di Sandro Moiso
Marco Caccamo, La ragazza del parco Solari. 1969 indagine a Milano, Agenzia X, Milano 2025, pp. 154, 14 euro.
I romanzi di Marco Caccamo, di cui quello appena uscito per Agenzia X costituisce il secondo esemplare, potrebbero rappresentare una boccata d’aria per il “giallo” italiano. Più vicini a quelli di Georges Simenon, che vedevano protagonista il commissario Maigret, che a quelli della scuola hard boiled americana, non si ammantano della cupezza del noir o della violenza del polar che proprio in Francia avevano costituito l’assimilazione in chiave europea delle storie precedentemente narrate da Dashiell Hammett e Raymond Chandler.
Al massimo, si potrebbero vedere riflesse nelle pagine di cui è protagonista il commissario Nicola Russo le influenze di quelli raccolti da Léo Malet nei suoi Nuovi misteri di Parigi, pubblicati in Francia tra il 1949 e il 1959 e ambientati meticolosamente nei vari arrondissement parigini in cui si svolgono di volta in volta le indagini del detective privato Nestor Burma. Sedici romanzi tutti pubblicati in Italia da Fazi editore tra il 2002 e il 2020 dopo essere stati proposti precedentemente, ma soltanto in qualche caso, nella collana «Il Giallo Mondadori».
E l’uso dell’aggettivo giallo, già utilizzata in apertura, riassume in sé una narrazione di carattere “popolare” che non deve contenere per forza figure, oggi fin troppo di moda, di agenti e investigatori prossimi all’alcolismo, abituati alla corruzione di cui spesso costituiscono un elemento oppure travagliati da complesse storie di traumi infantili o drammi famigliari.
Il commissario Russo, “terrone” in forza alla polizia di Milano, prossimo ai quarant’anni di età, ha sì qualche problema con Alessia, la donna più giovane con cui convive, ma non passa le serate libere ad affogare i suoi ricordi di un matrimonio fallito nell’alcol e nel blues oppure tra le braccia accoglienti di una prostituta. No, qui siamo lontani dall’ormai abituale e scontato repertorio di investigatori, detective, agenti “perduti” che, dopo essere apparsi, costituendone una novità, nei romanzi di James Ellroy e di numerosi altri autori americani e francesi, hanno cominciato ad inondare le serie televisive, i film e le pagine di troppi altri romanzi.
Con il risultato di aggiungere inutili complicazioni alle vicende narrate, che troppo spesso, senza saper raggiungere i vertici dell’autentico dramma psicologico, hanno contribuito soltanto ad aumentare di un numero spropositato le pagine dei romanzi stessi oppure ad allungare sine die serie televisive che, per essere veramente efficaci, avrebbero dovuto usufruire al contrario di abbondanti tagli e più sintetiche trattazioni fin dalla loro prima sceneggiatura.
Questo fenomeno ha contribuito a tradire lo spirito originario della letteratura di genere, cercando forzatamente di ammantarla di un valore letterario che non può essere certo la lunghezza della sue trame a giustificare. Un’autentica crescita tumorale di dettagli (spesso inutili), violenza gratuita e scene di sesso, contornati da altrettante descrizioni minuziose di ambienti e sentimenti (troppo spesso farlocchi), che ha fatto perdere al “poliziesco” la funzione di coinvolgimento e allo stesso tempo divertimento che quasi sempre dovrebbe caratterizzare la letteratura di genere.
Attenzione però, qui non si intende affatto disarmare la paraletteratura di quella funzione critica dell’esistente che in molte occasioni ha saputo manifestare meglio di quella ritenuta “alta” o degna dei premi della critica, soprattutto italiana. Piuttosto l’intento è quello di tornare a rivendicare una funzione “liberatoria” della stessa, che non deve però afflosciarsi sugli allori della definizione del noir e del poliziesco come nuova forma di romanzo sociale, sostitutivo del realismo di un tempo ormai trascorso, su cui si è ricamato fin troppo.
Marco Caccamo ci riporta, con sguardo sornione, alle 150 pagine del romanzo popolare che non abbisogna di troppi ingorghi narrativi per giungere al suo obiettivo. Contribuendo così, in un sol colpo, anche se c’è da sperare che ce ne siano ancora altri in futuro, a rendere più rapida e piacevole la lettura e a salvaguardare le foreste dalla distruzione in vista di un’iper-produzione di cellulosa destinata ad una industria editoriale dedita a distruggere, allo stesso tempo, risorse naturali e pazienza dei lettori attraverso la pubblicazione di romanzi monumentali oppure soltanto troppo lunghi.
L’autore, oltre che storico libraio e custode della cultura antagonista all’interno della Libreria Calusca City Light, è anche cultore della storia popolare milanese. Motivo per cui ha scritto diversi volumi sul capoluogo lombardo, tra i quali vanno ricordati: Milano. Le parole del dialetto dimenticate (Colibrì, Milano 2018), 1898 Cannonate a Milano (Colibrì, Milano 1998) e un altro romanzo con protagonista il commissario Nicola Russo: L’orologiaio di porta Genova (Agenzia X, Milano 2019).
Come è facile immaginare, in una storia che ruota intorno al ritrovamento del cadavere di una bella ragazza di buona famiglia nella fontana di un noto parco milanese ambientata nella primavera del 1969, i riferimenti agli eventi “politici” di quel periodo non possono mancare. Così come i riferimenti ai dirigenti delle forze del dis/ordine di quegli anni. Ma anche se questi interferiscono con le vicende e ne costituiscono in qualche modo il vero motore, la ricerca e la denuncia dell’autentico deus ex-machina non contribuisce mai ad aggrovigliare una narrazione che pur si dipana tra le manifestazioni del Movimento Studentesco, gli scontri di via Larga e le prime bombe esplose a Milano proprio in quella primavera.
In fin dei conti, ma con mano leggera, l’autore ci ricorda che era in corso in quel periodo a Milano, ma anche nel resto d’Italia e del mondo, una profonda trasformazione culturale, sociale e politica che coinvolgeva differenti ambienti e aspetti della società. In mezzo ai quali il commissario e i suoi collaboratori più stretti, sia agenti che informatori, devono muoversi con cautela e difficoltà. Anche per la distanza culturale che li separa dai giovani che devono avvicinare e talvolta dalla stessa compagna di vita.
Il nostro commissario che è contento di occuparsi di ladri, assassini, prostitute e truffatori «perché per ognuno di questi casi arriva il momento della verità, mentre per quelli dove c’è di mezzo la politica non si capisce mai chi ha ragione e chi ha torto»1, di certo non è un super-eroe o semplicemente un duro; è soltanto un uomo convinto di poter condurre con onestà il proprio lavoro. Sapendo talvolta, come Maigret, chiudere un occhio su alcuni reati minori o discutere del caso gustando un buon piatto con la sua compagna oppure con il suo collaboratore più fidato.
La delusione, però, è dietro l’angolo in una città che, come si è detto prima, l’autore conosce benissimo e in cui la vecchia malavita locale, detta ligera, sta lasciando il passo ad un’altra più spietata e violenta e dove gli ordini dall’alto decidono il destino delle indagini di polizia e quello di tutti coloro che nelle stesse sono rimasti coinvolti.
M. Caccamo, La ragazza del parco Solari. 1969 indagine a Milano, Agenzia X, Milano 2025, p. 115. ↩



