di Fabio Ciabatti

Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47.

Il sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la continuità del ruolo globale degli Stati Uniti, si sia affidato a un presidente che ha una ben scarsa cognizione di quello che fa, come appare chiaramente dalla gestione della guerra scatenata contro l’Iran insieme a Israele. Per farla breve, deve essere un sistema impazzito nel suo complesso quello che riesce a partorire soltanto una strategia del “cane pazzo” (formula coniata, guarda caso, dal fu capo di stato maggiore israeliano Moshe Dayan) come unica via per cercare di tirarsi fuori dal pantano delle sue contraddizioni interne (una coesione sociale oramai in pezzi) ed esterne (la crisi della sua egemonia globale). Dio acceca chi vuole perdere, verrebbe da commentare con malcelata soddisfazione, se di mezzo non ci fossero innumerevoli vittime, per non parlare della famigerata valigetta nucleare affidata a mani davvero poco rassicuranti.

Quanto alle accennate contraddizioni esterne, un capitolo importante di questa storia andata a male è costituito dalle profonde trasformazioni che ha subito dall’inizio del nuovo millennio il capitalismo fossile a guida statunitense, perno fondamentale dell’ordine globale del dopoguerra. Sebbene si tratti solo di un capitolo di una storia più ampia, sarebbe sbagliato sottostimarene la profonda rilevanza per comprendere il proliferare sempre più accelerato di conflitti bellici a cui stiamo assistendo. A tal proposito può essere utile prendere le distanze dall’immediata attualità e soffermarsi sulle dinamiche strutturali di più lungo periodo attraverso un interessante testo di Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market. In questo modo possiamo mettere a fuoco come il petrolio non sia semplicemente una risorsa energetica tra le altre, ma rappresenti una componente materiale che attraversa l’intero sistema economico mondiale, legando produzione industriale, trasporti, finanza e potere politico. Seguendo il libro di Hanieh possiamo comprendere come il petrolio, con la sua maggiore densità energetica, portabilità e flessibilità chimica, si sia affermato quale substrato energetico ideale per alimentare l’accumulazione senza fine del capitalismo. La sua centralità emerge se non ci limitiamo a considerare le operazioni di ricerca e estrazione del greggio (le attività a monte, upstream), ma rivolgiamo il nostro sguardo anche alla raffinazione, alla distribuzione e all’industria petrolchimica (le attività a valle, downstream). Il petrolio, in breve, è una componente strutturale del sistema industriale non solo come fonte di energia, ma anche come elemento costitutivo di una vastissima gamma di beni prodotti quali materie plastiche, fibre sintetiche, fertilizzanti, gomma ecc.

L’oro nero si afferma come perno del sistema capitalistico nell’ambito di un ordine coloniale in cui le potenze europee controllano le principali riserve, in Medio Oriente come in America Latina. Le concessioni petrolifere riflettono una divisione internazionale del lavoro che assegna ai paesi produttori il ruolo di fornitori di materie prime, mentre il valore aggiunto si concentra nei centri industriali. Questa gerarchia globale sopravvive anche dopo la conquista dell’indipendenza da parte dei paesi produttori del Medio Oriente e il parziale riequilibrio dei rapporti di forza conseguito attraverso la creazione dell’OPEC negli anni Settanta.
Nel dopoguerra il petrolio soppianta il carbone come prima fonte energetica in Europa, passaggio già avvenuto negli USA prima del secondo conflitto mondiale, diventando la base energetica per la diffusione dell’automobile, la crescita urbana e l’industrializzazione di massa. Questo ordine globale si basa su un sistema di alleanze degli Stati Uniti con i paesi produttori del Medio Oriente e, in particolare dopo il 1967, con Israele. Lo stato sionista, durante la Guerra dei sei giorni contro Egitto, Siria e Giordania, dimostra la sua utilità nello sconfiggere il nazionalismo arabo, impegnato a trasformare il petrolio nella risorsa per lo sviluppo dei Paesi produttori, sottraendo una parte consistente dei suoi proventi alle imprese occidentali. Circostanza che spiega, tra l’altro, la predilezione statunitense nello stringere legami strategici con sistemi autocratici e reazionari, meno inclini a soddisfare le rivendicazioni delle rispettive popolazioni e dunque poco propensi a sfidare, almeno in quella fase, il controllo occidentale sulle proprie risorse.
Questo controllo ha anche un altra importante conseguenza per il capitalismo globale: l’oro nero rappresenta uno dei pilastri dell’ordine finanziario internazionale grazie al suo legame con il dollaro, soprattutto a partire dagli anni Settanta con la fine del sistema di Bretton Woods e con la crescita dei prezzi del greggio successivo agli shock petroliferi. I paesi produttori, infatti, vendono il greggio in moneta statunitense e reinvestono i suoi proventi nei mercati finanziari occidentali, in particolare negli USA. Questo meccanismo rafforza il ruolo del dollaro come moneta mondiale e consente agli Stati Uniti di finanziare, ancora oggi, il proprio disavanzo e mantenere una posizione dominante nell’economia globale. 

