di Ivan Arillotta
Il tempo incalza. Il tempo in calza. È qui, ai miei piedi. È in nessun posto, in nessun tempo.
Cordoglio, qui nella penombra. Non c’è luce, non c’è oggetto nel buio, non c’è amore nel corpo, non c’è desiderio nell'uomo, non c’è presente nel futuro: c’è il memento di un traditore nella propria fortezza, settimo piano, cella a destra, scrittoio pieno di fogli, buco del culo devastato dalla solita panca. Fui. Perché, è forse necessario un significato per riempire le vostre labbra di versi? Le labbra, non certo la testa, nella testa non vi è nulla, nonostante la seducente convinzione che i luoghi silenziosi custodiscano gli scintillanti tesori di un'anima. Bruciati.
di Daniele Barbieri
Giovanni Di Iacovo, Tutti i poveri devono morire, Castelvecchi, 2010, pp. 156, € 12,60.
[Di norma, Carmilla pubblica solo testi originali. Fa eccezione per questa recensione, tratta dal blog di Daniele Barbieri, giornalista ed esperto di fantascienza. Il libro di Giovanni Di Iacovo, vecchio amico di Carmilla, andava segnalato. Dato, però, che alcuni redattori di questa testata hanno avuto una parte seppur minima nella pubblicazione (commento in quarta di copertina), si è preferito ricorrere, per correttezza, a fonti terze.] (V.E.)
Il prato è «curatissimo». Dunque il sangue che scorrerà, alla fine della gara iniqua, lo sporcherà. Non è un safari o una caccia alla volpe. La vittima è umana, Lila. Ma cosa c’entra «la sigla dei Teletubbies»? Perché gli assassini gettano sulla morta predestinata e sull’altro in sovrappiù «la pagina 5 di Viaggio al termine della notte di Céline e la pagina 5 di Chiedi alla polvere di John Fante»?
di Filippo Casaccia
Ero un ragazzino alto e magro con tanto tempo a disposizione, una certa propensione al fancazzismo e, modestamente, l’inarrivabile abilità a dedicarsi a cose completamente inutili. Fatto sta che nei miei quindici anni compulsavo settimanalmente il Guerin Sportivo e mi aggiornavo con stolida precisione sui risultati di squadre internazionali che mai avevo (e avrei poi) visto giocare. C’era una logica, distorta, ma c’era: facevo il tifo – un tifo “freddo”, da poltrona – per squadre a cui ero legato dai più diversi e impensabili motivi. Quando avevo 10 anni, per una troppo breve stagione, a casa nostra fu ospite la splendida Dorothy, ragazzona au pair di Glasgow che, in cambio di vitto, alloggio e un piccolo stipendio, insegnava l’inglese a me e mia sorella. Dorothy imparò l’italiano, io quasi niente del suo idioma gutturale e contratto, ma mi colpì molto il suo invidiatissimo fidanzato. Ci venne a trovare prima dell’estate: giocava in una squadra di calcio scozzese dell’allora Premier Division locale, il Morton. Quest’uomo affrontava in campo gente come Gordon Strachan. E magari aveva conosciuto Kenny Dalglish o John Wark…
di Sandro Moiso
Quand’ero bambino, uno zio mi insegnò che per distrarre qualcuno e poterlo fregare occorreva attirare la sua attenzione sugli asini che volavano in cielo.
Certo quell’italietta degli anni ’50 era ancora vicina alle storie medievali di Calandrino e le truffe alla Totò per vendere il Colosseo a turisti sprovveduti facevano ancora sorridere.
Oggi, invece, siamo diventati moderni e seri, liberal e globalizzati e soprattutto cinici e disincantati e quelle innocue storielle, ormai, richiamano soltanto alla mente il retaggio di una cultura popolare arcaica e superata.
Così, finalmente, tutta la dotta cultura millenaria, latina e cristiana, che caratterizza il Bel Paese e la sua indiscutibile modernità ha potuto esprimere la propria ricchezza e profondità filosofica, politica e morale nel vivace dibattito sull’opportunità o meno dell’esistenza della lotta di classe.
A destra, a sinistra, in alto, in basso e al centro il ragliare degli asini saccenti si è inseguito e moltiplicato sulle pagine dei giornali come in un novello castello del mago Atlante.
di Massimiliano Smeriglio
[Massimiliano Smeriglio è assessore alla Formazione e Lavoro della Provincia di Roma. Questo mese l'editore Voland pubblica il suo romanzo Garbatella Combat Zone, che ci pare molto interessante. Ne pubblichiamo un breve estratto. In appendice, la quarta di copertina, con un riassunto della trama e un profilo dell'autore. Una prima presentazione avrà luogo il 26 settembre al Palladium di Roma, con la partecipazione di Valerio Mastandrea.] (V.E.)
