di Sandro Moiso
Roberto Arlt, Trattato della delinquenza, a cura di Carlo Alberto Montalto, Bibliotheka Edizioni, 2026, pp. 150, 16 euro
«… mi vergogno fino alle lacrime della mia terra, e per giunta in calle Moreno, esiste quell’antro chiamato Dipartimento di Polizia…» (Scrive un malandrino – Roberto Arlt, «El Mundo» 25 luglio 1930)
Che Roberto Godofredo Christophersen Arlt (Buenos Aires, 1900 – Buenos Aires, 1942) possa essere d’autorità iscritto nella categoria dell’eccesso non può esservi alcun dubbio, fin dal suo primo romanzo, El juguete rabioso (1926, prima edizione italiana: Il giocattolo rabbioso, Savelli editore – 1978), che narra la storia autobiografica di un ragazzino che fugge da scuola e si trova coinvolto in avventure di ogni tipo cercando di intraprendere la scalata sociale.
Un romanzo di formazione per certi versi vicino a Il giovane Holden (The Catcher in the Rye) di J. D. Salinger, pubblicato nel 1951, mentre quello di Arlt era però stato scritto un quarto di secolo prima. Entrambi i protagonisti, infatti, rifiutano la scuola che frequentano, con tutti i suoi risvolti di doveri e formalità, per provare a vivere lontani e liberi dalle consuetudini domestiche e scolastiche. Finendo col vagabondare nei quartieri malfamati delle città di origine (Buenos Aires per il primo e New York per Holden) e col vivere esperienze che per Holden copriranno un periodo di soli tre giorni tra il sabato e il lunedì, mentre per il protagonista alter-ego di Arlt un più lungo tragitto temporale destinato ad accompagnarlo verso la vita adulta.
Un altro particolare comune tra le vicende e le vita dei due autori è fornito dal fatto che Holden al tempo delle sue avventure ha sedici anni, mentre Roberto Arlt avrebbe davvero abbandonato a sedici anni la famiglia, iniziando a vivere per le strade di Buenos Aires e da quel momento avrebbe studiato da autodidatta mentre intraprendeva ogni sorta di lavoro manuale come il meccanico, l’imbianchino, il portuale, il commesso.
Figlio di un immigrato prussiano, Karl Arlt, e di Ekatherine Lobstraibitzer, originaria di Trento e di lingua italiana, lo scrittore, giornalista e drammaturgo argentino nacque nel quartiere di Flores della capitale argentina ed ebbe fin dall’infanzia, quando a otto anni fu espulso dalla scuola per il suo temperamento turbolento, un rapporto molto contrastato con il padre, frutto dell’educazione severa e oppressiva impostagli in famiglia. Per questo motivo, probabilmente, il conflitto padre/figlio riemergerà in molti personaggi della sua opera letteraria.
Ma saranno i due romanzi successivi, Los siete locos (I sette pazzi, 1929) e Los Lanzallamas (I lanciafiamme, 1931) strettamente interconnessi tra di loro, a rivelare tutta la capacità di Arlt di fondere insieme nelle storie narrate una cruda riflessione sulla società argentina degli inizi del XX secolo e sulla condizione umana insieme a un linguaggio crudo e gergale, a tratti decisamente surreale, liberamente “copiato” dalla vera lingua parlata a Buenos Aires, il lunfardo.
Come ci spiega il curatore del volume appena pubblicato dalle edizioni Bibliotheka:
Il contesto socioculturale è quello di una Buenos Aires in piena trasformazione, segnata dall’immigrazione di massa, dall’espansione industriale e dalla nascita di nuovi quartieri popolari. In questa città ibrida, instabile, profondamente disuguale, si formano linguaggi, comportamenti e codici propri di una cultura urbana meticcia. Arlt intercetta questo mondo nel suo farsi, registrandone le tensioni sociali, la precarietà economica e la perdita di riferimenti tradizionali. In una tale prospettiva, l’uso del lunfardo […] assume un ruolo centrale. Si tratta infatti di una lingua viva, nata nei bassifondi, nelle carceri, nei porti e nelle periferie, e che veicola un’esperienza del mondo che non si riduce a un italiano standardizzato (sebbene si formi soprattutto dalla contaminazione innescata dalla lingua italiana)1.
