di Cecilia Vergnano, Elisa Lello e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Il finanziere Jeffrey Epstein muore a 66 anni, in circostanze qualificate come suicidio, nel Metropolitan Correctional Center di New York il 19 agosto 2019 – senza avere il tempo di assistere alla pandemia da Covid-19, la cui governance pure aveva contribuito a preparare, come sappiamo ora dagli Epstein Files.
Prendendo le distanze dalle scorciatoie intellettuali che hanno assimilato la critica al progresso, così come viene presentato in questa congiuntura storica, a prospettive “complottiste”, è importante vedere come, dagli Epstein Files, emergano diverse tracce che riguardano sia la definizione di una specifica narrazione e la finanziarizzazione dei prodotti collegati alla governance pandemica, sia alcuni degli assetti politici, economici e sociali che caratterizzano il mondo post-pandemico che conosciamo oggi1.
La lettura della mole smisurata degli Epstein Files richiede senza dubbio molte cautele, e saranno necessari probabilmente anni per comprenderne la portata e gli sviluppi in senso critico. Ciò che colpisce, tuttavia, è la rappresentazione riduttiva e a volte fuorviante che ne ha fornito la stampa, ferma a uno scandalismo morboso, come se si potesse ridurre il tutto a una turpe storia di nefandezze e violenze indicibili. La portata esplosiva della vicenda è stata neutralizzata incanalandola sui binari del gossip, come nel caso degli scandali coniugali che hanno coinvolto la coppia Gates. Anche le letture che hanno sottolineato la violenza contro donne e bambini, richiamandone le relazioni con il patriarcato, mettono in luce un aspetto reale, ma a nostro parere rischiano di lasciare molto altro nell’ombra.
Quello che manca, ciò di cui non si è parlato, è chiedersi a cosa servissero, a quali funzioni rispondessero quelle violenze. C’è un aspetto rituale, su cui non ci soffermeremo qui e che però riteniamo cruciale, che parla di iniziazione: oltrepassare il confine che definisce l’appartenenza all’ordine umano condiviso, tramite la violazione delle norme e dei tabù che ne stanno alla base, per sancire l’appartenenza a un consesso totalmente altro, estraneo. Estraneità e separazione, elementi chiarissimi nel modus operandi del faccendiere, assumono forma visibile nell’isolamento e nell’autosufficienza – energetica, idrica, logistica – dei luoghi: un’isola, circondata dall’Oceano; e un ranch, in mezzo al deserto.
Quelle violenze, inoltre, servivano a produrre materiali con cui tenere sotto ricatto leaders e personaggi chiave delle classi dirigenti occidentali: con quali conseguenze? Quali decisioni sono state prese sulla nostra testa come conseguenza di quei ricatti? E, a monte dei ricatti, quali processi di concentrazione di ricchezza e potere, inediti su scala planetaria, hanno reso possibile il “respirare insieme” (etimologia stessa del termine “cospirazione”) delle élite occidentali, condizione necessaria perché un ecosistema di potere di tale portata potesse essere intessuto?
C’è, infine, un ulteriore aspetto pochissimo investigato, ed è quello su cui invece ci concentreremo: quello degli investimenti in alcuni settori della ricerca tecno-scientifica, il cui trait d’union è rappresentato dalla digitalizzazione e dalla cibernetica: IA, internet delle cose, robotica, neurotecnologie, ibridazione uomo/macchina; ingegneria/editing genetico, CRISPR/Cas 9 e vaccini/farmaci a MRNA; eugenetica, clonazione, transumanesimo, longevità/immortalità.
Da una parte, quello che dobbiamo notare è che si tratta proprio dei settori tecno-scientifici che trainano il passaggio alla Quarta Rivoluzione Industriale, così definita da uno dei suoi più entusiasti propugnatori, Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum e autore dell’omonimo libro (The Fourth Industrial Revolution), nonché propugnatore altrettanto entusiasta delle opportunità offerte dalla pandemia da Covid – come scrive nel suo libro Covid 19: The Great Reset. In effetti, la gestione e la risposta al Covid-19 (si pensi, in Europa, a Next Generation EU, e al PNRR in Italia) hanno determinato enormi investimenti di denaro pubblico – a debito – volti a ristrutturare l’intero assetto produttivo verso questa nuova rivoluzione industriale, imperniata su «nuove tecnologie che, combinando sfera fisica, digitale e biologica, genereranno conseguenze in tutte le discipline e in tutti i settori economici e produttivi, arrivando a mettere in discussione persino il significato di “essere umano”»2. Conseguenze sulla vita sociale e sui nostri stessi corpi, che – è bene rammentarlo – non appaiono del tutto chiare neanche ai propugnatori di questa agenda.
