Ilenia Rossini, Non sono la stupida bionda di nessuno. Una storia di Marilyn Monroe, Momo edizioni, Roma
2026, 248 pp., 20 euro
C’era una volta, tanto tempo fa, la “new italian epic” – quel tentativo un po’; pretenzioso ma pure seducente di decifrare una linea narrativa degli anni del berlusconismo. Prima una manciata di libri, poi a valanga ogni forma del raccontare dei primi anni del XXI secolo, diveniva un famelico UNO, un “oggetto narrativo non identificato” (Unidentified Narrative Objects). Scomparso dai radar, eccolo risorgere inaspettato ma prepotente in questa biografia di Marilyn Monroe scritta da Ilenia Rossini. Prepotente – perché dopo gli anni della sperimentazione, dell’ubriacatura e dell’hangover, siamo oggi in presenza di uno dei prodotti più compiuti e più controllati di questo non-genere – che non è solo “ibrido” ma pienamente laterale; inaspettato perché non annunciato, fuori tempo nell’Italia del sovranismo decadente; inaspettato – ancora – perché l’autrice, una storica, invece di confermare l’incapacità della categoria di saper “scrivere bene” – di saper convincere attraverso la forma – devia dal percorso codificato della scrittura accademica senza rinnegarne il metodo e lo spirito.
Eccoci dunque di fronte a un testo che è un romanzo, un saggio e una biografia – e una biografia di Marilyn e anche della stessa autrice. E un saggio di storia ma anche di critica del presente, di riflessioni sul femminismo e poi anche una strana storia del cinema – o almeno di una delle sue protagoniste indiscusse.
L’obiettivo di Ilenia Rossini non è semplicemente decostruire il “mito Marilyn Monroe” raccontando la complessità di un’esistenza tormentata e distante dai cliché della dumb blonde. Fin qui, saremmo ancora sulla superficie delle motivazioni e del racconto (e pure del già sentito e in qualche modo assorbito dalla critica cinematografica e del costume); il punto è un altro, è altrove e molteplice: è prendere di petto un’ossessione dichiarata da parte dell’autrice – Marilyn appunto – restituirle la dignità di persona nelle sue evidenti contraddizioni, e poi usare queste contraddizioni per svelare la società statunitense dell’epoca
(dell’epoca e di oggi), il sistema hollywoodiano e massmediatico, la cultura patriarcale, la costruzione del “mito” – coi suoi stilemi sempre verosimili e perciò falsi – e infine, ma è il punto più importante, fare i conti con la propria ossessione e quindi con la propria vita. In controluce agisce infatti una lotta per liberarsi dagli stereotipi che agiscono tanto su Marilyn quanto su tutti noi, e quindi anche su Ilenia Rossini.
Il racconto, intervallato da episodi di vita dell’autrice in rapporto alla sua “ossessione”, segue la vita di Marilyn dall’infanzia difficile alla testardaggine del recitare – recitare per rendersi indipendente, sfruttando il fisico e i cliché; di affermarsi nel sistema hollywoodiano – coi suoi ricatti e le sue tentazioni; a fare i conti con l’endometriosi, con il dolore, con la voglia inappagata di essere madre; e poi i rapporti con gli uomini, coi molti uomini di una vita difficile ma in qualche modo “libera” – nel suo uso del corpo, nel suo giocare con la sua intelligenza e la sua stupidità; nel suo confrontarsi con la cultura, e anche con la politica, in forme sempre controverse, sofferenti, non-soddisfacenti per lei stessa ma anche in chi la osserva e la legge nelle pagine del libro. Se c’è un limite, nel racconto, è quello – in qualche modo paradossale – di “esagerare la complessità”, usata questa a volte come concetto passpartout per circoscrivere le contraddizioni e i limiti di una persona, un’attrice, un “simbolo”, che Marilyn stessa ha voluto caparbiamente edificare.
Non c’è “colpa”, che sa di sagrestia, ma ognuno è inchiodato alla responsabilità delle proprie scelte. E sono proprio queste ad averla condotta alla dissoluzione emotiva, all’abuso di farmaci, alla morte. Si potrebbe leggere altrimenti: è la “società dello spettacolo”, il sistema hollywoodiano, le relazioni malate tra i sessi, il puritanesimo patriarcale degli anni cinquanta americani, il bisogno irrisolto di emanciparsi dalla dipendenza economica, ad aver causato il disagio fisico e psicologico. E sarebbe altrettanto vero. Ilenia Rossini ricerca l’unica verità possibile, ovvero un punto d’equilibrio tra la società e Marilyn, tra il condizionamento sociale e le scelte personali.
Ai lettori il compito di verificare se questo equilibrio è stato raggiunto, e se è un equilibrio che soddisfa le premesse e gli obiettivi di un lavoro come questo – un lavoro notevole, che demolisce il paradigma vittimario sempre declinato al femminile e lo fa in nome della (tragica) modernità
rappresentata dalla protagonista.




