a recuperare i voti di centro destra orfani del Pentapartito, e nello stesso tempo a rastrellare gran parte del voto diretto al cambiamento, spacciandosi per un rinnovatore.
Il clima in questi giorni è molto simile a quello del '92, e il risultato delle ultime elezioni amministrative lo dimostra meglio di qualunque altra cosa. Dove rischiano di finire le nostre speranze residue stavolta?
di Walter Catalano
Vi sono temi di fortissimo interesse ma troppo terribili per essere oggetto di narrazioni. (E.A. Poe – “The Premature Burial”)
Come potei addormentarmi, quando maggiore era la mia angoscia? Forse il nostro corpo sente a volte pietà della nostra anima. (Beppe Fenoglio – “Nella Valle di San Benedetto”)
Beppe Fenoglio è probabilmente, fra gli autori importanti del nostro Novecento, uno dei meno inclini all’affabulazione fantastica. Profondamente radicato nella sua terra, le Langhe, lo scrittore di Alba non si discosta mai dal dato concreto, oggettivo: se il paesaggio esteriore nelle sue opere compendia espressionisticamente quello interiore dei personaggi, non trasfigura mai in allucinazione del sogno o della memoria. Diametralmente opposta a quella di Cesare Pavese la sua sensibilità coglie nell’arcaico del sangue e della terra non tanto le suggestioni mitiche, quanto piuttosto - come intravide Elio Vittorini - gli echi barbari. Fenoglio, ben calato nel suo tempo e nell’esperienza fondante della sua generazione, la Resistenza e la lotta contro il fascismo, resta comunque pervicacemente refrattario a ogni memorialistica agiografica e lontano anni luce dall’abusata temperie neorealista: unico fra i suoi contemporanei, ne usa e ne distorce gli scenari e le dinamiche in chiave esistenzialista. Per questo motivo si è giustamente parlato a proposito delle sue opere più riuscite di epica moderna. Forse per sua fortuna, questa disposizione lo rese un isolato all’epoca; venne frainteso, in senso estetico, politico ed esistenziale e probabilmente solo Italo Calvino seppe comprenderne a pieno la grandezza. L’improvvisa scomparsa, ad appena 41 anni nel 1963, nel pieno della sua maturità creativa inoltre, non ha facilitato la lettura dei suoi testi, in gran parte incompiuti ed oggetto di aspre polemiche fra gli specialisti quanto a cronologia, intenzioni e operazioni di “restauro”.
di Franco Pezzini
Tutti i capitoli di "Le case del giudice"
Jeffreys colpisce ancora
“1968: il grande inquisitore rovescia la sua malvagità sul mondo. Michael Reeves firma il suo capolavoro e il successo di Witchfinder General innesca la nascita di un minigenere sado-storico che, come spesso accade, del capostipite riprende soltanto gli elementi più superficiali”. Così, nella splendida monografia Succubus. Guida al cinema di Jess Franco varata in due fascicoli dalla rivista Nocturno (e più precisamente nel primo, luglio 2007), Adriano Di Gaspero introduce il film Il trono di fuoco – titolo internazionale The Bloody Judge – in cui il regista spagnolo porta agli onori dello schermo e in primissimo piano il protomodello degli hanging judges, il pessimo Jeffreys.
“Opportuniste en diable, il [cioè Franco] tourne L’Horrible Dr. Orlof après Les Yeux sans Visage, Il Trono di Fuoco après Le Grand Inquisiteur, Les Démons après Les Diables, de Ken Russell, Nécronomicon (Succubus) après Incubus, Lorna l’Exorciste (Les Possédées du Diable) et Exorcisme et Messes Noires après L’Exorciste de Friedkin, etc.”, rileva un articolo di Ciné underground – anche se si è sottolineato come l’approccio del regista spagnolo ai generi risulti comunque destabilizzante, e terroristico nei confronti dei modelli ispiratori. Ma facciamo un passo indietro.
di Sandro Moiso
(n.b. Le opinioni espresse nel presente intervento sono da attribuire esclusivamente all'autore e in nessun modo alla redazione di Carmilla nel suo insieme)
Da molti anni non affido le mie speranza di rinnovamento sociale alle urne elettorali, sia in occasione delle elezioni amministrative che di quelle politiche.
Ciò non toglie però che ogni risultato elettorale debba essere vagliato ed analizzato, anche per il poco che può rivelare dello stato di cose presenti. E, da questo punto di vista, l’ultima tornata elettorale, italiana ed europea, non presenta novità di poco conto… anzi.