Nel primo romanzo, I sette pazzi, il protagonista, Erdosain, lasciato dalla moglie, sull’orlo del carcere per essersi appropriato di denaro dell’azienda in cui lavora e profondamente frustrato nelle sue aspirazioni di inventore, entra in contatto con una setta dalle oscure e inquietanti mire politiche. In un cocktail ideologico che mette insieme comunismo e fascismo, populismo e schiavismo, la setta vuole dominare il mondo e per autofinanziarsi cerca di organizzare il più grande bordello del Sudamerica. Motivo per cui Erdosain, sempre più alla deriva, finirà con l’essere coinvolto in un rapimento a scopo di estorsione.
Un romanzo in cui Dostoevskij viene riscritto in chiave sudamericana, fondendo insieme una certa dose di moralismo populista con la follia, l’ironia e la visionarietà, che avrebbero influenzato la successiva letteratura del continente a partire da autori come Gabriel Garcia Màrquez, Juan Carlos Onetti e Ernesto Sàbato.
Come ha scritto Ernesto Franco nella prefazione ad una delle edizioni italiane dello stesso:
A proposito dei personaggi dei Sette pazzi si è parlato di “dandysmo lumpen” (David Viñas). La definizione si attaglia perfettamente all’Astrologo, frutto emblematico di quella Buenos Aires che Arlt vede: luogo della giustapposizione e dell’incoerenza, in cui l’unica ribellione che vale è alla fine quella assoluta e, in quanto tale, individuale, solitaria, esistenziale, disperata. Lo sa bene l’Astrologo, [quando in chiusura] Erdosain dice sorridendo all’Astrologo: “Lo sa che lei assomiglia a Lenin?”, e apre I lanciafiamme con l’Astrologo che mormora fra sé in risposta: “Sì… ma Lenin sapeva dove stava andando”. Mentre lui naturalmente non ne ha alcuna idea, come forse non ce l’ha nemmeno Dio. Nella Buenos Aires di Arlt è impossibile sapere dove si sta andando. È già fin troppo puntare sulla sovversione chiamando a raccolta tutte le speranze, tutti i sogni, “questo bisogno di meraviglie impossibili da soddisfare” che rendono freddamente rabbioso Erdosain» 2.
I lanciafiamme fu concepito come seguito dei Sette pazzi, così tra le sue pagine ritroviamo il protagonista Erdosain e i suoi compagni ancora alle prese con il surreale progetto di finanziare la rivoluzione grazie alla gestione di una catena di bordelli. Ma l’insoddisfazione e il disprezzo profondo dei personaggi per la realtà che li circonda sono tali da spingere in direzione di una risposta estrema, così che la violenza diventa l’unica via percorribile3.
Questo dittico di romanzi è considerato il capolavoro dello scrittore, ma oltre ai romanzi Arlt scrisse anche numerosi racconti brevi, spesso bizzarri, ambientati nella realtà alienata di pazzi o delinquenti che si muovono in cerca di avventure negli spazi caotici della grande città. La sua lucida irrequietezza intellettuale e il suo rifiuto per lo stile letterario tradizionale lo resero all’epoca irricevibile per l’ambiente letterario argentino, mentre al contrario, oggi lo scrittore è ormai considerato come uno dei fondatori della moderna letteratura di quel paese, insieme a Borges e Bioy Casares. Così tra gli scrittori che sono stati maggiormente influenzati dal suo stile e dalle sue pagine sono da annoverarsi Ricardo Piglia e César Aira.
Anche se Arlt fin dagli anni trenta si dedicò anche al teatro, mettendo in scena opere di drastica rottura con la tradizione realistica che aveva informato di sé il teatro argentino fino a quell’epoca, sarebbero stati gli scritti di carattere giornalistico presso il quotidiano di Buenos Aires «El Mundo», fra il 1928 e il 1942, a renderlo famoso in Argentina, soprattutto per le sue Aguafuertes (Acqueforti) di cui il testo curato da Montalto raccoglie ventidue esempi significativi.
Se in tutti i suoi scritti di carattere giornalistico, Arlt seppe rappresentare le ipocrisie, le stranezze, la corruzione e le miserie della vita quotidiana nella capitale argentina, usando un linguaggio diretto, forte e privo di retorica, nel Trattato della delinquenza, riesce con grande equilibrio, ma anche senza compromessi di carattere eccessivamente pietistico o securitario, a dipingere un ambiente in cui, a partire dai rappresentanti del Governo, il disfacimento sociale sembra essere inscritto tra le pieghe di una società apparentemente volta al benessere comune, ma in cui «la violenza, l’inganno e la miseria appaiono come il rovescio inevitabile di una modernità che promette progresso, ma produce esclusione»4.
