di Walter Catalano

Leopoldo Santovincenzo, Invito a pranzo con pistola. Storia dimenticata del primo sequestro politico nell’Italia degli anni ’60, Solferino, pp. 350, 20,50 €.

C’è un paradosso sottile nel titolo di questo libro: Invito a pranzo con pistola suona quasi come una commedia di costume, un I soliti ignoti riveduto in chiave noir, e invece custodisce una delle storie più serie, moralmente limpide e politicamente rilevanti che l’Italia del dopoguerra abbia prodotto prima che il decennio successivo trasformasse ogni gesto di protesta in qualcosa di irreversibilmente sanguinoso. Leopoldo Santovincenzo sceglie il tono giusto fin dal titolo, preso dichiaratamente in prestito da un articolo in proposito del 1977: un titolo che sintetizza esattamente ciò che accadde il 28 settembre 1962 a Milano, quando un membro del gruppo di giovani anarchici e socialisti rivoluzionari telefonò al viceconsole spagnolo Isu Elías – l’ambasciatore stava a Roma e i giovanissimi cospiratori non avevano fondi per la trasferta; il console in carica era assente, dunque non restava che accontentarsi del viceconsole, l’unica autorità della Spagna franchista rintracciabile in quei giorni a Milano –  spacciandosi per il segretario del vicesindaco democristiano Luigi Meda, per invitarlo a gustare l’ossobuco e il risotto giallo della Taverna della Giarrettiera in Galleria. L’invito era finto, il pranzo non ci fu mai, ma la pistola — due pistole, per l’esattezza, per quanto mai mostrate alla vittima e da questa stessa messe in dubbio al processo: “sentivo qualcosa di duro ma non posso dire fossero pistole” — era reale quanto le manette con cui, poche settimane dopo, i protagonisti di questa vicenda sarebbero comparsi davanti al tribunale di Varese.

Santovincenzo –  in quota Rai, ideatore e autore da decenni del miglior programma sulla narrativa e il cinema di genere, Wonderland – pubblicista e scrittore in proprio che si definisce modestamente nel libro uno “svuotacantine” non un ricercatore, uno che persegue le sue ossessioni e le sue memorie infantili rimestando fra vecchie pubblicazioni polverose e dimenticate: già autore di un saggio sui gloriosi sceneggiati fantastici Rai degli anni ’60 – Fantasceneggiati. Sci-fi e giallo magico nelle produzioni RAI (1954-1987), Elara 2016; e di un romanzo-memoriale, La balena di piazza Savoia. L’immaginario che avevamo in dote, Exòrma, 2017, in cui ricostruisce i percorsi tortuosi, assolutamente reali seppur trascesi a vero e proprio mito, della balena imbalsamata itinerante che ha infestato i sogni o i ricordi (difficile talvolta distinguere) di tutti i baby boomers, me compreso, ad averla incrociata da bambini. Qui, di nuovo inseguendo una storia e un’ossessione, ricostruisce con scrupolo e con evidente passione civile un episodio che la storiografia italiana ha sistematicamente lasciato ai margini, confinato nelle memorie militanti del movimento anarchico e in qualche articolo sparso, senza mai ricevere lo spazio e la riflessione che meriterebbe. Eppure si tratta — come il sottotitolo dichiara senza reticenze — del primo sequestro politico nell’Italia moderna, un atto che precede di oltre un decennio le spirali di violenza degli anni Settanta e che, proprio per questa ragione, offre uno specchio utilissimo per misurare la distanza abissale tra due modi di concepire l’azione politica radicale: quello dei ventenni del 1962, animati da un’etica della responsabilità e da una quasi paradossale fiducia nel potere della parola pubblica, e quello che verrà dopo, quando la politica si trasformerà in guerra, una guerra che non risparmierà nessuno.

La vicenda, nei suoi contorni essenziali, è questa. Il 28 settembre 1962 un gruppo formato da quattro anarchici — Amedeo Bertolo, Luigi Gerli, Gianfranco Pedron e Aimone Fornaciari — da un “comunista rivoluzionario”, come si definisce Vittorio De Tassis e da tre più o meno convinti socialisti rivoluzionari – Alberto Tomiolo, Giorgio Bertani e Giambattista Novello-Paglianti – rapisce a Milano il viceconsole spagnolo Isu Elias. Lo scopo non è il denaro, non è la rivoluzione, non è nemmeno — almeno nella concezione degli organizzatori — la vendetta politica. Lo scopo è salvare una vita: quella di Jorge Conill Valls, giovane anarchico catalano condannato a morte dal tribunale militare franchista per aver partecipato ad alcuni attentati dimostrativi a Barcellona, uno dei quali nella sede della Falange, un altro in quella dell’Opus Dei. Era previsto che il viceconsole, senza che gli venisse torto un capello, fosse consegnato a un gruppo di anarchici spagnoli, affinché questi lo rilasciassero in libertà a Ginevra, nella sede della Lega dei Diritti Umani. Il piano aveva una sua logica da romanzo d’avventura, con twist narrativi quasi da film, e Santovincenzo li restituisce con una scrittura che sa essere insieme precisa e avvincente, senza cedere alla tentazione della novelization gratuita.

