La polemica sul woke ha terremotato il dibattito a sinistra e vivacizzato questo scampolo d’estate altrimenti costretto ad occuparsi di Lavitola e Ranucci e altri faccendieri della magistratura. Nella grande confusione generata soprattutto dall’articolo di Giuseppe Conte su «Repubblica», agli spernacchi della destra si è sommato il coro dei «finalmente» a sinistra: “non se ne poteva più di questa woke, torniamo ai rapporti di produzione!” – figuriamoci. Ma i conflitti culturali sono proprio una forma di questi rapporti di produzione al tempo della tarda modernità occidentale. Senza riconoscere la coincidenza tra “guerre culturali” e sfruttamento sociale non si potranno che ripetere i concetti della destra con parole “di sinistra”. Alcune scene di vita quotidiana.
Un liceo qualsiasi in una provincia qualsiasi, a Piacenza mettiamo; una classe mista di italiani, italiani razzializzati (studenti nati in Italia da genitori stranieri) e migranti in attesa di cittadinanza (studenti nati all’estero da genitori stranieri). L’intera classe si appresta a studiare Omero, la mitologia classica, la storia di Roma, il genitivo o l’aoristo – ma metà o quasi di quella classe ignora il carattere universale di questa cultura. Lo ignora anche la metà degli italiani non-razzializzati ovviamente, ma percepiscono almeno una cosa decisiva: questa storia parla di loro – perché così è stato loro trasmesso dall’edificio retorico e simbolico in cui si muovono. Ciò che è intuibile ad un italiano non-razzializzato non lo è per chi proviene da altre culture, altre lingue, altre tradizioni familiari e nazionali. Che ne sappiamo d’altronde noi di Qaddur Al-Alami o di Murasaki Shikibu? L’acculturazione attraverso i classici non dovrà per questo dismettersi – nessuno lo chiede, neanche tra i boschi del Massacchussets – ma trovare altre forme, altri sentieri; dovranno essere loro poste domande diverse e ulteriori, e tirate fuori risposte vive e spiazzanti; dovrà istituirsi un’altra relazione, che non disperda ma arricchisca la capacità del classico di parlare allo studente italiano – razzializzato o meno – del XXI secolo. È d’altronde ciò che è sempre avvenuto: il canone è un costrutto (politico)culturale, non ci è stato consegnato tale da una qualche fatidica tradizione. Proprio al fine di evitare la ghettizzazione culturale, conseguenza e premessa al tempo stesso di quella sociale, non c’è altra strada: la battaglia culturale dovrà avvenire trasformando le forme dell’insegnamento, i moduli, il linguaggio, i codici d’accesso.
Un McDonald qualsiasi in una città qualsiasi, a Napoli mettiamo; l’interno del locale è ormai diviso in due: da un lato gli avventori, dall’altro una ventina di riders con casco e zaino ad attendere la chiamata. Sono decine, a tutte le ore, sempre e soltanto stranieri. Decine di migliaia in ogni metropoli. È la nuova classe operaia nazionale, che si muove a chiamata, a cottimo, senza diritti e spesso senza contratti regolari, geolocalizzata da una app che risponde ad un padronato anonimo, disincarnato fisicamente e reincarnato nell’algoritmo, pagata miseramente e senza speranza di qualificazione lavorativa. Il rider di oggi sarà quello di domani, tra un anno, tra dieci anni. Non si parte dal basso per salire di dignità contrattuale e salariale: si rimane al piano terra. Per aspirare ad un miglioramento complessivo e collettivo, materiale, della propria condizione lavorativa, c’è l’armamentario esperienziale di due secoli di lotte: scioperi e picchetti, solidarietà operaia, manifestazioni, organizzazione, insubordinazione. Tutte forme di lotta che comportano conflitto, denunce, notifiche dalla questura, apertura di indagini e rinvii a processo, demansionamento e licenziamento sicuro. Tutte cose che l’operaio straniero senza cittadinanza, e spesso senza permesso di soggiorno permanente, non può permettersi: l’operaio straniero non attende i tempi del processo, rischia il Cpr e il rimpatrio. Per poter lottare sul piano materiale serve l’eguaglianza giuridica di tutti di fronte alla legge. Serve la cittadinanza, che è una qualificazione e un obiettivo preordinato delle lotte di classe della tarda modernità occidentale. Non c’è il salario e poi i diritti: ci sono i diritti che rendono possibile la dignità lavorativa, e questa che rende concreti i diritti.
Una qualsiasi università pubblica di una qualsiasi città, Roma ad esempio. A fronte di una popolazione romana composta per più del 15% da italiani razzializzati dalle più diverse discendenze (asiatici, slavi, maghrebini, latinoamericani eccetera), il vasto cantiere delle humanities è ancora saldamente composto da studenti, ricercatori e professori italiani, figli di italiani, bianchi (e maschi, dopo il dottorato). L’ingresso nei dipartimenti degli studi classici è ancora selezionato in base alla condizione di genere e di classe: chi altro può attendere un ventennio di precarietà prima del reclutamento attorno ai 40-45 anni? Di qui una popolazione docente che continuerà a intrattenere con i classici antichi e moderni un rapporto usurato, vecchio, incapace di parlare alla società – contribuendo così al suo definanziamento e alla sua periferizzazione culturale (e quindi accademica), divenendo passatempo specialistico. È il modello reso immortale nella figura di Peter Kien – a monito di come non usare la cultura di fronte alla trasformazione del mondo. Le opportunità di lavoro seguono il circuito “stem”, e tanti saluti alla “tradizione culturale”, al “canone” e all’intangibilità dei modelli classici. Istituire dei percorsi che possano contemperare la capacità di studio e la possibilità materiale di farlo per chi non è tradizionalmente privilegiato significa porre le basi affinché poi, a cascata, si possano comunicare i codici di aggiornamento del canone classico dall’accademia alla scuola alla società, studiarlo quindi meglio, renderlo attuale e non sepolcrale, consentendo a tutta la popolazione, e non solo a una sua quota privilegiata, di potersi confrontare con lo straordinario universo della classicità latina e greca, con la storia antica, medievale e moderna, con la filologia romanza o con l’italianistica. Per porre le fatidiche nuove domande ai classici – ovvero per mantenerli vitali – serve uno sguardo diverso, posto da persone fisicamente, materialmente e socialmente diverse. Il “merito” non risolve le cose, perché il merito è un’appendice delle condizioni di classe.
Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma la sostanza del discorso sarebbe la stessa: i fenomeni migratori stanno transitando verso una dimensione osmotica tra metropoli e provincia. Non si tratta più di ospitare, accogliere e assimilare, ma di ripensare la società fondata su questa diversità strutturale irriducibile alla vecchia unità culturale della modernità, costringendoci a pensarne un’altra. Non è “l’unità culturale”, il problema: è la vecchia unificazione valoriale e simbolica (un’etnia, una lingua, una tradizione letteraria, una religione eccetera) a non essere più adatta a rispondere alle sfide del presente (e del futuro). D’altra parte, già oggi la costruzione simbolica passa da Netflix e da Tik Tok molto di più di quanto possa passare da un decreto o da una riforma governativa. Se abbiamo capito che lo Stato non disperde poteri e funzioni con la globalizzazione, avremmo pure dovuto capire che lo “Stato-nazione” è un costrutto che è andato mutandosi nel tempo e disperdendo i suoi caratteri otto-novecenteschi.
La popolazione migrante, in forma inconsapevole, non organizzata e neanche pensata, sta attuando una sua “lotta per il riconoscimento”, che è sociale e culturale insieme. Sarebbe marxisticamente lodevole, ma anche astrattamente teorico, che questo “riconoscimento” fosse già adesso fondato sulle demarcazioni di classe (eppure nel settore della logistica molta strada si è fatta in tal senso, soprattutto però per la scarsa presenza di italiani nel facchinaggio, cosa che ha reso la componente migrante un’avanguardia delle lotte). La compenetrazione tra popolazione indigena, razzializzata e migrante sta infatti disfacendo le basi culturali dell’umanitarismo borghese. Il razzismo tracima dalle tradizionali nicchie neofasciste-proprietarie ai settori più vasti della società, un razzismo che non ha ancora la forza di presentarsi su basi etniche, camuffandosi da economicismo (i migranti abbassano i salari) e legalitarismo (sicurezza urbana). Le contraddizioni nella composizione migrante, pure presenti, rimangono sullo sfondo rispetto a un’identità che funziona da anticorpo e autodifesa contro la razzializzazione. Non è l’identità della “tradizione” folclorica però, che pure ha attraversato il mondo della sinistra negli anni ottanta e novanta; osservando da vicino le cose, si intravede un’identità che collima con il discorso anticoloniale, ovviamente nelle forme spurie e incoscienti che questo assume nella concretezza delle relazioni sociali.
Questo fa delle guerre culturali, e quindi delle polemiche attorno al woke, un fatto imponente e inaggirabile: non c’è un complotto della satanica sinistra anglosassone ad imporle nell’agenda dei movimenti, ma la realtà capitalistica che le rende un’inevitabile occasione dello scontro di classe. “Materializzare il conflitto” non basta più come slogan, perché questa materialità passa dal riconoscimento giuridico e culturale, dal potersi definire uomini e donne compartecipi del destino di una società su di un piano di parità valoriale. Queste e non altre sono le lotte di classe in Occidente, negli Stati Uniti, in Italia, qui e ora.
È d’altra parte vero che la proiezione culturale di queste lotte è sovente catturata dal ceto intellettuale – accademico e giornalistico – capace sì di amplificarne la voce, ma al tempo stesso di pervertirle, di pacificarle. Ovvero di sottrarle alla dialettica con la materialità dei rapporti sociali, declinandole in un senso esclusivamente identitario e discorsivo. La frammentazione delle codificazioni tradizionali viene assunta come valore in sé (la molteplicità e la differenza) e non come processo che ricostruisce i suoi codici identificativi (codici che dovrebbero produrre una nuova unità fondata non più sulla linea del colore ma su quella del lavoro subordinato).
Le identità, e le conseguenti identity politics, non nascono semplicisticamente dalle “guerre culturali”, ma dall’egemonia borghese che viene esercitata sulla dimensione tellurica del riconoscimento, traducendo “l’identità del razzializzato” in “preservazione della minoranza agente”. Ma quella del colonizzato, indigeno e migrante, appare piuttosto una maggioranza potenziale in-formazione. È l’egemonia culturale della piccola borghesia colta il fattore distorcente, che pensa e parla a nome delle classi subordinate perché prive di una loro indipendenza politica. Se questo è il “midollo del leone”, il campo da gioco è quello della lotta per l’egemonia, che però va combattuta sul terreno della politica e non della cultura. Come diceva Brecht, «non dobbiamo partire dalle buone vecchie cose, ma dalle cattive cose nuove». Ecco, le guerre culturali sono parte di queste cattive cose nuove su cui giocarsi la partita dell’organizzazione politica e dell’orizzonte culturale che sarà sempre più, costitutivamente, meticcio.




