di Stefano Portelli e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

“Se non falciamo l’erba, l’erba falcerà noi” ha detto un leader politico israeliano (qui), diversi anni prima del 7 ottobre. La metafora del falciare l’erba – mowing the lawn, in ebraico kisuach desheh – sembra il contrappunto dell’idea della “fioritura del deserto”, ed è molto usata nella cultura politica israeliana (qui) per legittimare i continui massacri dei palestinesi. Bisogna tagliare l’erba: il genocidio diventa giardinaggio, un impegno costante, quotidiano, per tenere sotto controllo un prato che tende a crescere. Siamo oltre la banalità del male.

Il delirio paranoico che sottende la metafora si rivela nella minaccia che “l’erba falcerà noi”: chi ha mai visto, infatti, una persona falciata da un prato? È semmai l’erba a subire continuamente il tagliaerbe, il diserbante, il decespugliatore, e ogni nuovo ritrovato tecnologico per ridurla a un pratino all’inglese; così come i palestinesi, da ottant’anni, subiscono massacri, torture, bombardamenti, omicidi mirati, sempre più tecnologici e sempre più normalizzati. L’artificio retorico cerca di far passare per autodifesa anche le cesoie che potano una siepe, o un drone che distrugge un ospedale; il genocidio reale dei palestinesi diventa un male necessario, per evitare un potenziale genocidio degli israeliani da parte dei palestinesi – più improbabile di un prato che falci il giardiniere.

La questione non riguarda solo la Palestina. La logica del preemptive strike che trasforma l’attacco in difesa e i carnefici in vittime la troviamo molto più vicina a noi, come tentativo costante di giustificare la violenza. Le espulsioni dei migranti servirebbero a impedire un’immaginaria sostituzione etnica, anche se i migranti sono meno di un decimo della popolazione, sia in Italia che in Europa. La guerra alla Russia si presenta come autodifesa contro un’offensiva russa, sempre ventilata dagli stessi europei fanatici della guerra, ma mai provata da parte russa. I continui omicidi di musulmani, anche per mano della polizia, evocano la minaccia di omicidi di cristiani da parte di musulmani, oggettivamente rarissimi. Anche la persecuzione del dissenso politico radicale, ad esempio la repressione degli anarchici e delle anarchiche, implica la tortura e la reclusione di persone a cui si attribuiscono tentativi di stragi immaginarie, mai pervenute dopo gli anni Venti. “Se noi non uccidiamo loro, loro uccideranno noi”, “se noi non cacciamo loro, loro cacceranno noi”: la violenza immaginaria viene evocata come scusa per la sopraffazione reale.

Oggi, però, non è sufficiente condannare questa logica quando diventa esplicita apologia della morte. Bisogna invece imparare a riconoscerla quando prende una forma scientifica, rispettabile, addirittura affascinante: ci sono pseudoscienze che legittimano il genocidio, l’ecocidio e la disumanizzazione, con un continuo lavoro di mowing the lawn teorico che giorno dopo giorno tenta di screditare le letture del mondo, della natura e dell’umanità che provano a limitarne la devastazione. Un esempio recentissimo è il tentativo di screditare il lavoro del biologo Stefano Mancuso (qui) da parte di due accademici impegnati nella promozione degli OGM (qui), in un articolo pubblicato sul Foglio: il lavoro di uno scienziato dal curriculum impeccabile sull’intelligenza delle piante viene ridotta a “mistica della botanica” e “esoterismo”, rigettando di nuovo il mondo vegetale nell’ambito del non senziente, del passivo e del programmato. La critica alla biotecnologia industriale diventa “credenze false”, “retoriche fuorvianti”, inventate per “abbindolare esaltati del pensiero ecologista o persone dedite a credenze tipo new age”. “Scoprire che le piante soffrono e comunicano trasforma il lettore in un testimone sensibile di una tragedia cosmica”, scrivono gli autori; “È un forte psicotropo e sedativo dell’ansia collettiva verso scenari percepiti come distopici”. Il problema non è che l’ambiente sia distrutto, ma che alcuni di noi se ne preoccupino.