Il cuore del libro non sta però nella meccanica del sequestro — pur descritta con dovizia di particolari gustosi: dall’auto a noleggio, una Giulietta bianca presa a Verona per trentunomila lire senza che nessuno dei cospiratori avesse la patente, tanto da dover coinvolgere un amico neopatentato nel complotto e far dire poi al rapito al processo “non avevo paura dei rapitori, gentilissimi, avevo paura del modo come guidava l’autista”; alla sgangherata casupola di vacanza montana familiare a Cugliate Fabiasco, paesino di 178 anime in provincia di Varese a cinque chilometri dalla frontiera svizzera — ma nel contesto in cui quella scelta azzardata emerge. Santovincenzo è acuto nel non separare il gesto dalla sua matrice: racconta come Amedeo Bertolo, ancora ventunenne, avesse già compiuto una missione clandestina in Spagna in sella al suo “galletto”, con un ciclostile mascherato da cassetta da pittore, per distribuire materiale di propaganda ai gruppi libertari spagnoli, e come quella rete di solidarietà internazionale — concreta, rischiosa, fondata su rapporti umani diretti — fosse la premessa morale dell’azione successiva. Non si sequestra un viceconsole per capriccio o per ideologia astratta: lo si fa perché si conosce di persona l’uomo che sta per essere fucilato o garrotato, perché si è dormito nelle case dei suoi compagni, perché l’antifascismo non è una parola ma un legame di carne e sangue attraverso i confini territoriali e linguistici.

La ricostruzione storica è uno dei punti di forza del libro. Santovincenzo inquadra la vicenda nell’Italia del 1962, un paese in piena trasformazione economica, alle soglie del centrosinistra, ma ancora percorso da tensioni profonde. Eravamo allora ben lontani da quel che verrà dagli anni Settanta in avanti: né gli anarchici né i socialisti erano davvero terroristi, né avevano mai avuto alcuna intenzione di sfiorare con un dito il loro “prigioniero”. E in effetti il viceconsole Elías — cinquantacinquenne di origine bulgara, con un passato non del tutto limpido, secondo alcuni qualche connivenza nella fuga dei Petacci in Spagna, ma sostanzialmente una brava persona — viene trattato con una cura quasi commovente: bendato con occhiali da sole incerottati, certo, ma rassicurato, confortato da ogni possibile spiegazione e persino intrattenuto dal suo guardiano durante la breve detenzione. Al processo testimonierà con sincerità di non aver corso alcun pericolo reale. È un dettaglio che Santovincenzo non lascia cadere, perché dice molto sull’etica di questi militanti: c’era una linea precisa che non intendevano attraversare.

Ma il libro non è solo cronaca: è anche storia delle idee, o meglio storia dei corpi in cui le idee si incarnano. Uno dei passaggi più riusciti è la descrizione del gruppo nella sua eterogeneità: metà milanesi anarchici e metà socialisti rivoluzionari scaligeri, una eterogeneità ideologica che Bertolo giustificherà con ragioni logistiche e che sarà alla base di una diffidenza reciproca e una memoria non condivisa del gesto. Questo dettaglio è prezioso perché smaschera la mitologia dell’azione politica come momento di fusione fraterna: in realtà il sequestro di Isu Elías è anche una storia di tensioni interne, di sospetti, di gelosie militanti. I socialisti veronesi e gli anarchici milanesi non parlano sempre la stessa lingua, e quando i rapporti di Tomiolo con un giornalista di “Stasera” vengono considerati dagli anarchici una trama alle loro spalle, decidono di liberare immediatamente il viceconsole consegnandolo a un giornalista de “Il Giorno”, lo scoop finisce però per essere bruciato dal collega di un settimanale scandalistico che aveva ricevuto una soffiata: un piccolo vaudeville involontario che Santovincenzo descrive con il giusto tocco di ironia.

