di Sandro Moiso

Quelli che parlano di rivoluzione e di lotta di classe senza riferirsi esplicitamente alla vita quotidiana, senza comprendere ciò che c’è di sovversivo nell’amore e di positivo nel rifiuto delle costrizioni, costoro si riempiono la bocca di un cadavere. (Raoul Vaneigem, Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni)

Raoul Vaneigem se n’è andato il 30 luglio scorso, a Barcellona, all’età di 92 anni. Una figura, allo stesso tempo, luminosa e sotterranea di quel grande e inarrestabile movimento che ci ostiniamo a chiamare rivoluzione, di cui con estrema linearità ha rappresentato l’anima più contraddittoria e vitale. Fin da quell’ormai lontanissimo mese di agosto 1961 quando con due articoli nel nº 6 di «Internationale Situationniste», Programme élémentaire du bureau d’urbanisme unitaire (redatto con Attila Kotanyi) e Commentaires contre l’urbanisme, iniziò a collaborare con Guy Debord e un’organizzazione che, ancora a quasi settant’anni dalla Conferenza di Cosio d’Arroscia (Imperia) del 28 luglio 1957 che ne stabilì di fatto la nascita, continua a costituire una sorta di oggetto volante non identificato e inafferrabile della teoria politica e della critica radicale dell’arte, della cultura e della società capitalistica avanzata.

Dalla canzone all’urbanistica, passando per la critica della scuola e della società repressiva fino alla storia dei movimenti ereticali il militante, saggista, giornalista e filosofo belga, nato il 21 marzo 1934 a Lessines, nella regione mineraria del Borinage resa celebre da Vincent van Gogh che, intorno ai 25 anni di età, vi passò alcuni anni predicando e vivendo tra i minatori prima di dedicarsi alla pittura, Vaneigem non ha sprecato un solo istante della sua vita per dedicarlo a quelle Banalità di base di cui resta il critico incontrastato1.

Critico feroce di un’alienazione che travestendosi da superamento della miseria e del bisogno sia all’Ovest che all’Est (società del benessere e del consumo vs. socialismo burocratico “reale”) non ha fatto altro che far sprofondare l’esistenza individuale e collettiva in una palude in cui la schiavitù salariale si traveste da auto-realizzazione soggettiva e sociale. Di cui Marx non è certo responsabile, ma troppo spesso è chiamato in causa per giustificarla, soprattutto quando i suoi imbalsamatori neo-bolscevichi fingono di essere rigidi militanti rivoluzionari pur continuando a portare e diffondere le stimmate della sopravvivenza scambiata per vita.

In fin dei conti a differenziarlo da Guy Debord, da cui si sarebbe separato nel 1970, sarà proprio il suo privilegiare la “vita” nei confronti della “militanza”; il disordine dell’esistenza concreta piuttosto che il raziocinio della critica radicale militante; l’azione diretta e imprevedibile contro anche soltanto la simulazione di una partita giocata rispettando le regole delle organizzazioni politiche e sindacali2.

Sì, perché nel rifiuto radicale dell’attività umana scambiata con un salario e dell’economia basata sulla sottomissione del lavoro vivo al lavoro morto accumulato è compreso anche il rifiuto dello sciopero codificato secondo le regole e la volontà di sindacati che non rappresentano altro che una delle parti coinvolte nella gestione del modo di produzione capitalistico: dalla concertazione fascista contenuta nella Carta del lavoro del 1927 fino ai tavolo organizzati per la gestione della crisi dell’ILVA di Taranto a seguito della sua manifesta pericolosità per la salute dei cittadini di quella città.

Certo Vaneigem non ha scritto, o non ha avuto il tempo di scrivere, su quest’ultima questione, ma tutta la sua opera, a partire dal Traité de savoir-vivre à l’usage des jeunes générations (1ª edizione italiana: Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni, Vallecchi, Firenze 1973), completato già nel 1965, ma pubblicato da Gallimard nel 1968 a causa delle pesantezze burocratiche dell’editoria francese, come ebbe a spiegare Debord nel n.11 di «Internationale Situationniste» (ottobre 1967), è dedicata ad esaltare la vita intesa come ribellione contro il lavoro e le sue norme morali e non certo come godimento estetico ed egoistico di ciò che il presente della sopravvivenza propone in sua vece.

