di Mauro Baldrati
La legge di Lidia Poët, terza stagione
Accade, è accaduto, inutile abbandonarsi a rimpianti o ardere nella rabbia. La letteratura forse sarebbe ancora attiva, creativa, ma l’editoria, per conto dei lettori, ha deciso altrimenti. Dagli studi di settore arrivano i dati disarmanti di una caduta a picco delle vendite. Si legge sempre meno, e la causa non è solo l’avvento delle piattaforme cinematografiche, oltre alla dipendenza dai social, la scrittura povera del web e così via. Questi sono sintomi. Ma la malattia è strutturale, e a quanto pare incurabile. La vita che continua a complicarsi lascia sempre meno tempo a disposizione. E i soldi. Il potere d’acquisto è in continuo calo, col rischio di un impoverimento di enormi masse di popolazione, con le loro risorse cannibalizzate dalle oligarchie che scatenano guerre per cercare di rinverdire un poco la stremata crescita. Quando la civiltà sprofonda leggere diventa faticoso. Medium man quando vede il libro sul comodino viene assalito da una stanchezza greve. Si sente pesante, la mente affaticata. Perché il libro lo obbliga a essere attivo, a interagire col racconto, a usare l’intuito, a rivivere certe storie. Una volta partiti, limata la ruggine iniziale, il lavoro a due autore-lettore fila a meraviglia, e allora si procede con scioltezza e quanta apertura mentale dà quel meccanismo sofisticato che è la capacità di uscire dal blocco e sentire se stessi scivolare sui i misteri, la creazione di una storia, un mondo popolato da angeli e demoni.
Ma l’inizio, quanto è duro e scoraggiante. Quanto è respingente. E siamo stanchi.
Invece le serie sono per la passività. Ci si abbandona alle serie. Non dobbiamo camminare con le nostre gambe, le seguiamo dal nostro rizoma. E loro ci guidano. I personaggi non dobbiamo vederli, sono già lì, davanti a i nostri occhi. Li ascoltiamo con le nostre orecchie. E la storia ci prende per mano, ci pensa il finale a svelare i misteri che abbiamo seguito in stato di riposo.
Per cui partiamo. E’ arrivato il fine settimana finalmente. Abbiamo tempo. Quindi sistemiamoci sul divano, espletiamo i doveri più urgenti, abbassiamo le luci, stappiamo una birra, dotiamoci di snack e spariamoci senza stacchi la terza stagione de La legge di Lidia Poët (su Netflix).
Della prima e seconda stagione abbiamo già parlato su Carmilla qui. Se la seconda perdeva, rispetto alla prima, tensione politica in virtù di un plot più classico da giallo, in questa terza la procedura è diventata procedimento. Le storie laterali e conflittuali dei personaggi portanti si sono consolidate. Il coraggioso giornalista combattente (il bravo Edoardo Scarpetta) si è sistemato, ora dirige Il Martello, un giornale di tendenza socialista. Non deve più combattere col coltello tra i denti per far passare un articolo scomodo. E l’amore latente per Lidia Poët si è risolto. Almeno sembra. Ora è felicemente innamorato di una focosa cantate spagnola. Con sofferenza di Lidia, che si macera in una contraddittoria gelosia. Infatti l’altro innamorato, l’incorruttibile procuratore baffuto, anche lui salito di ruolo come pubblico ministero, è diventato il suo amante, anche se clandestino. Infatti si vedono di nascosto, per non creare scandalo. Ma lei soffre assistendo a certe effusioni tra il giornalista e la sua cantante spagnola. Da donna libera si permette l’insicurezza delle emozioni, e la tentazione, elemento scandaloso in quel mondo paralizzato di uomini anziani arcigni e ottusi.
L’impianto giallo è interessante, c’è un caso portante – un omicidio – che passa attraverso tutti gli episodi, che ne contengono altri che invece si risolvono abbastanza velocemente. Lidia procede con la sua libertà mentale, senza cercare soluzioni comode e sbrigative, tipiche dei capi che cercano il colpevole facile. Il fratello intanto è diventato parlamentare e lei, non potendo esercitare l’avvocatura in quanto donna, agisce guidandolo, talvolta strumentalizzandolo, superando le sue resistenze, che ora sono molto più deboli rispetto alla continua schermaglia della prima, e della seconda già più morbida stagione. L’aspetto politico, la battaglia contro i pregiudizi dell’epoca e dei tromboni che detengono il potere prosegue, anche se con spazi più ridotti rispetto alla prima e la seconda stagione. E’ calma, evita i colpi di testa o le forme di opposizione frontale che non porterebbero altro che aggravamenti della situazione. Lidia non è una riformista, resta una rivoluzionaria, ma consapevole che i margini di manovra sono limitati negli spazi di un potere marmoreo che non ammette libertà alcuna. Quando uno dei caporioni ingessati nel loro povero spazio mentale esce con una delle solite battute sullo stereotipo femminile, Lidia risponde con un sorriso di commiserazione, mentre continua per la sua strada.
Senza il personaggio magnetico di Matilde de Angelis resterebbe un prodotto medio, con costumi magnifici e ambienti aristocratici un po’ troppo curati e quindi poco vissuti, artificiosi. Fino all’ultimo episodio. Parte in progressione, poi va in accelerazione, le carte si sparigliano, vira verso un romanticismo epico e si conclude in un finale che ci lascia soddisfatti e persino un po’ emozionati. Insomma, anche per questa catarsi finale resta una serie che scorre, non annoia, un piacere per gli occhi con quelle vestaglie che evocano le superbe
Fortuny dei salotti proustiani del Faubourg. Sono cinque ore di passività spese bene.
A questo punto Medium man si alza dal divano, con le membra intorpidite, e anche la mente, cercando di capire se è cosa è rimasto da quella maratona visiva. Si stira, si rimette in movimento. Passa accanto al comodino. Vede il libro. Ma che stanchezza, che testa pesante.
Ma che problema c’è? Un’altra serie è già pronta sui blocchi di partenza.