Il mondo di Jeffrey Epstein, il mondo di Klaus Schwab e il mondo di un grande finanziatore della ricerca sui vaccini, Bill Gates, erano – sappiamo ora – tutt’altro che disconnessi. Sappiamo ora che Epstein aveva potere di influenza sulle decisioni su chi potesse entrare nello staff di Bill Gates e tra gli Young Global Leaders del WEF3. Sappiamo che tra questi ultimi, ovvero tra i potenziali candidati leaders, faceva curriculum avere esperienze nella governance di epidemie – e in pandemic preparedness – già ben prima del 20204. Sappiamo che Epstein giocava un ruolo attivo nella creazione di fondi filantropici milionari destinati, tra le altre cose, alla ricerca sui vaccini (con Bill Gates tra i maggiori finanziatori) prendendo la precauzione di avvisare i suoi interlocutori sulla “tensione” che «risiede nel fare business a partire da progetti filantropici», per cui bisognava aver cura di «mantenere separati i due estremi» della catena (il progetto filantropico e il business)5. Sappiamo anche dei rapporti tra Epstein e Peter Thiel, (co)fondatore di PayPal e Palantir; dell’interesse di Epstein nello sviluppo di una criptomoneta, ecc.
Dall’altra parte, quello che intendiamo fare è leggere l’affaire Epstein da una prospettiva particolare, che ci permette di cogliere un collegamento molto più profondo di quello visibile ad un primo sguardo tra la violenza contro le donne, il loro sfruttamento all’interno dello Zorro Ranch come uteri per inseguire desideri eugenetici e transumanisti di creare un’umanità selezionata e migliorata, il sogno di controllare la riproduzione umana liberandosi dalla dipendenza dalle donne, e il grande interesse e sostegno verso quei particolari settori della ricerca tecno-scientifica.
Per vedere meglio i nessi tra questi elementi, conviene però tornare indietro nella storia, e lo faremo qui in due passaggi. In un primo momento, ci “limiteremo” a un balzo temporale di alcuni secoli, per ritornare all’avvento della modernità; successivamente, amplieremo ulteriormente la prospettiva temporale.
Procediamo dunque con ordine. È proprio nel passaggio tra XVI e XVII secolo che prendono avvio eventi cruciali che modelleranno la modernità europea: in questa sede, ci limitiamo a menzionare le guerre dei contadini e la loro repressione, volta a trasformare le economie di sussistenza nell’economia mercantile che avrebbe aperto la strada al capitalismo, contestualmente all’avvio del colonialismo; e la caccia alle “streghe” come passaggio verso il disincanto del mondo, ovvero l’affermarsi della visione meccanicistica della natura, alla base dell’epistemologia scientifica e della concezione moderna di tecnologia.
Quando, con l’affermarsi della scienza moderna, il cosmo passa dalle mani di Dio alle mani dell’uomo6, la natura perde la sua vitalità, il suo significato connesso a ciò che può nascere e far nascere7. Perde, dunque, il suo ancoraggio alla temporalità ciclica, del nascere-crescere-appassire-morire-trasformarsi e, insieme, la sua connessione con il regno della necessità e del limite, incompatibile con la tendenza alla crescita infinita – e all’illimitatezza – propria della visione lineare del tempo e del progresso, e propria del capitalismo che su di essa si fonda.
A partire dalla linea di demarcazione cartesiana tra res cogitans e res extensa si affermano altre dicotomie che dividono e gerarchizzano due polarità, dove lo spirito è separato e sovraordinato rispetto alla materia, la cultura rispetto alla natura, la mente rispetto al corpo. L’avvento della modernità segna la recisione di quella rete di corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo, tra corpo e universo, tra qui e altrove, che è invece stata una certezza per le culture premoderne8. Tramite rituali, a volte caratterizzati dall’assunzione di erbe o funghi, era possibile anche esperire quelle connessioni, varcando le soglie di quello che oggi chiamiamo “stato ordinario di coscienza”: soglie sigillate, invece, proprio dal cartesiano Cogito ergo sum, che severamente rinvia a una ragione che «sta con entrambi i piedi nella coscienza ordinaria»9.