Alcune branche del sapere sembrano continuamente impegnate a mantenere in vita i paradigmi scientisti ottocenteschi: il positivismo, il meccanicismo e l’evoluzionismo. In alcuni casi, si cerca di riproporre addirittura il paradigma seicentesco hobbesiano della storia come guerra di tutti contro tutti. Queste teorie sono in sé degli attacchi preventivi, che tentano di evitare che emerga, come sta avvenendo (qui), l’ipotesi rivoluzionaria che per decine di millenni i popoli della terra siano stati per lo più in pace, dedicandosi soprattutto alla cooperazione, allo scambio di idee, oggetti, lingue, tecniche e conoscenze; e che la violenza del presente non è assolutamente radicata nella natura umana, nella storia, o nella specie. Purtroppo i tre principali teorici europei della violenza – Frazer, Freud e Girard – hanno assunto come base l’idea di un istinto primario aggressivo intrinseco alla natura umana, contribuendo a naturalizzare la violenza (si veda il libro di Fabio Dei, Antropologia della violenza).

Oggi – e paradossalmente grazie alla resistenza palestinese – il vento sta dissipando la nebbia che rendeva accettabile l’apologia della guerra permanente. È il momento di andare alle radici di queste teorie, soprattutto quando coinvolgono discipline come l’antropologia e l’archeologia, dove meno ci aspetteremmo questo bias. In antropologia si è sempre condannata la fallacia di concezioni neohobbesiane come quella di Samuel Huntington sullo “scontro di civiltà” (1996), un pilastro del pensiero conservatore, diventato un best-seller dopo l’11 settembre, perché aiutò a legittimare l’aggressione USA e NATO all’Afghanistan e all’Iraq. Ci sono però versioni molto più insidiose di questo stesso paradigma, che proiettano sulla preistoria l’epistemologia della conquista e della distruzione dell’ambiente. Uno di questi è il best-seller Armi, acciaio e malattie (1997) di Jared Diamond.

Come molti altri antropologi e antropologhe, ho sempre nutrito rabbia nei confronti di questo testo, che non manca mai negli scaffali delle librerie (e anche delle case di alcuni amici). Ha vinto il premio Pulitzer, è stato inserito da Time nella lista dei libri più influenti della storia, ha Bill Gates tra gli estimatori più noti, ed è stato tradotto in 35 lingue, tra cui otto traduzioni cinesi. Ma soprattutto è una lettura scorrevole, piena di passaggi a effetto, con cui l’autore affascina anche un pubblico consapevole. Fino alla pubblicazione recente di L’alba di tutto di David Graeber e David Wengrow (2021), e di Le origini della civiltà di James Scott (2017), chi cercava un libro divulgativo sullo sviluppo delle società umane trovava sponda quasi solo in Jared Diamond, se non (ancora peggio) in Yuval Harari, l’autore di Sapiens (2011). Il rifiuto delle loro tesi sulla preistoria (qui) da parte della comunità scientifica non ha impedito la loro enorme diffusione; neanche quando si è dimostrato quanto questi testi fossero scollegati dagli studi contemporanei sul passato dell’umanità, quanto fossero privi di riferimenti, e quanto si basassero soprattutto sull’immaginario coloniale (qui).

La domanda a cui vuole rispondere Diamond – e anche Harari – è semplice: perché l’Europa ha finito per dominare il mondo? Perché il sistema politico degli stati nazionali inventato in Europa è diventato così preponderante? Un pubblico di sinistra rifiuterà nettamente le risposte razziste, quelle che ipotizzano una superiorità genetica o religiosa degli europei, e dell’inferiorità dei dominati. Diamond spiega continuamente che i colonizzati sono persone intelligenti, colte e adatte al loro ambiente, a volte anche migliori dei colonizzatori, e fa riferimento quasi compulsivamente alle sue esperienze come ornitologo in Nuova Guinea, dove ha vissuto con gruppi di cacciatori e raccoglitori. Le ragioni quindi devono essere altrove; non certo nella macchina letale costruita dalle élite commerciali europee negli ultimi cinque secoli (le quali, convinte della loro superiorità razziale, conquistarono l’America, sterminarono la popolazione nativa e si impossessarono di milioni di ettari di terra, per poi ridurre in schiavitù milioni di abitanti dell’Africa per coltivare tali terre in catene, e con i proventi estendere il loro imperialismo in tutta l’Asia, disumanizzando, massacrando e torturando chiunque si opponesse, in colonia come in patria).