Sono scritti brevi che prendono spunto da conversazioni occasionali, scene osservate nelle vie della capitale, aneddoti o lettere arrivate in redazione (queste ultime, talvolta, evidentemente artefatte). In cui «la criminalità non è trattata come eccezione o curiosità sensazionalistica, ma piuttosto come elemento strutturale della vita metropolitana»5, motivo per cui ladruncoli, truffatori, rapinatori, prostitute, opportunisti, miserabili e figure ai margini della società finiscono col dar vita ad un’umanità «deformata ma autentica, osservata con uno sguardo che alterna ironia feroce, indignazione morale e lucida pietà»6.
Tutti destinati a precipitare giù nella scarpata, esattamente come la giovane futura prostituta di cui si parla in un articolo dallo stesso titolo, degli scarti e degli esclusi, anche se la furia e la rabbia appena nascosta del giornalista si trattiene veramente a stento di fronte alle responsabilità degli uomini di governo («Perché, se non si potesse rubare, che senso avrebbe governare?», Sua Maestà la Mazzetta, «El Mundo» 16 gennaio 1929), delle guardie carcerarie, dei giudici e degli sbirri.
E’ impressionante quanti ragazzini si trovino rinchiusi nel centro minorile di calle Tacuari per furto di biciclette. In una visita precedente avevo incontrato un bambino di sette anni, detenuto per aver rubato una bottiglia di vino. Ce ne sono altri, invece, che sono dentro per niente. […] La giustizia sta fabbricando delinquenti con creature che non hanno assolutamente di delinquenziale7.
«Mi chiamano Tamburino perché ho l’abitudine di menare chi mi capita a tiro. La mia specialità è suonarle agli sbirri del commissariato, e siccome i miei cazzotti suonano come tamburi, da lì il soprannome.» […] Le consiglio, mio caro giornalista, di passare qualche giorno nel terzo quadrante8. Là dentro imparerà più in tre giorni che in tutta la sua vita da scribacchino […] Oltretutto, che diavolo!. È proprio necessario che in questa città si sappia che c’è chi le suona di santa ragione agli sbirri, in rappresentanza e vendetta del gran numero delle loro vittime9.
C’è pertanto da chiedersi se una tale lettura non potrebbe essere utile per tutti i politici e i pennivendoli, di ogni risma e colore politico, che da anni tormentano il pubblico e l’elettorato con discorsi, aggressivi e vuoti allo stesso tempo, e decreti riguardanti i temi della sicurezza, della delinquenza giovanile e dei sani principi “democratici” dello Stato repressivo.
Certo il carattere di Arlt e dei suoi scritti è più vicino a quello del Pibe de Oro che a quello di Messi e sarebbe anche bello sapere in quale settore della delinquenza relegherebbe l’attuale presidente argentino e la sua sega a motore sbandierata come programma di governo. Quello che qui, però, è sufficiente aggiungere è il possibile paragone, che nessuno sembra aver colto, con l’opera di un altro grande autore, a sua volta contraddistinto dalla rabbia, dalla furia, dallo sconcerto morale privi di qualsiasi fronzolo ideologico e dall’uso di una lingua bastarda e vitale come tutti gli argot, portavoce dei bassifondi di un’altra caotica capitale posta al di qua dell’Oceano Atlantico: Louis- Ferdinand Céline.
C. A. Montalto, Nota del traduttore a R. Arlt, Trattato della delinquenza, Bibliotheka Edizioni, 2026, pp. 6-7. ↩
E. Franco, prefazione a R. Arlt, I sette pazzi, Einaudi editore, Torno 2013. ↩
R. Arlt, I lanciafiamme, Editore Sur, 2015. ↩
Montalto, cit., p. 6. ↩
Ivi ↩
Ibidem ↩
Scuola primaria di delinquenza (Seconda parte), «El Mundo» 27 settembre 1932 ora in R. Arlt, op. cit., pp.120-121. ↩
Le carceri argentine erano organizzate per quadranti, secondo la gravità dei reati e delle pene da scontare. Visto che tali quadranti erano cinque, con il quinto riservato ai reati e alle condanne più gravi, si può ragionevolmente pensare ch e il “terzo” fosse di media importanza nell’ordine suddetto – N.d.R. ↩
Scrive un malandrino, già citato in epigrafe, pp. 96-97. ↩