Il passaggio da una concezione organica ad una meccanica della natura implica la morte della natura stessa10, che, privata dalle sue connessioni cosmiche, diventa materia inerte, inanimata, da analizzare, misurare, sezionare; da violentare per estorcerne i segreti, nelle parole di Bacone; riduzionisticamente tradotta in artificio macchinico da cui sono desunte le leggi che pretendono di spiegarne il funzionamento con l’obiettivo, fin da subito, di dominarla. È questa concezione di natura che spiega le leggi, più che il contrario: la metafora meccanicistica non emerge dalle leggi osservate, ma precede e struttura il modo stesso in cui la natura viene interrogata, descritta e governata. E, infine, ridotta in stock di risorse di cui diventa legittima un’illimitata appropriazione e manipolazione per alimentare il circuito di accumulazione del capitale11. Come osservò Illich, è nel momento in cui il mondo e la natura passano interamente nelle mani dell’uomo che vengono meno le limitazioni allo sviluppo tecnologico: lo strumento, non più in sospetto di “diavoleria”, può essere glorificato senza riserve12.
Ma un fenomeno cruciale come la “caccia alle streghe” ha avuto una duplice valenza. Da un lato, ha messo a morte la magia, e con essa tutti coloro (in maggioranza donne, ma non solo) accusati di praticarla – la natura doveva diventare inanimata perché la razionalizzazione della produzione potesse avanzare senza ostacoli verso le prime rivoluzioni industriali. Dall’altro, ha rappresentato il passaggio verso un nuovo ordine in cui i corpi delle donne, il loro lavoro, il loro potere sessuale e la loro capacità riproduttiva hanno potuto essere posti sotto il controllo dello stato e trasformati in risorse economiche: è stata «un attacco contro la resistenza delle donne all’espandersi dei rapporti capitalistici e contro il controllo femminile della riproduzione»: una «lotta di classe portata avanti con altri mezzi»13. Quella volontà di potenza e dominio sulla natura è inscindibile dal dominio sul femminile; la sottomissione della materia è, insieme, sottomissione della mater14. L’esaltazione dell’intelletto e della razionalità strumentale, pensati come caratteristiche eminentemente maschili, implicano la svalutazione del corpo e dell’emotività, associati invece spregiativamente al femminile15; e comportano, insieme, la dismissione della medicina popolare, spesso praticata dalle donne, inscindibile dalla streghizzazione delle levatrici, dall’esclusione delle donne dalla professione ostetrica, e dall’inferiorizzazione del sapere ostetrico rispetto a quello medico16.
Al contrario di quanto sostengono le correnti storiografiche che spiegano la “caccia alle streghe” nei termini di un abbaglio collettivo dovuto all’ignoranza e alla creduloneria (tanto delle streghe quanto dei loro Inquisitori) infine dissipate dall’Illuminismo, è importante invece ricordare che sono stati proprio gli esponenti più importanti della cultura razionalista del Cinque-Seicento a sostenere, e talvolta a condurre, la repressione della “stregoneria”17; e come l’abbiano fatto proprio in quanto consapevoli di trovarsi di fronte a una cultura dinamica, in espansione, organizzata e diffusa, che doveva essere sterminata perché incarnava valori e informava comportamenti incompatibili con la supremazia della rivoluzione scientifica, e di quella che Maurice Duverger definirà “rivoluzione culturale borghese”18.
La paura era paura di un fenomeno reale; e il fenomeno aveva acquistato crescente importanza, stava diventando ribellione diffusa alla società gerarchica e guerriera, classista e sublimata, dei signori della guerra e della Chiesa che avevano efficacemente difeso, nel Medioevo, una cultura egemone nella quale aggressività e repressione si integravano, nella quale l’amore era o sublimazione assoluta (la Madonna e la donna angelicata) oppure limitata soddisfazione del solo istinto sessuale maschile. Le cosiddette streghe e i loro cosiddetti sabbah erano la risposta a tale repressione. L’elemento fondamentale della controcultura è l’esplosione dell’erotismo femminile che la vittoriosa cultura che lo sconfigge apparenta al demoniaco (…). Sono rivendicazioni che non escludono l’uomo, anzi comprendono anche il piacere maschile (…): semplicemente lo mettono in condizioni di non poter più esercitare il proprio predominio, poiché condivide con la donna “le passioni che rompono le catene della morale sociale19.