Diciamolo subito: c’è poco da gioire per la vittoria di Hollande.
Un candidato anonimo che ha vinto più per l’insofferenza dei francesi nei confronti dell’ormai decotto duo Sarkò-Carlà che per i propri meriti personali.
Un candidato di “sinistra” che sotto il tavolo si prepara a far piedino alla solita cancelliera e che ha già dichiarato che “la TAV è essenziale per lo sviluppo e il rilancio dell’economia europea” ha ben poco di interessante da proporre a chi medita su come uscire positivamente, in termini di classe, dalla crisi attuale. Piace pure a Monti, e quindi alla Trilateral e a Goldman Sachs, che c’è da dire d’altro?
Sì, qualcos’altro da dire forse c’è, ovvero che lo striminzito 51,9% con cui Hollande ha battuto Sarkozy non a caso è stato sventolato come un trionfo non solo dal nostrano PD, ma da tutte le forze interessate a mantenere la dittatura bancaria europea sulla forza lavoro.
Da Sergio Romano, sulle pagine del Corriere della sera, a Repubblica tutti cercano di spacciare il modesto socialista francese post-mitterandiano come un reale vincitore e valido compagno di viaggio nella gestione dell’economia continentale. Come dire. “Più Hollande, più sviluppo”.
di Dziga Cacace
- Sei ancora arrabbiato?
- Sì!
- Anch’io!
396 – The Soul of a Man di un indifendibile Wim Wenders, USA 2003
Oh: magari mi sbaglio – non dico di no, ma penso anche di no – ma per me Wim Wenders è completamente rincoglionito. Ma proprio del tutto: andato via di testa, uscito di senno, fuori come un poggiolo, cioccato come una lama: decidete voi . Perché uno vede questo The Soul of a Man e gli cascano le braccia e pure qualcos’altro. Ora, Buena Vista Social Club ha avuto il suo bel riscontro sul pubblico borghesuccio. Il film era il compitino di un cineasta senza idee cui il grande musicista Ry Cooder aveva presentato una vitale schiera di super abuelos cubani. E nel 1999 - forse per ansie millenaristiche, chissà - una congiura a livello mondiale ha poi sancito il successo di tutto quanto fosse “latino” (da Ricky Martin a Santana, dalla chiattona Lopez a qualunque stramaledetto ballo con cui agitare le chiappe), compreso il suddetto filmino amatoriale. E Martin Scorsese avrà pensato: riproviamo il colpo e affidiamo al pensoso Wim uno dei film che sto curando sul blues… del resto c’è un pubblico che s’è comprato e letto pure i libri del Maestro teutonico, raccolte di pensierini come Stanotte vorrei parlare con l’angelo o saggi sul potere della visione e del ricordo (bella intuizione: conosco un benzinaio di Torriglia che ha tesi non dissimili, ma nessuno gli dà retta), così come l’emblematico volume fotografico Una volta, una sòla colossale e parecchio costosa dove, a fianco di fotografie fatte dal nostro eroe (alcune belle, altre da fotoamatore alle prime armi), apparivano risibili poesiuole che immancabilmente esordivano col verso: “Una volta ho visto”, raggiungendo l’apice con le immortali parole: “Una volta ho visto John Lee Hooker”. E basta, giuro. Vabbeh, il mercato c’è, si saran detti: assecondiamolo! E io fesso ci son ricascato e son finito all’Anteo a ciucciarmi questa autentica cazzata siderale.
di Valerio Evangelisti
Secondo le regole di Carmilla, non dovrei occuparmi del libro di cui tratterò (Aldo Gritti, I custodi della pergamena proibita, ed. Rizzoli, 2012, pp. 420, € 12,50). Riporta infatti, in quarta di copertina, una mia frase elogiativa. Si vedrà però che la mia non è assolutamente un’apologia, e che trascurerò completamente la parte romanzesca.
Voglio occuparmi di questo libro perché, in forma narrativa, svela per la prima volta in maniera persuasiva le chiavi di interpretazione del misteriosissimo manoscritto Voynich, definito spesso il più impenetrabile testo in codice della storia, ne decifra interi brani, spiega il senso di illustrazioni apparentemente enigmatiche, ne smonta la fattura fase per fase, in maniera non solo persuasiva, ma incontrovertibile. Nessuno era riuscito a tanto, fino a oggi.
