di Paolo Lago
Antonia Santopietro, Il tempo frattale, prefazione di Carmen Concilio, Les Flâneurs Edizioni, Bari, 2026, pp. 99, euro 12,00.
Come afferma Antonia Santopietro in questa intervista, al concetto di “Antropocene” è probabilmente preferibile quello di “complessità del presente” e la letteratura può certamente aiutarci a interpretare tale complessità; per esempio, a sondare il rapporto tra ciò che è umano e ciò che non lo è e a intravedere “una relazione dove prima vedevamo soltanto un oggetto, un luogo, una risorsa” in modo così da modificare la nostra percezione dell’ecosistema. La sua nuova raccolta di poesie dal titolo “Il tempo frattale” fa parte di quel tipo di letteratura: ci invita a tessere relazioni, a vedere connessioni e inaspettate fratellanze. Il paesaggio delineato dall’autrice non è mai soltanto un oggetto ma si trasforma in estensione della mente, in “mindscape”. Le poesie di Santopietro dispiegano un rapporto di parentela con il mondo non umano: quella “complessità del presente”, infatti, non può racchiudere soltanto la dimensione umana, inscatolata nella definizione di “Antropocene”. La poesia dell’autrice, per certi aspetti, si può avvicinare a quanto, a livello critico e narrativo, Donna Haraway propone nel suo saggio Staying with the Trouble – Making Kin in the Chthulucene, uscito nel 2016. Qui la studiosa, criticando l’idea di Antropocene (che pone al centro solo l’essere umano), sottolinea la necessità di stabilire “parentele” e di “allearsi con le altre creature al fine di ricostruire luoghi di rifugio; solo così sarà possibile ottenere un recupero e una ricomposizione parziale e solida della Terra in termini biologici-culturali-politici-tecnologici” (D. Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, trad. it. di C. Durastanti e C. Ciccioni, Nero, Roma, 2019, p. 146).
È necessario quindi allargare il proprio orizzonte anche alla dimensione non umana, sia essa un paesaggio urbano o naturale, una pianta o un animale. Un paesaggio che conosciamo bene o nel quale ci siamo immersi nel passato non è un’entità estranea ma è entrata a far parte del nostro corpo e della nostra percezione della realtà: è uno spazio ‘corporeizzato’ e ‘psichicizzato’, si potrebbe azzardare. Diviene esso stesso corpo, essenza pulsante e vivente ed è inscindibile dal nostro universo fisico e culturale. Ponendoci in un rapporto sbagliato con esso, quindi, devasteremmo noi stessi. La contemporaneità, dominata da un capitalismo che vede soltanto valore in qualsiasi entità diversa da sé, sta distruggendo la sua stessa esistenza nel mondo. Un classico esempio ne sono le cementificazioni selvagge e sconsiderate che stanno avvenendo sotto i nostri occhi: annientare spazi verdi per costruire supermercati o palazzi, oggi, significa imboccare volontariamente la via dell’autodistruzione. L’idea del frattale adottata da Antonia Santopietro ristabilisce una nuova relazione non solo con lo spazio ma anche con il tempo; la lentezza, che fa inevitabilmente parte di un nuovo rapporto con il paesaggio, rende lo stesso tempo meno lineare e più poroso, intriso di una ripetitività che mostra sempre dei cambiamenti. Nei versi di Santopietro, particolari figure musicali dell’intarsio del verso come allitterazioni, assonanze e omoteleuti (ad esempio, “cura, corrente, assente” o “frangenti fratti”) esprimono una ripetizione sempre cangiante, porosa, difficilmente incasellabile ma proprio per questo, probabilmente, più solida. Le parole che si riverberano e si rifrangono in altre, che si ripetono e ritornano, magari mutate o in metamorfosi, intendono ribadire la “complessità del presente”, un mondo rappresentato, in Grammatica sterile, come una sarabanda dai tratti quasi infernali, la scena di un teatro dell’assurdo dove la quotidianità convive con le perversioni più tragiche della società capitalistica contemporanea. E tutto questo, come suona il refrain, “il mare non può contenere”.
Come in un’altra bella raccolta poetica, Piante vs umani (2024) di Francesca Fiorentin, intrisa di tonalità ecologiste, anche in Il tempo frattale il mondo vegetale e quello animale, lungi da rappresentare semplici sfondi decorativi, risultano veri e propri interlocutori dotati di una propria grammatica e capacità di espressione. Gli animali, nel mondo-vetrina del capitale, si riducono a vittime sacrificali esposte al supermercato per il sollazzo del sabato (che non è più il “sabato del villaggio” di leopardiana memoria ma il giorno consacrato alla merce): “E tutti liberi, al sabato, / al supermercato, / perché è libero l’uomo / che paga monete” (Moderna animalità). La commercializzazione e la vetrinizzazione degli animali nei supermercati inizia nel periodo del boom economico ed è un processo evidenziato anche da Italo Calvino nel racconto Il coniglio velenoso, appartenente a Marcovaldo ovvero le stagioni in città (1963), in cui il protagonista sottrae all’ospedale un coniglio da laboratorio con l’unico intento di farlo ingrassare e mangiarselo, desiderando evidentemente trasformarlo in uno dei conigli impacchettati ed esposti sugli scaffali dei supermercati che cominciavano a diffondersi nelle grandi città.
Come si può poeticamente resistere, allora, a questa sarabanda infernale contemporanea che trasforma in merce anche gli esseri viventi e gli spazi naturali? Probabilmente, si può anche per mezzo di una ‘mitizzazione’ e di una sorta di ‘epicizzazione’ del quotidiano, trasformare cioè i gesti e i pensieri di tutti i giorni in gesta, sormontate da una cadenza solenne incastonata in una ripetizione dai contorni assoluti. Il tempo che si ripete sempre e il paesaggio che è sempre lo stesso e sempre nuovo, movimenti e sensazioni che dovrebbero essere rapidi e insignificanti e che invece vengono trasformati dalla musicalità della versificazione in qualcosa di importante, in una ritualità laica e solenne. La cadenza ritmica dominata dalla paratassi serve appunto a conferire solennità e assolutezza ai gesti e all’esistenza, come in questi versi: “Ogni giorno un po’ / appartengo di più al vento. / A mezza costa / c’è ancora spazio. / Non è tutto qui. / Cerco, / ancora, / vado oltre, / spero, / creo, / ripeto. / Madre terra, figli: / sono tutti io. / Sono figlia / senza una sorte chiara, / scintilla o piccolo fiato. / Avrei voluto capire gli alberi, / rispondere al volo di ogni creatura” (Madre, terra, figlia).
Una poesia fatta di lampi, di immagini rapide che, quasi pascolianamente, restano impresse come flash improvvisi e memoriali, riesce allora, come ribadisce Antonia Santopietro nella citata intervista, a modificare il modo in cui percepiamo le relazioni tra le forme del vivente, pur rimanendo estremamente lontana da qualsiasi logica funzionale. La poesia, come la letteratura, può aiutarci a creare parentele e relazioni, fratellanze e sorellanze laddove dominano il vuoto e la solitudine. Ci può aiutare, nel suo piccolo, come scrive Donna Haraway, “a fare disordine e creare problemi, scatenare una risposta potente dinanzi a eventi devastanti, ma anche placare le acque tormentate e riscostruire luoghi di quiete”.



