di Franco Pezzini

Michele Ghiotti, Acutezza, pp. 312, € 19, Agenzia Alcatraz, Milano 2026

Ci sono narrazioni capaci di evidenziare la dimensione fantastica della realtà inanellando situazioni in sé realistiche, che però schiudono alle provocazioni dell’assurdo e del possibile (le idee improvvise che emergono al nostro tavolino di lavoro, i pensieri provocatori a certe forme e certi oggetti, alcuni giochi di parole). E che respirano le emozioni – a riecheggiare Woolf – di quella stanza tutta per noi da cui la vita quotidiana munge tante energie ma dove lascia intravedere pagliuzze preziose spesso non raccolte. È una forma di weird – ma chiamiamolo pure insolito, come si usava negli anni Sessanta – dalle forti potenzialità letterarie, e che in fondo ci costringe a considerare di quanto fantastico siano madide le nostre vite private e pure pubbliche.
Le provocazioni dell’assurdo e del possibile: la presenza per esempio in un edificio di elementi architettonici di uso non immediatamente perspicuo, come certi oculi, da cui la tentazione di fantasticare liberamente. Cosa intendono scrutare, e chi è a occhieggiarvi? E ancora, le emozioni della stanza tutta per noi: normalmente non ci capita che qualche mecenate ci ospiti in luoghi appartati – tra il sanatorio della Montagna incantata e l’hortus conclusus – solo per permetterci di creare, con la possibilità negli interstizi di dialoghi stimolanti con colleghi di arti diverse. Ma quali reazioni sorgono da simili chimiche? E La montagna incantata non rischia di diventarvi Dieci piccoli indiani?
A collegare tali provocazioni è ora questo singolarissimo, teso e convincente romanzo del sanmarinese Michele Ghiotti (classe 1989), molto elegantemente scritto e dove “si sta” bene, godendolo dalla prima all’ultima pagina. A porre in scena una situazione in fondo non così irreale: in un clima marino invernale che può vagamente far pensare a Ostenda o a L’anno scorso a Marienbad ma è invece italianissimo, un gruppo di cinque artiste e intellettuali (c’è anche una critica) viene raccolto in una spaziosa residenza – Acumen, un’ex colonia fascista ristrutturata, e dove ancora fervono lavori – per un esperimento culturale che alla fine dovrà vedere uscite pubbliche sotto l’egida di un grosso nome della cultura.
Mentre dunque ciascuna ospite (una pittrice e body artist, una fotografa, una musicista, una scrittrice e appunto una critica letteraria) produce secondo la propria arte, sprofonda contemporaneamente in un incubo sensoriale vedendo acuirsi in modo parossistico le proprie capacità (vista, udito, percezione di sentimenti e parole delle altre…) e ridestarsi i propri traumi. In quel contesto, tra quelle forme dell’edificio la creazione artistica finisce col precipitare in ossessione: le identità psichiche deflagreranno, qualcuna fuggirà, qualcuna morirà.
Qui però, chiariamolo subito perché le anticipazioni web spoilerano col rischio di banalizzazioni, in questione non è una semplice casa infestata, ma piuttosto la messa in moto ingovernabile, insolita, inesplicabile di una tensione al panopticon. Che da un lato lascia vagheggiare un “osservatore inosservabile”, allignante da dietro un oculo architettonico improvvisamente riemerso con un crollo del soffitto all’arrivo della fotografa Giulia (a denunciare in apparenza fin dalle primissime pagine un genius loci della struttura, come tante case del fantastico svelano personalità proprie: ma il genius esiste davvero? è un residuo dell’occhieggiare spione fascista stagnante in qualche bassa psichica dal Ventennio, o la trovata di qualche architetto-stregone come il Varelli argentiano? O è un mero simbolo di un fenomeno più vasto, impersonale ed effettuale, appunto un effetto panopticon?). Ma dall’altro tale tensione vede le ospiti farsi osmotiche in modo sempre più ossessivo delle rispettive vite (vedendo, sentendo e udendo “troppo”, fino al body horror: emblematico il libro che la scrittrice sta scrivendo, e narra eventi in inquietante consonanza con ciò che accade), fino a precipitare le une nelle altre e contro le altre – con episodi anche di forte tensione – e lasciare dolorosamente, distruttivamente erompere fragilità che ritenevano ben nascoste. Tout se tient, tutto finisce col traghettare l’arte dallo spazio della libertà a quello di una coazione interiore per un furioso gioco di forze in cui eruttano i fantasmi del passato: come a dire, forse, che è l’arte quel campo energetico che traghetta ingovernabilmente energie dai nostri abissi facendole incontrare con quelle d’altri (“spettatori”? troppo poco), grazie a forme e strutture. E chiunque orecchi qualcosa di magia sa che i sigilli, i pentacoli e in generale le strutture geometriche accompagnate da parole-chiave liberano “qualcosa”.
Ma a ben leggere, l’autore lascia spazio alle libere interpretazioni: e quel che emerge è un teatro esemplare sull’impossibilità di creare davvero in modo “innocuo”, considerati i materiali con cui lavoriamo e l’interscambio con gli altri – che finisce quasi col canalizzare o risvegliare altre presenze. Il che vale anche, ovviamente, per la scrittura.