Perché la scelta di una chiave narrativa, anziché saggistica? Lo spiega la protagonista nelle ultime pagine. Il manoscritto sarebbe quasi ignoto in Italia, e conosciuto solo da un numero limitato di “internauti”. La forma romanzo, e nello specifico quella del thriller, ne divulgherebbe l’esistenza e, tra elementi fantasiosi, offrirebbe gli strumenti per intenderne il senso.
"E mi rimane, infine, la certezza
che si possa sbagliare dalla parte giusta
schierati a protezione di un'intesa
tra l'utopia di chi insegue gli orizzonti
e gli orizzonti stessi che si spostano per noi
come se fossero le guide di un cammino
in fondo al quale scavalcare il mare
per ritrovare lì l'amore degli insorti
che solo noi sappiamo pronunciare"
La redazione di Carmilla saluta Stefano Tassinari, un compagno di strada, un amico, un uomo generoso e intelligente.
Mancherà, a tutti quelli che hanno incrociato le proprie vie con la sua, la sua fraterna disponibilità a guardare sempre oltre gli ostacoli, a costruire percorsi in comune, a ragionare camminando.
Ciao, Stefano. È stato bello incontrarti.
di Girolamo De Michele
Questo testo viene pubblicato anche su altri siti accomunati dalla difesa della scuola
Lo scorso maggio gli studenti del secondo anno di istruzione superiore (licei e istituti tecnici e professionali) sono stati sottoposti alle prove dell'Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di istruzione e di formazione (INVALSI). Lo scopo di queste prove di "valutazione esterna" in italiano è di "accertare la capacità di comprensione del testo e le conoscenze di base della lingua italiana" (vedremo dopo le finalità più generali dell'INVALSI). Per verificare queste capacità e conoscenze è stato chiesto agli studenti di leggere dei testi e rispondere a un certo numero di "domande a risposta chiusa" [1]. Uno dei testi era il racconto di Mario Rigoni Stern "Sulle nevi di gennaio", compreso all'interno della raccolta Aspettando l'alba e altri racconti (Einaudi, Torino 2004, in appendice). Il racconto, originariamente pubblicato su "La Stampa" del 19 gennaio 1994 col titolo "Sul Don, quel lontano inverno", fa parte del "Ciclo del Don": e infatti nel Meridiano Rigoni Stern è inserito, dopo i romanzi, tra i racconti della seconda guerra mondiale (alle pp. 859-863].
di Sandro Moiso
Siamo tutti libri di sangue
Siamo tutti libri di sangue.
Libri fatti di carne, di ossa, di sudore, di odio e di amore.
Ma siamo anche archivi di memorie, di dolore, di sconfitte, di gioie e di vittorie.
Siamo stati rivoluzionari e, poiché non avremmo potuto essere altro, siamo ancora libri, scritti con linguaggi dimenticati, che non hanno mai potuto essere realmente riciclati, anche perché non abbiamo mai chiesto scusa per i nostri peccati.
Oggi nel conservare la memoria degli anni, di quelli direttamente vissuti e di quelli vissuti da altri, siamo come i quipu degli Inca. Cordicelle annodate che costituivano gli archivi, le memorie e il sistema di calcolo di quella antica e gloriosa società andina. E che oggi più nessuno sa interpretare appieno. I conquistadores e i padres distrussero e bruciarono gran parte dei quipu allora esistenti per sottomettere convertire le popolazioni all’unico Rey e all’unico Dio.
Dovevano essere opera del demonio ed indemoniati e stregoni dovevano essere coloro che li sapevano leggere e realizzare. Fu così che furono distrutti e bruciati anche loro.
Anche noi siamo pieni di nodi, nell’anima e nei ricordi. Siamo sempre corde tese in un slancio mai interrotto e, in un mondo di demagogiche giornate della memoria, siamo ancora noi a dover raccontare la storia.
di Alessandra Daniele
L'Europa si sposta un po' a sinistra. Però anche un po' all'estrema destra, insomma, zigzaga cercando di schivare le inculate, saltella da un palo all'altro tentando di parare il Rigore. In Francia Hollande ha vinto le elezioni, ma economisti e politologi lo avvisano della ben più decisiva prova che ancora l'aspetta: essere sottoposto al giudizio dell'euroTurandot Angela Merkel, temibile incarnazione dei Mercati. In Grecia sembra che la vecchia maggioranza tassaiola abbia perso la possibilità di ricostituirsi, ma economisti e politologi avvertono gli elettori greci che hanno sbagliato a votare suscitando l'ira dei Mercati, e che quindi saranno riportati per le orecchie alle urne finché non avranno imparato a votare come si deve.