A questo punto, però, diventa utile ampliare ancora la prospettiva temporale. Lo facciamo appoggiandoci sul già citato lavoro di Giorgio Galli che, sulla base di una solida documentazione storica, legge quel passaggio come episodio più recente di una vicenda molto più antica, che arriva ad abbracciare l’intero evolversi della cultura occidentale. Se questa idea è stata esplorata e sostenuta da altre/i, il lavoro di Galli ha il merito di non limitarsi alla ricostruzione storica, bensì di utilizzarla per rilevare delle regolarità da cui prende forma la sua tesi centrale.
Tale tesi è che diverse tra le istituzioni fondanti dell’occidente siano da interpretare come esito e risposta ad uno scontro tanto cruciale quanto sottaciuto, o meglio rimosso, che ha attraversato il suo intero dipanarsi storico: quello tra la cultura egemone che ha appunto informato la nostra tradizione culturale e la sua interpretazione storica, e una controcultura sotterranea, alternativa, ribelle, che ne ha rappresentato un costante controcanto. Galli (e altre/i con lui) associa alla cultura egemone, vittoriosa, il primato della razionalità diurna, apollinea, ma anche la vocazione alla stratificazione sociale, alla guerra, al dominio; dall’altra parte, ricostruisce le tracce storiche di una controcultura sotterranea, carsica, che vive per lo più nel sottobosco, manifestandosi nella forma di movimenti e comportamenti collettivi a forte presenza femminile – ma non esclusiva: è importante sottolineare che anche gli uomini vi prendevano parte, insieme a persone che oggi definiremmo “non binarie” – che rivelano tratti di continuità con più antiche culture matrilineari.
Galli si sofferma, in particolare, su tre momenti, pur molto diversi e lontani tra loro – il Medioevo ellenico; il Cristianesimo dei primi secoli; e la caccia alle streghe – interpretandoli come passaggi cruciali, in cui quei movimenti e comportamenti collettivi si erano diffusi e consolidati tanto da essere percepiti come una minaccia per la stabilità dell’ordine dominante. Dall’esigenza di controllarli hanno preso forma tutta una serie di risposte culturali, che hanno preparato la strada verso la repressione violenta vera e propria. Ed è proprio dalla necessità di ricostruire un consenso intorno alla nuova egemonia e di gestire le lacerazioni nel tessuto sociale conseguenti alla lotta e alla repressione che prendono forma istituzioni fondamentali – il teatro e la democrazia ateniese per la prima fase; l’istituzionalizzazione del Cristianesimo nella Chiesa di Roma per la seconda; l’affermazione della scienza moderna e della democrazia rappresentativa per la terza.
Quello che ci interessa qui mettere in evidenza è come la cultura alternativa incarnata da streghe, stregoni ed eretici riveli, in questa prospettiva, tratti di continuità con esperienze storiche pur lontanissime nel tempo. Tracce di continuità possono essere riconosciute con quell’area dell’esperienza greca ignorata dai poemi epici di cui rimane traccia, tuttavia, nei miti, nelle ribellioni delle Baccanti, nei riti eleusini, in cui rivivevano ricordi di più antiche civiltà matrilineari. Lo stesso fil rouge rimanda all’esperienza delle prime comunità cristiane e gnostiche, segnate da una forte partecipazione femminile, poiché molte furono le donne che colsero, nel Cristianesimo dei primi secoli, un importante messaggio emancipativo; messaggio che venne soffocato e tradito nel passaggio che portò, nel IV secolo DC, alla sua affermazione come religione dell’Impero. La Grande Chiesa di Roma si affermò infatti grazie all’alleanza tra un Impero stremato e le componenti più moderate e sessuofobe del movimento cristiano, con l’imposizione di una divinità solo maschile su cui pesava l’eredità del tradizionalismo ebraico e quella ellenica e persiana dei culti di Apollo e Mitra.