L’aereo partiva la mattina presto: Roma-Parigi; Parigi-Vancouver; Vancouver-Anchorage. Tre scali per arrivare in cima al mondo e per uccidere Valerio Natali. Come in un videogioco, appena effettuato il decollo da Fiumicino, la sua testa rimise a fuoco le vicende dei cinque anni in Chiapas.
di Danilo Arona
Il sette agosto scorso ho pubblicato su un blog alessandrino alcune considerazioni a caldo, a seguito di un allucinante fatto di cronaca milanese, parole che provenivano dal mio amico e quasi alter ego Morgan P. Mi sono accorto con colpevole ritardo che l'importante studioso citato da Morgan in coda alle sue condivisibili preoccupazioni ha commentato in seguito il pezzo in questione. Ritengo allora di ripubblicare il tutto in forma più estesa, ivi compreso il commento. Il materiale a disposizione del lettore è denso e in piena sintonia con “La luce oscura”.
Così parlò Morgan:
“Ma non ti pare che la gente sia sempre più sfasata? Non ti pare che stiano uscendo allo scoperto negli ultimi anni le componenti più basse e più negative dell'essere umano? La cattiveria, soprattutto. Analizza bene i più recenti episodi di cronaca nera.
di Alessandra Daniele
Parecchi episodi della serie originale di Star Trek condividono lo stesso plot di base: un arrogante antagonista - alieno, mutante, computer - approfitta del suo potere per farsi credere dio. Kirk e soci lo smascherano, liberando i suoi seguaci. Nonostante le grossolane connotazioni colonialiste, questo plot esprimeva, seppure in modo semplicistico, anche l'anima eretica e iconoclasta della fantascienza dalla quale sono nati capolavori come L'alba delle Tenebre ("Gather, Darkness'') di Fritz Leiber, Perché sono un dio geloso ("For I Am a Jealous People'') di Lester Del Rey, La fede dei nostri padri ("Faith Of Our Fathers") di Philip K. Dick.
Star Trek, pur con tutti i suoi limiti, in quegli anni riusciva così a portare in TV un'eco della rivolta.
Oggi, la tendenza dominante è quella opposta.
di Paola De Luca
Egregio signor Marchionne,
il suo invito machiavellico agli operai Fiat è bellissimo. Secondo lei, essi devono comportarsi come uomini e donne "di virtù".
Il cuore batte a tale evocazione.
La virtù da lei attribuita al grande statista fiorentino consiste quindi nello svegliarsi alle quattro di mattina per il primo turno (se si abita vicino allo stabilimento, sennò alle tre, e allora diventa addirittura virtuosismo!), nel fare le otto ore a capo chino, nel mai scioperare, mai essere malati e nel vivere nella fede speranza e carità che il loro incarico non sia delocalizzato, ciò' che Lei, grande e giusto com'è, minaccia a ogni piè sospinto per ricordare all'operaio, notoriamente un po' distratto, che l'interesse degli azionisti è Uno e Santo.
di Alberto Prunetti
[L'articolo che segue è apparso in appendice a Apocalittici o liberati? Che cos'è il primitivismo, un millelire curato dal sottoscritto in collaborazione con reginazabo e pubblicato nel 2004 fuori distribuzione in poche centinaia di copie. Si trattava del libretto di sala dato alle stampe nell'occasione di un ciclo italiano di conferenze di John Zerzan all'indomani della pubblicazione di Primitivo attuale (qui l'introduzione al volume, redatta da chi scrive). Il millelire contenente un'intervista all'anarcoprimitivista statunitense è adesso esaurito ma l'occasione di un nuovo tour di incontri con John Zerzan, fissati in varie città italiane a partire dal 20 settembre prossimo, mi ha spinto a riproporre il pezzo su Carmilla. Anche se lo scopo di questa bibliografia è presentare la letteratura primitivista accademica e non quella militante e radicale, ci sono alcune uscite in italiano su quest'ultimo fronte che vanno indicate: di John Zerzan è apparso Senza via di scampo? nel 2007 per Arcana edizioni e Pensare primitivo(2010) per Bepress edizioni, contenente il capitolo “La morsa di ferro della civiltà”, già tradotto da chi scrive in collaborazione con reginazabo sul sito di Transnext. Ancora sul fronte primitivista, va segnalata la meticolosa opera di Enrico Manicardi: Liberi dalla civiltà (Mimesis edizioni, 2010).] A.P.