Il ritardo nell’uscita del testo di Vaneigem avrebbe però fatto sì che lo stesso, uscito a ridosso del maggio parigino, finisse con l’andare letteralmente a ruba ovvero col diventare proprio il libro più rubato del Sessantotto, quando correvano tempi lieti per la Rivoluzione e il suo farsi reale. «Non vogliamo un mondo in cui la sicurezza di non morire di fame si sconta col rischio di morire di noia», affermava l’autore tra le sue pagine, accompagnando e manifestando quel desiderio altro che negava l’altro da sé imposto dal capitalismo per imporre o cercare di imporre un altro immaginario, ancor prima di un differente regime sociale.

Vaneigem coglieva così l’aria dei tempi, fondendo insieme desiderio e bisogni reali, sempre in evoluzione e mai dati una volta per tutte3, come troppo spesso vorrebbe un’interpretazione principalmente economicistica della critica di Marx al capitalismo. Una lettura invece, quella di Vaneigem, che proprio nell’alienazione come prodotto del processo di produzione vede la vita trasformarsi in mera sopravvivenza, anche là dove le esigenze primarie siano apparentemente soddisfatte dal consumo indifferenziato di merci.

“La joie de vivre”, che pure dava il nome alla libreria parigina dell’editore Francois Maspero che per principio non chiamava la polizia finché non chiuse nel 1974 e in cui andò a ruba, come si è già detto, il libro di Vaneigem, diventa il filo conduttore di un manuale per il rovesciamento del furto, da cui avrebbero origine la proprietà privata, secondo la formula di Proudhon ferocemente criticata da Marx, e l’accumulazione capitalistica, per trasformare la felicità individuale e collettiva in riappropriazione del tempo di vita ai danni di quello prestato come lavoro salariato, al fine di liberare le potenzialità sociali dell’individuo e non soltanto il suo egoismo privato.

Una lettura che, superando la ancor riduttiva dicotomia tra lavoro vivo e lavoro morto insita nell’analisi marxiana, accompagnerà sempre l’ex-situazionista belga nel corso delle ricerche condotte per tutta la vita e di cui Le mouvement du Libre-Esprit (Ramsay 1986 – traduzione italiana: Il movimento del Libero Spirito, Edizioni Nautilus, 1995) contiene, portandola a completa maturazione, una sintesi che prende spunto fin dalle ribellioni medievali contro la nascente società del capitale. Come si afferma nella presentazione dell’edizione italiana del testo.

Religiosa ieri, ideologica oggi, un’invariabile menzogna riduce la proliferazione del desiderio – la nostra vita – ad una miserabile sopravvivenza. Toccava al secolo in cui si consuma la rovina della civiltà mercantile discernere nel passato i segni di una civiltà a venire, fondata non più sull’alienazion e del lavoro, il potere e il profitto, ma sulla creatività, il godimento e la gratuità. Il movimento del Libero Spirito nel Medio Evo, perfettamente estraneo alle filiali dell’ortodossia che sono le eresie, sventa le illusioni del benessere in progresso e rivendica al presente la libertà di natura, l’affinamento dei piaceri e la liquidazione che di ciò produce l’immunità di una natura snaturata: l’economia di scambio, alias Dio nei tempi teologici4.

Una critica che non può passare che attraverso quella dell’economia e della sua pretesa scientificità.