Il processo di Varese — che si apre il 13 novembre 1962 — è un altro momento in cui la ricostruzione dell’autore si fa particolarmente densa e illuminante. Il pubblico ministero – con una moderazione impensabile oggi – chiese pene che si aggiravano al massimo sull’anno di reclusione, ulteriormente ridotte dal tribunale, con il riconoscimento dell’attenuante di aver agito per motivi di alto valore morale e sociale: il centro sinistra è alle porte, la DC vuole fare bella figura coi futuri alleati di governo. Ma il momento più teatrale — e più simbolicamente potente — è quello dell’ingresso di Amedeo Bertolo, l’unico imputato ancora latitante, nell’aula. Fuggito in Francia dopo il sequestro, aveva annunciato che si sarebbe consegnato spontaneamente. Il palazzo di giustizia era strettamente vigilato dai carabinieri, ma il fuggitivo riuscì ad arrivare sino alla stessa sala d’udienza, facendosi passare per l’aiutante dell’avvocato. Quando si identificò di fronte al tribunale, scoppiò uno scandalo enorme. È una scena da romanzo picaresco, e Santovincenzo ha la saggezza di non drammatizzarla troppo: lascia che parli da sola, con la sua carica mista di beffa e di serietà.

Ma l’esito più importante di tutta la vicenda non è processuale: è diplomatico, e politico nel senso più alto. Il sequestro ebbe il merito di dar avvio alla diplomazia sotterranea. Il 5 ottobre 1962, il Supremo Tribunale Militare  confermò la sentenza della Corte marziale di Barcellona – l’intercessione del cardinale Montini, futuro Papa Paolo VI, sarebbe arrivata poco dopo – e la minacciata pena di morte fu commutata in trent’anni di carcere. Nessun ministro degli Esteri, nessuna ambasceria, nessun organismo internazionale era riuscito a ottenere quello che otto ventenni con due pistole, una Giulietta bianca a noleggio e un ciclostile su un galletto avevano ottenuto in quattro giorni di sequestro. L’editoria, la stampa di mezzo mondo, l’opinione pubblica internazionale avevano fatto il resto: i comunicati diffusi da Parigi raggiunsero le agenzie, i giornali pubblicarono tutto, il franchismo si trovò sotto una luce che certo non gradiva. È una lezione sull’efficacia della comunicazione come arma politica che Santovincenzo sottolinea con intelligenza, senza trionfalismi ma senza neanche sminuire la sua importanza.

Un aspetto che il libro affronta con particolare acutezza è la questione della memoria divisa. Come spesso accade nella storia italiana, questo episodio non ha una narrazione univoca: gli anarchici lo rivendicano come proprio, i socialisti veronesi lo ricordano diversamente, e la storiografia mainstream lo ha per decenni semplicemente ignorato. Quello di Isu Elias è stato il primo sequestro politico dell’epoca moderna, seguito — nel 1966 — da quello del diplomatico spagnolo monsignor Ussia, sempre per opera di un gruppo anarchico, e quindi dalla miriade di sequestri effettuati in ogni parte del mondo nel decennio successivo. Eppure nella memoria collettiva italiana il termine “sequestro politico” evoca quasi automaticamente il 1978, il caso Moro, le Brigate Rosse. Tutto ciò che viene prima sembra non contare, o conta troppo poco. Santovincenzo compie un atto di giustizia storiografica restituendo a questa vicenda la sua priorità cronologica e la sua specificità etica: il sequestro del 1962 non è la preistoria del terrorismo, è un’altra cosa interamente.

Come in una sorta di Anarchist Graffiti, Santovincenzo ricostruisce anche le notizie sul destino successivo di tutti i protagonisti: fra questi Amedeo Bertolo, che diventerà uno degli intellettuali anarchici più importanti del secondo Novecento italiano, fondatore nel 1971 di “A rivista anarchica”, nel 1976 del Centro Studi Libertari/Archivio Pinelli e nel 1986 della casa editrice Elèuthera — una biografia che trasforma retroattivamente il sequestro del 1962 nel primo atto di una lunga e coerente storia di militanza culturale.

Il libro raggiunge perfettamente il suo scopo: portare alla luce una storia che rischiava di sparire del tutto, consegnarla ai lettori con rispetto e rigore, mostrare che nell’Italia degli anni Sessanta — prima della strategia della tensione, prima di piazza Fontana, prima dell’assassinio del povero Pino Pinelli e la criminalizzazione di Pietro Valpreda (che già compaiono come figuranti nella storia raccontata), prima del “terrorismo rosso” — c’erano giovani capaci di rischiare la propria libertà per salvare la vita di un amico in un paese straniero oppresso dalla dittatura, e di farlo con una pistola nascosta e la coscienza pulita.

Invito a pranzo con pistola è un libro da leggere: non come curiosità storica, non come documento militante, ma come contributo a quella memoria collettiva senza la quale nessun presente riesce davvero a capire sè stesso.