A partire dagli anni Duemila, ed è qui che volevamo arrivare, questo sistema entra in una fase di profonda trasformazione che si può schematizzare attraverso due processi di portata storica. In primo luogo, si assiste nei paesi produttori alla crescita delle società petrolifere nazionali a controllo statale (National Oil Companies) che si sviluppano come enormi e diversificate corporation con l’integrazione delle attività a monte e a valle sul modello delle imprese americane ed europee, superando le major private nord-occidentali quanto a produzione e riserve di petrolio, capitalizzazione di mercato e quantità di esportazioni.
Per avere un’idea delle proporzioni di questo fenomeno, prendiamo come esempio Saudi Aramco, il colosso nazionale dell’Arabia Saudita. Nel 2019 ha realizzato la più grande Offerta Pubblica Iniziale di azioni al pubblico (IPO) mai vista fino ad allora (primato superato solo quest’anno da SpaceX di Musk) e nel 2022 ha conseguito il più elevato profitto mai registrato a livello globale da un’azienda, in qualsiasi settore. Analogamente, aziende come l’emiratina ADNOC, la qatariota QatarEnergy, la russa Rosneft e anche le cinesi CNPC e Sinopec svolgono un ruolo centrale sia come attori di mercato sia come strumenti di politica economica e geopolitica dei rispettivi Stati. I colossi petroliferi occidentali, invece, sono sempre più controllati da banche d’investimento, fondi di private equity e società di gestione patrimoniale, tra cui un ruolo fondamentale è riservato alle onnipresenti Big Three (Blackrock, Vanguard e State Street).
Venendo al secondo aspetto della trasformazione sopra richiamata, si deve registrare un cambiamento radicale nella geografia della domanda energetica. La maggior parte delle esportazioni di petrolio greggio e raffinato da USA, Canada e Messico si dirige verso il blocco nord americano, per lo più controllato dalle major occidentali. Per quanto riguarda il Medio Oriente, invece, il suo petrolio fluisce sempre più verso l’Asia a differenza di quanto accadeva nel secondo dopoguerra quando si dirigeva principalmente verso l’Europa occidentale. La Cina è la principale protagonista di questa trasformazione. Nel 2000 rappresentava solo il 6% della domanda mondiale di petrolio, ma dopo circa vent’anni consumava il 14% del greggio a livello globale, seconda solo agli Stati Uniti. Allo stesso tempo l’Asia nel suo complesso consumava quasi un terzo del petrolio mondiale, più di Europa, Russia, Africa, Centro e Sud America messe insieme. L’India segue una traiettoria simile a quella cinese, con una domanda in crescita rapida che la rende uno dei principali poli energetici globali. Anche la Russia, soprattutto dopo il 2022, ha ridirezionato una parte significativa delle sue esportazioni di petrolio proprio verso Cina e India, offrendo prezzi scontati e rafforzando ulteriormente l’asse energetico eurasiatico. 

Questo spostamento si riflette nel rafforzamento di rapporti economici bilaterali tra stati mediorientali e asiatici. L’Arabia Saudita ha consolidato la Cina come suo principale cliente, mentre investe direttamente in raffinerie e impianti petrolchimici del Paese. Allargando lo sguardo, tra il 2012 e il 2021, circa la metà degli investimenti provenienti da paesi non asiatici e indirizzati verso asset petroliferi della stessa Asia proveniva dagli Stati del Golfo. Non solo Cina, dunque, ma anche Corea del Sud, Singapore, Malesia e Giappone: sono questi i Paesi in cui le imprese del Golfo Persico (utilizzando materie prime provenienti dallo stesso Golfo) producono prodotti petroliferi raffinati e sostanze chimiche di base che vengono poi commercializzati in Asia. L’ex Impero celeste, da parte sua, ha indirizzato crescenti risorse finanziarie verso il Medio Oriente: tra il 2017 e il 2021 il 30% dei suoi investimenti legati al petrolio sono andati in questa regione (erano circa il 6% nel quinquennio precedente), una quota superiore rispetto a qualsiasi altra area del mondo.
Questa trasformazione riguarda in realtà l’intera organizzazione del sistema produttivo globale. La Cina e l’Asia nel suo complesso non sono soltanto grandi consumatori di energia, ma anche il centro dell’industria manifatturiera mondiale, compresa la produzione petrolchimica, attività in cui hanno superato USA e Europa. Tra il 1992 e il 2022, infatti, la capacità di raffinazione del petrolio asiatica è cresciuta fino al 29% del totale mondiale. In questo settore l’unica altra regione che aumenta la sua quota globale è il Medio Oriente che dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ha più che raddoppiato la sua capacità di raffinazione, arrivata fino all’11% del totale.
È inoltre da notare il fatto che i principali attori nel settore della raffinazione dalla fine del secolo scorso sono rimasti più o meno gli stessi, mentre sono cambiate le posizioni relative: quindici imprese detengono circa la metà della capacità produttiva mondiale (era circa il 40% a fine secolo scorso) e tra queste il primo, il secondo e il quarto posto sono oggi appannaggio di sauditi o cinesi (Saudi Aramco, CNCP e Sinopec), mentre nel 1999 i tre più grandi produttori erano tutti occidentali (Royal Dutch Shell, Exxon e BP Amoco). Più in generale, circa la metà della capacità di raffinazione tra le prime quindici oil company è attualmente detenuta da imprese petrolifere nazionali, contro il 37% del 1999. Ma il controllo statale degli idrocarburi, è bene sottolinearlo, non è in contraddizione con la crescita del capitale privato in questo settore e in quelli collegati perché proprio attraverso le partnership con le società petrolifere pubbliche molti conglomerati aziendali nazionali si sono potuti espandere in Asia, Medio Oriente e Russia. 
Tutte le trasformazioni che abbiamo brevemente descritto hanno anche rilevanti  conseguenze sul mercato monetario e finanziario internazionale. Nel 2018 la Shanghai International Energy Exchange, la borsa merci cinese con focus su prodotti energetici e materie prime, lancia un contratto futures sul petrolio con l’obiettivo di farlo diventare benchmark di riferimento per il prezzo dell’oro nero nella regione Asia-Pacifico. Poiché si tratta di un contratto denominato in renminbi, la moneta cinese, esso rappresenta una potenziale minaccia per l’egemonia internazionale del dollaro. Per quanto il commercio denominato in renminbi sia cresciuto da allora, il dollaro continua ad essere di gran lunga la moneta di riferimento per il petrolio, così come per il commercio transfrontaliero in generale (per non parlare del suo ruolo ancora preponderante come valuta di riserva mondiale). Ciò non di meno la minaccia per il “privilegio esorbitante” della moneta statunitense sul mercato mondiale rimane, almeno in prospettiva, anche alla luce della situazione debitoria degli USA sempre più problematica.