L’economia è stata la menzogna più durevole di una decina di millenni abusivamente identificati con la Storia. Di là sono state attinte le verità eterne e le sacre cause che hanno governato padroni e schiavi, e a cui furono gettate in olocausto generazioni di esseri innocentemente nati per vivere.
E’ giunto il momento in cui la macchina economica si esibisce nella cinica nudità dei suoi singoli elementi. Un lungo e sanguinoso streap-tease l’ha spogliata del mito e dell’deologia. Dopo aver gettato alle ortiche la cotta delle società sacerdotali, poi la giacca rovesciabile degli Stati cittadini, essa si scarnifica mettendo a nudo ciò che in ciascuno di noi appartiene agli ingranaggi della sua inumanità fondamentale; non dispone più – non ne ha più bisogno – di illusioni e di scappatoie per parodiare ciò che essa semplicemente è: un sistema destinato ad assicurare la sopravvivenza degli esseri umani a spese della loro vita.
Ironia vuole che, nel momento in cui la coscienza apre gli occhi, il maremoto economico volga al diluvio e non si assicuri più la vita della specie se non ad un crescente tasso di svalutazione. La fine delle ideologie coincide con il fallimento della grande intendenza.
Orbene è proprio nell’istante della storia meno propizio a qualche certezza – Dio, Diavolo, Stato, Rivoluzione, Supremo Salvatore, Sinistra e Destra – che la forma religiosa rinserra le maglie della sua rete. Il dogma secondo il quale il mondo esistente è soltanto la realtà orientata dalla prospettiva mercantile, e nient’altro, si fonda su una superstizione universale che viene instillata fin dall’infanzia: la credenza dell’incurabile impotenza degli esseri umani.
[…] La fine dell’impero economico non è la fine del mondo, ma la fine del suo domino totalitario sul mondo. Tutti sanno, tuttavia, che una tirannia defunta continua a uccidere. Non la gioia di vivere né l’esuberanza creativa, bensì la paura è la risposta all’evidenza di una mutazione benefica. Una paura così intensa che l’economia moribonda vi scova ancora di che rifornire un mercato, il mercato dell’insicurezza, in cui il consumatore, ricondotto alla sua vera natura di minorato e vegliardo, mendica una muscolosa protezione per percorrere freneticamente i circuiti obbligati dell’edonismo consumabile.
A cosa attribuire questo terrore che colpisce il formicaio proletarizzato e sostituisce ai vecchi riflessi insurrezionali una cupa e rabbiosa apatia?
[…] Per la maggior parte delle persone esiste un solo terrore da cui tutti gli altri provengono, ed è quello di perdere l’ultima menzogna che le separa da se stesse; di dover creare la propria vita.
Paura millenaria, sicuramente, ma non contemporanea alla nascita dell’umanità […] Ciò che oggi riecheggia è soltanto lo stridulo latrato della maledizione divina che terrorizza l’essere umano espropriato della propria vita e condannato a produrre la sua profittevole inumanità5.

Una speranza e un’invettiva che il miglior esponente della lotta della vita contro la morte, rappresentata dalla gora della sopravvivenza in cui il capitale vorrebbe ancora spingerci ogni giorno, lascia a tutti in eredità. Una riflessione destinata a rimanere centrale per qualsiasi moto destinato al superamento della autentica catastrofe rappresentata da una realtà sempre più claustrofobica e incapace di proporre altro che il vuoto rimasticamento dei cadaveri di ideologie, analisi e promesse di progresso e sviluppo nate già tutte egualmente morte.

«In questa società colonizzata da capitale, ogni istante è cosmico…» così scriveva dal carcere un amico detenuto sul far degli anni Ottanta. Quello che la lezione di Vaneigem ci insegna, dunque, a superare è proprio una colonizzazione della vita che va ben al di là della più semplicistica definizione di colonialismo. Una colonizzazione che attraverso una sempre più ampia e rapida produzione e diffusione delle merci finisce col creare uno stato di necessità permanente da cui l’individuo e la società sembrano non essere più in grado di uscire.

Accentuando così quell’entropia, intesa come misura della dispersione di energia non più disponibile, che caratterizza il consumo capitalistico, non soltanto mercantile ma anche di vita e ambiente, e contribuisce ad allontanare sempre più la specie dalla dimensione cosmica, di cui erano invece ben coscienti i popoli cosiddetti primitivi, per sprofondarla in una dimensione di egoismo individuale, mortifera e soffocante, di cui razzismo, fascismo, violenza sull’altro da sé e accumulazione privata della ricchezza collettivamente prodotta non costituiscono altro che l’in/naturale e miserabile corollario.


  1. Banalités de base, «Internationale Situationniste», numeri 7 (aprile 1962) e 8 (gennaio 1963)  

  2. In proposito si veda: De la grève sauvage à l’autogestion généralisée, UGE, 10/18, pubblicato nel 1974 con lo pseudonimo di Ratgeb. Traduzione italiana: Contributi alla lotta rivoluzionaria destinati a essere discussi, corretti e principalmente messi in pratica senza perdere tempo, Edizioni di “Anarchismo”, 1978. In seguito come reprint delle Edizioni El Paso, Torino, in occasione dell’incontro internazionale contro il lavoro del 29-30 aprile, 1° maggio 1994.  

  3. Si veda in proposito: Ágnes Heller, La teoria dei bisogni in Marx, Edizioni Mimesis, 2021 – prima traduzione italiana Feltrinelli 1974.  

  4. Quarta di copertina di R, Vaneigem, Il Movimento del Libero Spirito. Indicazioni generali e testimonianze sugli affioramenti della Vita alla superficie del Medioevo del Rinascimento e incidentalmente della nostra epoca, Edizioni Nautilus, Torino 1995.  

  5. R. Vaneigem, op. cit., pp. 14-15.