di Dziga Cacace
Mi piace parlare, per non dire niente
Jean-Luc Godard
114 - Sotto il vestito niente commesso da Carlo Vanzina, Italia 1985
Stanco morto mi adagio come la salma di Cuccia sul divano del salotto e accendo la tivù. Sta cominciando Sotto il vestito niente e io non ho difese. I titoli e le prime immagini paiono gradevoli: perché dire no? Siccome a fine proiezione la vitalità da salma non è cambiata mi chiedo: e perché ho detto sí? Vabbeh. Tra l’altro pensate a questi qui che hanno trafugato la salma del banchiere e se la tengono in cantina. O magari in soggiorno. E la bara sarà leggermente ricurva, a uncino? Okay, basta. Sotto il vestito niente è una cagata. Questo per chiarire. Però le prime sequenze (in montaggio alternato tra America e Milano) sono ben fotografate e si spera che qualcosa di decente possa uscirne fuori. Ma il giallo è teso come un asciugamani bagnato, la trama banalotta e gli attori sembrano usciti da una recita parrocchiale tenuta in provincia di Cuneo. Ci sarà un punto a favore? Forse l’ambientazione: questo è un documento perfetto di un’Italia sgradevole, quella della metà degli anni Ottanta, molto plasticona, socialista e glamour. I Vanzina dicono sempre che un giorno saranno rivalutati per aver raccontato questa fase storica. Gli sfugge che da come hanno girato i loro film è evidente l’adesione culturale a questo periodo: è tutto sciatto, veloce, impreciso, senza cura, superficiale. È buttata via la storia, l’ambientazione (una Milano metafisica decisamente interessante), il film.
di Fabrizio Demontis
L'impiegata delle poste torna dopo qualche minuto con un pacchetto. La classica scatola blu componibile che vendono in certi uffici postali. C'è disegnato un fiocco. So già cosa c'è dentro, naturalmente: un puzzle di legno che avevo spedito diversi mesi fa per Lorenzo che compiva due anni. Ho sbagliato qualcosa nell'indirizzo, oppure semplicemente nessuno ha potuto ricevere il pacco perché da troppi mesi ormai Lorenzo e i suoi genitori sono in carcere all'Asinara. Mi rendo conto, mentre torno a casa col pacco che salta da una parte all'altra del sedile del passeggero, che sono passati tre mesi dall'incontro coi cassintegrati della Vinyls di cui Carmilla ha parlato qui. Le occupazioni dell’isola e della torre aragonese continuano, talvolta gli operai fanno irruzione sui media generalisti: tute blu, caschi, magliette dove abitualmente si inquadrano costumi da bagno e vip. Di seguito una breve e personalissima scelta di iniziative portate avanti dagli operai in lotta, e un'intervista.
di Matteo Dean
Il noto leader sociale boliviano Oscar Olivera - che preferisce essere definito “ex dirigente sindacale ed attivista sociale” - in questa intervista spiega la sua posizione critica verso il governo di Evo Morales, le contraddizioni e i pericoli che scorge attualmente in Bolivia e le prospettive del sindacalismo e del movimento autonomo.
Oscar Olivera fu uno dei principali attivisti durante la guerra dell'acqua di Cochabamba contro le privatizzazioni nel settore idrico e in seguito è stato un personaggio fondamentale nelle battaglie per la difesa del gas boliviano in seguito alle quali i movimenti sociali e il partito MAS (Movimiento al Socialismo) hanno aumentato i loro consensi, in buona parte dirottati in favore del candidato Evo Morales. Evo è stato eletto per la prima volta presidente della Bolivia il 18 dicembre 2005 ed è stato votato per portare a termine un secondo mandato anche nel dicembre 2009. In entrambi i casi l'ex leader sindacale cocalero s'è imposto con maggioranze importanti (45% nel 2005 e 63% nel 2009) convogliando su di sè il voto delle classi disagiate e delle popolazioni indigene. Che ne è stato delle sue origini e del concetto di autonomia dei movimenti? Quali aspettative sono state tradite dal "presidente Aymara"?
Lucio Iaccarino, Napoli bene. Salotti, clienti e intellettuali nella capitale del Mezzogiorno, Ediesse Edizioni - Carta Bianca, 2008.
“Gli anni italiani insegnano che i palazzi sono micidiali quanto i campi di battaglia, solo che qui dentro i rumori della guerra sono attutiti, assorbiti dal parlottio delle trattative e dalle menti acute e assassine di questi uomini. […] Nessuno può cogliere il quadro d’insieme, vedere contemporaneamente la figura e lo sfondo, l’obiettivo finale. Nessuno eccetto coloro che tengono i fili di quelle trame…”. Luther Blissett, Q.