Per riassumere il testo di Hanieh, la produzione di merci a livello globale, incluso molto di ciò che viene alla fine consumato in Europa e negli Stati Uniti, fa perno oramai sull’asse del capitalismo fossile che connette i giacimenti petroliferi, le raffinerie e le fabbriche tra Medio Oriente e dell’Asia. Torniamo dunque all’attualità, tenendo conto della cornice concettuale dell’autore per inquadrare la guerra contro l’Iran nell’ambito del più ampio scontro tra Stati Uniti e Cina. Il petrolio è al centro di questo conflitto, anche se la principale materia del contendere non riguarda le necessità di approvvigionamento degli USA che, anche grazie allo shale oil, sono diventati il primo produttore e uno dei più principali esportatori di petrolio a livello mondiale. La vera questione sta nell’interesse degli Stati Uniti a riprendere il controllo della risorsa attraverso cui si organizza il sistema globale per avere la capacità di condizionare lo sviluppo del Paese che viene considerato apertamente come la principale sfida sistemica all’ordine internazionale da loro guidato. Un controllo che significherebbe anche consolidare il rapporto tra oro nero e dollaro.
Se questo è il quadro, l’attacco all’Iran, per quanto progettato e gestito in modo sconsiderato, ha una sua logica che non può essere ridotta al capriccio di un presidente folle e ricattabile (anche se folle e ricattabile lo è davvero). L’Iran rappresenta un nodo strategico sia per le sue risorse sia per la sua posizione geografica. Il suo legame strategico con la  Cina ne rafforza il ruolo all’interno di un possibile blocco energetico alternativo. Lo scontro con gli Stati Uniti, dunque, riflette il tentativo di impedire che si consolidi un’integrazione tra Medio Oriente e Asia capace di sfuggire al controllo occidentale. Già ne La grande scacchiera del 1997, Zbigniew Brzezinski  avvertiva che  lo scenario più pericoloso, per quanto ritenuto allora improbabile, sarebbe stato quello di una coalizione anti-egemonica composta da Cina e Russia, con la possibile aggiunta dell’Iran, unificata non da una comune ideologia, ma da rivendicazioni complementari.
Insomma, se è pur vero che Netanyahu ha trascinato Trump in guerra facendolo fesso con la promessa di una facile vittoria, rimane il fatto che le ragioni di fondo di questo conflitto non le ha certo inventate il premier israeliano. Anche perché i Paesi del Golfo, come si può arguire dal testo Hanieh, stanno oramai sviluppando propri interessi economici e geopolitici tali da renderli per gli Stati Uniti degli alleati non completamente affidabili. Quello che è certo è che la guerra ha dimostrato come la rete di basi militari americane, invece di essere uno scudo protettivo, rappresenti un pericolo per i Paesi del Golfo. L’unico rapporto nel Medio Oriente che appare al momento irrinunciabile per gli USA, per quanto anch’esso si sia mostrato oramai problematico, è quello con Israele, uno Stato che considera come minaccia esistenziale il consolidamento di qualsiasi potenza regionale: oggi l’Iran, domani la Turchia e dopodomani chissà. Anche nella scelta degli amici più fidati si confermano le pulsioni belliciste e suprematiste degli USA, sintomi di una crisi destinata a proseguire e, probabilmente, ad approfondirsi. Folle o meno che sia il suo prossimo sovrano.