di Alessandro Villari
Kike Ferrari, Todos nosotros. Un viaggio nel tempo per cambiare il destino della lotta di classe, Alegre, 2026, trad. Alberto Prunetti, pp. 224, stampa € 17,00, ebook € 9,49.
Mario è un ex militante trotskista argentino, un cineasta che sta girando un documentario sulla vita e l’ossessione del suo migliore amico Felipe “Gordo”: Progetto Coyoacan – viaggio all’interno di una mente squilibrata.
L’ossessione che ha divorato Felipe, oltre alle pasticche da cui era dipendente, era costruire una macchina del tempo per impedire l’assassinio di Trotsky. Insieme al suo testamento, ha lasciato a Mario un accrocco che potrebbe essere quella macchina del tempo, o forse è solo il frutto del suo delirio: se la macchina non funziona – spiega Felipe – Mario potrà se non altro girare il documentario.
Per completarlo, Mario si reca a Città del Messico, là dove Trotsky è stato assassinato e tutto è cominciato. Lo ospita José Daniel, “il Capo”, attivista e famoso scrittore, al quale comincia a raccontare la storia di Felipe, ispirando l’autore a scrivere un romanzo su quel che succederebbe se il Progetto Coyoacan, dopo tutto, non fosse solo il delirio di uno squilibrato.
Non resta che stabilire se questa macchina del tempo funziona per davvero, e se quello che stiamo leggendo è il romanzo di José Daniel, la fine della storia di Mario, o tutte e due le cose.
Il libro che ho in mano, Todos nosotros dello scrittore argentino Kike Ferrari, è il romanzo del romanzo del documentario del testamento, ma è anche molto di più: un vero e proprio puzzle che è divertente, appassionante e commovente ricomporre, tanto da invitare a una seconda lettura subito non appena terminata la prima.
La struttura ricorda quella di alcuni film di Christopher Nolan, con i tre livelli della narrazione che scorrono con un ritmo diverso e un finale aperto all’interpretazione del lettore come in Inception.
Anche lo stile è cinematografico, non solo nei capitoli che riguardano il documentario girato da Mario ma anche nei dialoghi, nella costruzione delle scene, nel montaggio che qui ha una funzione fondamentale.
Kike ha un grande talento per il montaggio, sa mescolare i registri e gli stili. Il suo romanzo è un racconto di racconti ambientati in luoghi ed epoche diverse, raccontati da una molteplicità di personaggi storici e fittizi: almeno una dozzina di voci diverse, oltre a quelle principali di Felipe, Mario e José Daniel.
Anche i livelli di lettura sono molteplici.
Al livello della superficie, il romanzo è un’avventura coinvolgente dal sapore quasi picaresco, tra viaggi nello spazio e nel tempo, travestimenti, appostamenti, indagini e per finire un omicidio, quello di Trotsky o quello del suo assassino, il tutto collocato “alla frontiera tra il possibile e la finzione, proprio dove il reale cede il passo alla follia.” Non manca una patina pop fatta di citazioni più o meno esplicite ai film che negli anni Ottanta, quelli in cui è ambientata la storia principale, hanno costruito il nostro immaginario sui viaggi nel tempo, da Ritorno al futuro a Terminator.
Il sottotesto è soprattutto un commovente inno all’amicizia che è allo stesso tempo militanza collettiva, “il primo comunismo” come viene ripetuto più volte, e non può avere altro scopo se non quello di trasformare il mondo collettivamente, come previsto da Karl Marx nelle Tesi su Feuerbach.
Chi è stato o è oggi un militante rivoluzionario riconoscerà l’affetto di Kike, che militante rivoluzionario lo è a sua volta, nella descrizione autoironica degli stereotipi del trotskismo. Dalle riunioni fiume in cui l’evento più memorabile è la “leggendaria” uscita di Felipe dal partito, alla tendenza allo scissionismo che trova nello stesso Felipe il caso limite del trotskista che si scinde da solo in molteplici personalità.
Ma dietro lo sguardo autoironico e un po’ nostalgico di Kike (la vicenda è ambientata negli anni Ottanta, quelli in cui l’autore stesso ha iniziato il suo percorso politico), c’è evidentemente anche altro.
Io vi trovo un’idea molto chiara – benché neppure lontanamente didascalica – della necessità della rivoluzione, e di quello che serve, oggi, per realizzarla: non solo la passione e l’abnegazione di singoli militanti, ma le idee e i metodi di un’organizzazione rivoluzionaria.
È una lettura che emerge negli illuminanti dialoghi di Felipe con se stesso, in cui l’alterazione del passato è giustificata non perché di per se stessa la sopravvivenza di Trotsky all’assassinio avrebbe cambiato le sorti della lotta di classe, ma perché “bisogna tracciare un cammino dentro la complessità. e trotsky sarebbe fondamentale” (sic) per interpretare correttamente il mondo uscito dalla seconda guerra mondiale, e costruire una corrente comunista rivoluzionaria sulla base di idee più corrette di quelle che applicarono i dirigenti della Quarta Internazionale.
il viaggio nel passato per salvare Trotsky rappresenta il salto nel futuro che occorre fare per riscoprire le idee e il metodo della rivoluzione, e applicarli correttamente alle contraddizioni della nostra epoca.
Non importa perciò che la macchina di Felipe funzioni o meno, non si tratta di credere davvero alla possibilità del viaggio nel tempo: è nella correttezza delle idee e del metodo rivoluzionari che si può riporre quella fiducia che è ottimismo della ragione, non solo della volontà.
Todos Nosotros è pubblicato in Italia dalla casa editrice Alegre nella collana Working Class diretta da Alberto Prunetti, che lo ha anche efficacemente tradotto.
C’è dell’ironia nel fatto che sia considerato “letteratura working class” un romanzo che ruota intorno al tentativo di salvare Trotsky, e alla necessità di recuperare le sue idee, considerato che il Vecchio notoriamente contestava la possibilità di una letteratura e in generale di un’arte proletaria.
In effetti mi pare che Todos Nosotros confermi in un certo senso l’impossibilità, o quanto meno l’inopportunità di “imprigionare” la letteratura in questa categoria, anche nell’interessante declinazione che ne ha dato lo stesso Prunetti.
Vero, Kike Ferrari è un operaio, lavora come addetto alle pulizie nella metropolitana di Buenos Aires ed è un dirigente sindacale. Questa esperienza emerge tra le pagine del romanzo, ma non è al centro della vicenda, come non lo è l’appartenenza di classe dei personaggi (Felipe è sostanzialmente un lumpen che vive di espedienti, Mario si autodefinisce e forse è un piccolo-borghese, José Daniel un intellettuale di successo).
Nessuna delle vicende narrate ruota davvero intorno alla rappresentazione della vita e della cultura working class, qualunque cosa si intenda di preciso con questa nozione. Dal punto di vista stilistico, poi, il romanzo attinge sia alla letteratura e alla cultura “alte” che a quelle “mainstream”, a piene mani e senza alcuna remora.
Questo non toglie neppure un grammo al grande valore non solo letterario ma anche politico di Todos Nosotros: un libro che può aiutare una nuova generazione di militanti a riportare la lotta di classe e la rivoluzione sul lato giusto della frontiera tra il possibile e la finzione.