La ragione, secondo Diamond, si trovano in uno spirito della storia, in quel “progresso” immaginato nell’Ottocento, secondo cui le antiche tribù sarebbero dapprima diventate bande, poi avrebbero creato delle chefferie, e infine gli stati moderni, culmine dell’evoluzione umana. Questa inesorabilità dello sviluppo storico era già contestata ai tempi del grande studioso marxista della preistoria V. Gordon Childe, autore di Man Makes Himself (1932) e Il progresso nel mondo antico (1949); l’antropologia degli anni Cinquanta già rifiutava questa linearità immaginaria che lega il cambio sociale al progresso tecnico1. Oggi è un anacronismo afferrarsi ancora all’idea che gli stati moderni siano il prodotto in esorabile dell’evoluzione da un immaginario passato barbarico. I sostenitori di questa tesi sono costretti a falsificare i dati, o a fare capriole teoriche, come quando Diamond nega che i popoli indigeni siano meno violenti di quelli moderni (1997, p.219), o quando Harari considera la brutalità delle dittature latinoamericane meno grave di quella delle società native (2014, p.368).

All’inizio del libro Diamond inserisce furbescamente un paio di esempidi genocidio e ecocidio a cui l’Europa moderna sarebbe estranea, per mostrare che la natura dell’umanità sarebbe intrinsecamente distruttiva. Il primo esempio è l’estinzione di massa dei grandi mammiferi nordamericani come i mammut, spariti alla fine del Pleistocene, in concomitanza con la diffusione dell’Homo sapiens. La teoria dell’overkill (o blitzkrieg) formulata da Paul S. Martin negli anni Sessanta (qui) e ripresa da Diamond (p.27sgg.), attribuisce la loro scomparsa alla caccia su grande scala praticata dagli esseri umani. L’umanità sarebbe quindi arrivata sulla scena del mondo con un ecocidio, perpetrato da quelle stesse popolazioni native americane che millenni dopo sarebbero state decimate dalla conquista europea (in concomitanza con l’uccisione di 30 milioni di bisonti [qui]). Chi la fa l’aspetti, insomma! Ma tale tesi è molto lontana dall’essere provata (qui), perché si basa su dati raccolti in territori ben diversi dal Nordamerica. Non abbiamo nessuna ragione di credere che sia stata la caccia dei nativi americani a far sparire i mammut, tranne il fatto che questa teoria ci permette di normalizzare l’ecocidio e relativizzare il genocidio successivo.

Il secondo esempio è lo sterminio dei Moriori da parte di due tribù Maori, che nel 1835 invasero le isole Chatham al largo della Nuova Zelanda. Novecento guerrieri Maori si imbarcarono in due navi per attraversare gli ottocento chilometri di mare che li separavano dalle isole di questa popolazione per lo più pacifica. Quando arrivarono si dichiararono superiori a loro, proibirono la loro lingua, si appropriarono delle terre, defecarono sui loro luoghi sacri, e in meno di quindici anni uccisero o ridussero in schiavitù millecinquecento Moriori, mangiando alcuni dei loro cadaveri. Diamond presenta il massacro dei Moriori come esito di uno scontro inevitabile tra società caratterizzati da diversi livelli di evoluzione tecnica: un popolo di agricoltori armato sottomette e distrugge un popolo di cacciatori-raccoglitori, mostrando “in laboratorio” l’inesorabilità dell’evoluzione (p.36sgg.) e il suo eventuale esito genocida. Diamond però non dice che era stato l’impero britannico a fornire ai Maori i fucili, le navi e soprattutto le idee di superiorità razziale degli agricoltori guerrieri rispetto ai pacifici cacciatori-raccoglitori, che resero possibile la violenza contro i Moriori! Altro che esperimento in laboratorio: fu la teoria evoluzionista ottocentesca, una volta esportata nel Pacifico, a sterminare i Moriori – la stessa che Diamond tenta ancora di mantenere in vita.

Il capolavoro di Diamond è aver sostituito la superiorità europea basata sul sangue o sulla razza, o sulla dimensione del cranio, con una superiorità basata sulla geografia. Il dominio europeo sarebbe una conseguenza delle caratteristiche del continente europeo (in realtà euroasiatico), che avrebbe garantito ai popoli che lo abitano condizioni ecologiche migliori, quindi un vantaggio competitivo per tutto il resto della storia. È la tesi più balzana del libro, ma anche la più conosciuta: l’Eurasia avrebbe sviluppato l’agricoltura e l’allevamento prima e meglio del resto del mondo, perché orientata lungo l’asse est-ovest, invece che nord-sud come l’Africa e l’America. Viaggiando alle stesse latitudini, i cereali e gli animali domestici europei e asiatici si sarebbero diffusi in modo più omogeneo, mentre in Africa e in America avrebbero trovato barriere geografiche e ambientali dovute alle diverse latitudini che tagliano questi continenti. Riemerge così il suprematismo europeo: il “sottosviluppo” africano sarebbe determinato da un’inferiorità geografica attribuibile al continente stesso, e non all’imperialismo predatorio dei mercanti del continente accanto. Blaming the victims su scala continentale, insomma.