Se Saviano ci ha accompagnato nel ventre delle periferie degradate e del sistema della camorra, Iaccarino ci racconta un’altra Napoli, quella istituzionale, quella del potere politico. Scrutando nelle maglie più nascoste della città, il libro – che si sviluppa in modo ibrido tra narrativa, finzione e dettagliato reportage sociale, una sorta di memoir di formazione intellettuale – illustra i motivi di complicità che legano la società civile all’illegalità, riflettendo sulle debolezze politiche e sulle possibili vie per risollevare le sorti della città.
di Alessandra Daniele
Dopo la sua morte, quattro lettere postume di Cossiga sono state recapitate alle principali cariche dello Stato. Carmilla ha ricevuto la quinta. Eccola:
SEGUE SPOILER
di www.zic.it
[Dal sito di Zero in condotta riportiamo l'articolo "Che sfiga che sfiga non muore mai Koss...". Ops... per la poesia anonima che lo conclude, sintesi artistica di sentimenti di solidarietà umana largamente condivisi.]
Cossiga Francesco. Quello dei carri armati inviati su Bologna, quello delle squadre speciali in borghese che sparavano in mezzo ai cortei, quello delle morti in piazza di Francesco e Giorgiana, quello di Gladio, quello delle passioni massoniche, quello che neanche due anni fa suggerì di infilitrare le università, farci scappare qualche vittima, picchiare a sangue studenti e professori. Eh sì, ci mancherà. Come piccolo contributo al ricordo collettivo, gli dedichiamo queste semplici ma sentitissime parole.
di Mister Tony e Danilo Arona
Caro Danilo, d'accordo con te, mi sono interrotto sul più bello (crf. Egyptian Connection). Ma giusto il tempo di riordinare le idee e ripartire. Però, stavolta, per evitare di scivolare nella metafisica più pura. Così, in nome dell'obiettività, voglio "frenare" un attimo, e proporre a te e a chi ti legge una breve analisi sulle tre opinioni generali che esistono sulla natura delle intromissioni "spirituali" nelle vite di singoli e agenzie (governi e organizzazioni, cfr. Sumerian Connection...) e proporti altrettanti esempi concreti.
Posizione 1: Tutte balle! Al mondo esistono matti, allucinati, squilibrati, violenti, sadici, maniaci, paranoici e schizofrenici. Poi ci sono uomini veramente malvagi. che danno vita a organizzazioni altrettanto malvagie. Tutto squisitamente e totalmente umano: è la nostra natura.
di Valerio Evangelisti
La guerriglia palestinese ha dunque valore simbolico, nel senso che non si prefigge direttamente la riconquista del territorio nazionale. ma persegue obiettivi collaterali cosi riassumibili (seguendo parzialmente una traccia fornita dallo stesso Habash) (73):
1) impedire che lo Stato di Israele possa stabilizzarsi sia sul piano organizzativo che, soprattutto, sul piano della "sicurezza psicologica". Ciò è tanto più importante in quanto Israele vive sull'immigrazione. Le improvvise incursioni dei fedayin, all'apparenza slegate e non molto efficaci, tendono appunto ad arrestare il flusso migratorio, rendendone negativo il saldo (come in effetti risulta sia avvenuto). Anche azioni come l'attentato del 22 novembre '68 al mercato Mahane Yehuda di Gerusalemme (12 morti), rivendicato dall'FPLP. o l'esplosione di un ordigno su un autobus di Tel Aviv, il primo aprile 1969 si spiegano (senza volerle giustificare) nel quadro di questa tattica - ispirata più dal FLN algerino che dai vietcong o dai guerriglieri castristi.
2) Danneggiare l'economia israeliana, fragilissima e in pratica puntellata dai sussidi statunitensi (magari fino a rendere il sostegno di Israele un onere troppo gravoso per i governi alleati). Tra le azioni dell'FPLP, tendono a questo scopo la distruzione della rete elettrica nel nord del paese, attuata nel dicembre '67; il sabotaggio, nel giugno '69, all'oleodotto del Mar di Galilea (che, inquinando le acque e impedendo la pesca, infligge un duro colpo ai kibbutzim rivieraschi; e soprattutto l'assalto con natanti a una petroliera israeliana negli stretti di Bab Al-Mandeb, nel giugno '71, che ha l'effetto di svelare, con grande imbarazzo degli interessati, l'uso che Iran e Arabia Saudita fanno dell'oleodotto di Israele (74).





