di Giovanni Iozzoli

Collectif P.V., Percorsi di vite ribelli. Alla ricerca delle comunità perdute, Plateaux vacantes, Napoli, 2025, pp 126, € 7,00

L’idea forte di questo libro/esperienza, fondato sull’auto-racconto di biografie sovversive, è indagare il legame misterioso e insondabile che costituisce e lega le “comunità ribelli” – le aggregazioni conflittuali, spesso spontanee, anonime e collettive che sorgono, dentro la metropoli capitalistica. Gli intervistati non sono i “soliti” nomi della memorialistica di movimento, anzi hanno scelto lo pseudonimo proprio per sottrarsi ai protagonismi e calare i loro racconti nella dimensione di massa da cui provengono.

Sono “percorsi di vite ribelli” che pur intersecando le storiche sigle organizzate, hanno in qualche modo vissuto di vita propria, negli spazi autogenerati dalle comunità conflittuali. E infatti la “ricerca delle comunità perdute” parte dalla vita concreta di uomini e donne nella loro irriducibile singolarità, cercando di capire cosa hanno fatto e continuano a fare le centinaia di migliaia di individualità che hanno scelto il conflitto, pagando spesso prezzi pesanti, pur senza mai aver militato dentro macchine politiche forti e strutturate – come le allora organizzazioni comuniste combattenti. Sovversivi “normali”, ci viene da dire; uomini e donne del loro tempo che non cercarono l’affiliazione quanto una pratica “microfisica” quotidiana di rottura con l’ordine esistente delle cose. Qualcosa che quasi sempre partiva dal vissuto personale, da un’idea di liberazione fondata sul presente, sulla vita, sulle relazioni sociali.

Scrivono i curatori nell’introduzione:

Ciò che abbiamo ritenuto interessante è che attraverso il racconto di storie personali sia emersa una fotografia, chiara e netta, di quella parte della società, politicamente attiva, che non è rientrata nell’alveo delle istituzioni e che si è mantenuta autonoma da quelle strutture organizzate, che fossero armate o meno; di quella parte estremamente numerosa di compagni e compagne che hanno lottato, e che lottano tutt’ora, per raggiungere obiettivi immediati più che aspettare il “sol dell’avvenire”. (…) Non abbiamo nessuna intenzione di rientrare in quegli schemi storici che parlano di sconfitta, di riflusso o di fine delle utopie. Per noi è necessario dare una dimensione di continuità ai percorsi che si sono sviluppati attraverso il passare degli anni. I bei tempi di una volta non sono mai esistiti. (…) Raccontare non significa storicizzare perché ciò sancirebbe la morte di qualsiasi anelito di ribellione sociale e individuale.” (pag. 7)

L’interrogazione dolente che spesso ci si pone guardando le immagini dei grandi cortei degli anni 70, con i relativi livelli di illegalità di massa praticati, è sempre la stessa: dove sono finiti tutti loro? Dove e in che modo si è sgranato il tessuto di unità ideale e pratico che motivava quell’impegno? Attraverso quali vie di fuga è defluita, disperdendosi o trasformandosi, tutta quella energia giovane e vibrante? E la domanda diventa ancora più interessante se le risposte arrivano da età anagrafiche e punti di osservazione differenti: i contributi che il libro raccoglie tengono insieme la memoria di militanti over 70 che hanno vissuto i punti alti del conflitto sociale e militanti di epoche successive – fino ai giorni nostri – che pur in condizioni storiche diverse hanno praticato la medesima radicalità.

Diventa questo, quindi, un racconto corale della società italiana: dalle trasformazioni dei movimenti si capisce come sono cambiate le classi, il tessuto urbano, i rapporti tra i generi e tra cittadinanza e poteri statuali. Perché i movimenti di questa materia viva sono fatti: guardarli in controluce significa avere una lente potentissima in grado di leggere il divenire storico, addirittura di anticiparlo. I curatori scelgono quindi di usare come grimaldello interpretativo la categoria di autonomia – intesa in un senso più profondo delle vicende dei settori organizzati che intorno a quella categoria si strutturarono.

Uno degli intervistati, la spiega così:

Credo non sia mai esistita una sola autonomia con la A maiuscola ma diversi tipi. Quando si parla delle autonomie del passato e dell’autonomia di oggi bisogna tener conto di un elemento importante. L’autonomia degli anni 70 si è sviluppata in un tessuto sociale diverso da quello che c’è oggi. Un tessuto che, oggettivamente, coinvolgeva settori sociali diversi e quindi il tipo di autonomie dell’epoca affondava radici e pratiche in una società più aperta e in una platea più ampia. Il capitalismo non aveva risolto una serie di sue contraddizioni. Questa caratteristica della società aiutava le autonomie a svilupparsi su un terreno favorevole, un terreno aperto. Ad esempio, il famoso operaio massa, l’arrivo nelle aree industriali del nord di figure diverse come i contadini meridionali che arrivarono in fabbrica. Facendo uno sforzo di immaginazione si può pensare che oggi questa novità può essere rappresentata dai migranti, ma questo sarebbe da analizzare. (pag. 11)

Dai racconti degli intervistati emerge la centralità di due “luoghi” in cui la ribellione nasce: la famiglia, con i suoi residui patriarcali che specie per le donne sono il primo legame da tagliare; e la “piazza” come spazio urbano in cui le energie singolari trovano un nodo di confluenza forte e valorizzante. Dalla singolarità al collettivo, insomma, senza bisogno di troppe mediazioni ideologiche che poi magari arrivano in seguito, quando i processi di protagonismo sono già iniziati. Alcuni interventi provano proprio a interrogarsi su come sono cambiati negli anni, sia i rapporti familiari e di genere, sia lo spazio pubblico delle piazze – che già sul finire dei 70 cominciarono ad essere devastate dall’eroina, convertendosi da luogo di socialità gioiosa a ricettacolo di sofferenze; una regressione in cui l’individuo rinculava su se stesso e sulle sue miserie.

Il dialogo a più voci è molto denso, stringente ed emotivamente coinvolgente e lo si svilirebbe nel tentativo di riprodurlo in questa sede. Il contesto di Napoli come “luogo dell’azione” degli intervistati, accresce ancora di più la complessità di esperienze e ragionamenti. Nel libro si discute dell’illegalità proletaria, del rapporto tra la politica rivoluzionaria e lo storico stigma lumpen, di critica dei centri sociali – e dei tentativi di costruire spazi liberati oltre che occupati -, delle forme di lotta armata che non sono “passate alla storia” perché generate in modi e contesti differenti da quelli solitamente studiati. E sullo sfondo il rapporto uomo donna – concretamente: compagni e compagne – che è una contraddizione perenne e irrisolvibile, pur declinandosi in forme e livelli di antagonismo diversi a seconda delle stagioni.
Un libro da leggere e su cui discutere.

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