Nonostante Diamond dia il meglio di sé quando parla di piante e animali più che quando parla di società umane, l’intera teoria è campata in aria. Intanto, non c’è alcuna prova quantitativa (qui) che in Eurasia ci siano meno barriere ambientali alla circolazione delle specie rispetto agli altri continenti. Inoltre, non è affatto detto che quando l’agricoltura e l’allevamento “arrivano” in una regione, esse diventino fonti primarie di sostentamento. Le società del passato hanno spesso rifiutato forme di produzione che pure conoscevano, per evitare di essere tassate, o controllate, oppure di diventarne dipendenti; la maggior parte delle società hanno “giocato” per millenni con la domesticazione dei cereali e degli animali, “entrando e uscendo” da questo modo di produzione, e usandolo in contemporanea con altre modalità di approvvigionamento e sostentamento, per le ragioni più disparate (si vedano i libri citati sopra di Scott e Graber-Wengrow). Ma soprattutto – ed è la cosa più divertente – Diamond fonda tutta la sua teoria geografica sull’orientamento dei continenti su carte geografiche disegnate con la proiezione di Mercatore, che notoriamente falsifica le proporzioni: l’Africa è tanto larga quanto lunga, e soprattutto è poco più larga dell’Eurasia: tra Dakar e la Somalia c’è la stessa distanza che tra Tripoli e Capetown, e poco meno che tra Bruxelles e Pechino!

La superiorità tecnologica europea che ha permesso la conquista dell’Africa e dell’America non ha niente a che vedere con la rivoluzione Neolitica, né con la diffusione precoce dell’agricoltura e dell’allevamento. Le battaglie cruciali che hanno determinato il dominio europeo non sono stati scontri tra imperi agricoli e tribù di cacciatori e raccoglitori, bensì guerre tra strutture statali e militari assolutamente comparabili. Lo scontro finale del 1532 tra l’impero asburgico rappresentato da Pizarro e l’impero Inca rappresentato da Atahualpa (di cui Diamond parla nel terzo capitolo) fu vinto da Pizarro, che catturò e uccise Atahualpa, definendo l’esito dell’intera colonizzazione del Sud America. Ma la vittoria non si deve al possesso dei cavalli, della scrittura, o di tecniche agricole particolari. Come William Prescott aveva osservato trecento anni dopo i fatti (La conquista del Perù è del 1847), la cattura di Atahualpa si dovette soprattutto alla trappola che gli tesero gli spagnoli a Cajamarca, prima che il grosso dell’esercito Inca potesse entrare in azione. L’impero andino aveva forze enormemente superiore a quelle spagnole, ma fu un gravissimo errore strategico dell’Inca – e non la supremazia dell’agricoltura neolitica europea – a determinare la battaglia, e quindi la conquista. Anche in Africa, gli europei non riuscirono a penetrare fino alla fine del Settecento, limitandosi a piccoli insediamenti commerciali sulla costa, nonostante la loro superiorità militare sul mare. Per trecento anni, ogni volta che provavano ad avventurarsi all’interno erano sconfitti dalle armi degli stati africani e dalle malattie endemiche al loro territorio. Raggiunta solo a inizio Ottocento, la loro supremazia militare (qui) non si può ricondurre alla rivoluzione neolitica: la storia non è scritta né nel sangue né nella geografia; è l’esito di dinamiche complesse – una delle quali è il continuo tentativo dei vincitori di presentarsi come protetti da qualche forza misteriosa, sovraumana o sovrastorica.