Amazzoni e baccanti nella crisi del medioevo greco, animatrici e martiri delle comunità gnostiche, streghe delle “congreghe” in espansione dal XIV secolo, sono tutti soggetti che contrappongono valori libertari a valori gerarchici, inserendosi nella crisi dei palazzi micenei, in quella dell’impero romano e poi della Chiesa medioevale, apprendendo dall’esperienza, rapportandosi con i valori del tempo, ma sempre proponendo una cultura definita dai tratti essenziali dell’erotismo non represso e del rapporto di convivenza e non di dominio con la natura.20
C’è un filo, dunque, che unisce i diversi fenomeni storici appena richiamati, e ci permette di immaginarli come altrettanti episodi in cui quel fiume, che carsicamente attraversa i secoli, affiora invece in superficie, diventando tanto impetuoso da suscitare risposte così importanti sul piano sia culturale che repressivo. Questo filo lega componenti sociali che difendevano una diversa visione, ciclica e organica, della natura e del cosmo; su questa concezione si innestavano conoscenze erboristiche e terapeutiche vitali per la cura delle comunità e per il controllo delle nascite, insieme a manifestazioni di gioia collettiva21 e rituali estatici, legati ad un erotismo non represso né schiacciato sulla coazione alla produttività. Vi si innestavano, inoltre, rivendicazioni anti-autoritarie di resistenza alla società guerriera, classista e mercantile e ai suoi valori: non a caso, le diverse manifestazioni storiche qui considerate erano accomunate da organizzazioni sociali concrete basate su un tendenziale egualitarismo ed equilibrio nei ruoli di genere – tanto i ruoli connessi alla spiritualità, come quelli connessi alla cura e alle responsabilità decisionali.
(1 – continua)
E. Perucchietti (a cura di) Epstein files. I documenti verificati che fanno tremare le élite occidentali, L’Indipendente, 2026. ↩
Klaus Schwab, La quarta rivoluzione industriale, Franco Angeli, 2016. ↩
Sayer Ji, BREAKING: The Epstein Files Illuminate a 20-Year Architecture Behind Pandemics as a Business Model—With Bill Gates at the Center of the Network, 2026; and EscapeKey, Epstein. The Switchboard Operator, 2026. ↩
Perucchietti, Epstein files, op.cit. ↩
Cfr. Nota 3. ↩
I. Illich in D. Cayley, Ivan Illich. I fiumi a nord del futuro, Quodlibet, 2009. ↩
C. Merchant, La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica, Editrice bibliografica, 2022 (1980). ↩
I. Illich, op.cit. ↩
P. Cipriano, Vita breve della psichiatria dal manicomio alla psichedelia. Storia di internamenti e antipsichiatria, pillole tristi e piante magiche, Sossella editore, 2023, p. 13. ↩
C. Merchant, op.cit. ↩
S. Consigliere, Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione, DeriveApprodi, 2020. ↩
I. Illich, op.cit. ↩
S. Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis, 2020, p. 220. ↩
M. Mies e V. Bennholdt-Thomsen, La sussistenza. Una prospettiva ecofemminista. Brani scelti, a cura del Collettivo Terra e Libertà, Rovereto, 2026. ↩
Come dovrebbe essere chiaro già da questi passaggi, il modo in cui utilizzeremo le categorie “maschile” e “femminile” non intende avere alcun senso ontologico o universale, bensì rifarsi al modo in cui queste sono state costruite all’interno della cornice culturale e storica europea. ↩
Cfr. S. Federici, op.cit. Particolarmente interessante notare come il Covid abbia portato a un’ulteriore espropriazione, per le donne, dell’esperienza del parto: l’emergenza ha infatti autorizzato, spazzando via ogni remora, un approccio interventista che si pone l’obiettivo di estrarre più rapidamente possibile il feto dal corpo (impuro, pericoloso) della donna, portando parallelamente ad una nuova inferiorizzazione del sapere ostetrico rispetto a quello biomedico: si veda, su questo, il libro di Annalisa Garzonio, Il parto espropriato. Partorire e accompagnare alla nascita nella nuova normalità post-Covid, in uscita (dicembre 2026) per le Edizioni Malamente a cura del gruppo TUAS (Tutta un’altra storia). ↩
Cfr. G. Galli, Cromwell e Afrodite. Democrazia e culture alternative, Kaos, 1987; e S. Federici, op.cit. ↩
G. Galli, op.cit., p. 177. ↩
Ibidem, pp. 148-149. ↩
Ibidem, p. 210. ↩
B. Ehrenreich, Una storia della gioia collettiva, Elèuthera, 2024. ↩