Semplificando tutti questi fattori, Diamond costruisce un’illusione di determinismo ambientale che naturalizza il dominio europeo, fondandolo nell’ambiente anziché nella genetica. Per farlo, è costretto a piegare al suo scopo sia la geografia che la storia (qui). Per quanto il libro si presenti come progressista, la sua tesi di fondo è una tautologia conservatrice: la storia è andata così perché “doveva” andare così, e la vittoria dimostra la superiorità dei vincitori. L’esito del ragionamento è paradossale: in un libro posteriore, Collapse (2005), Diamond arriva a sostenere che le grandi corporazioni europee sono l’unica speranza per salvare il pianeta, citando alcuni casi in cui la Chevron avrebbe mitigato i danni prodotti dall’estrazione del petrolio (qui). Peggio ancora fa Yuval Harari, che in Nexus (2023) identifica le reti dell’informazione come motore della storia umana, in modo ancora meno credibile di Diamond. Queste grandi teorie si basano su un materialismo meccanicista che può affascinare, ma che è il contrario del materialismo storico: individuare la natura, la tecnologia, l’informazione, come le cause principali della storia – tralasciando l’organizzazione della produzione, la riproduzione della vita quotidiana, le relazioni sociali, le ideologie – è un errore analogo a quello che considera uno qualsiasi di questi altri elementi come la forza principale. Il materialismo storico studia l’interazione costante tra tutti questi fattori, senza rifugiarsi in uno o due di essi.

Non è affatto detto che altri popoli, anche se avessero avuto la tecnica per farlo, avrebbero intrapreso il percorso di devastazione e saccheggio in cui le élite commerciali europee hanno trascinato il mondo, fino a portarlo al limite della distruzione. Diamond sa bene che la Cina – di cui parla nel sedicesimo capitolo – è stata tecnologicamente superiore all’Europa per gran parte della storia umana, dal Neolitico fino al Settecento. L’uso che ha fatto della sua tecnologia, tuttavia, è stato molto diverso da quello delle élite commerciali europee. Le navi cinesi avevano già circumnavigato l’Africa prima di Vasco da Gama, e usavano la polvere da sparo in guerra sin dal XII secolo2; ma queste tecnologie non furono impiegate per creare un impero coloniale oltremare. Al contrario, a seguito di una serie di scelte politiche e di specifiche ragioni economiche e culturali, la Cina finì per subire l’imperialismo europeo con le guerre dell’oppio (lo racconta Amitav Ghosh in Fumo e ceneri, 2025). Il possesso di una tecnologia distruttiva non implica un certo uso di essa, né un ruolo determinato in una presunta gerarchia continentale.

Nei prossimi anni sarà necessario molto lavoro per ricostruire una “geografia della libertà” che si opponga alla “geografia del dominio” – per usare i termini impiegati dalla geografa brasiliana Gabriela Leandro Pereira – che questi scrittori neoevoluzionisti e deterministi continuano a riproporci, con una aggressività che ricorda le armi e l’acciaio delle guerre coloniali, e con una virulenza che ricorda le epidemie portate dai conquistadores. Per fortuna abbiamo già alcuni antidoti, uno dei quali è il lavoro di Graeber e Wengrow (qui) di cui ci occuperemo prossimamente in questa serie. C’è un’implicazione della metafora del mowing the lawn su cui vorrei concludere, cosciente del fatto che non esiste alcuna legge sovrastorica che determinerà l’esito di questi conflitti. Per quanto crudele, l’idea che l’esercito israeliano – come i teorici del determinismo – sia costretto a tagliare continuamente il prato, in realtà è tragica. Ma tragica per loro, non per l’erba che cresce! I nuovi conquistadores sono costretti a impiegare enormi quantità di energie, di carburante, di fatica, di tempo, di tecnologia, di ideologia, per mantenere a raso un ambiente che non vede l’ora di diventare una foresta. Bastano un paio di giorni senza bombardamenti, e Gaza subito si riorganizza intorno al sumud, nuovi olivi vengono piantati, nuove poesie vengono scritte, nuove teorie o pratiche anticoloniali prendono vita e si diffondono in tutto il mondo. A differenza del tagliaerbe, l’erba cresce da sola. Prima o poi sarà evidente l’inutilità di tutti questi sforzi, antistorici e anacronistici, che provano a fare un prato all’inglese sulla complessità della storia umana.


  1. Henry Orenstein (1954), The Evolutionary Theory of V. Gordon Childe, Southwestern Journal of Anthropology 10(2), 200–214.  

  2. Wang Ling (1947), On the Invention and Use of Gunpowder and Firearms in China, Isis 37 (3-4)