di Francesca Fiorentin e Paolo Lago

Quella notte, fuggendo in un bosco sulle montagne del Trentino, Helmut non immaginava davvero che avrebbe incontrato una porta. Era la lignea Porta di Vallavena, nominata già in un documento del 1451; nella Carta di Regola di Romeno, Don ed Amblar, scritta in latino nel 1459 e tradotta in italiano nel 1604, si leggeva poi questa frase alquanto perentoria: “niuno ardisca apprir ossia tuor giù la porta di Vallavena…”. Certo, nessuno aveva osato né aprirla né abbatterla, anche perché su di essa circolavano oscure leggende a cui – in quella fine dell’Ottocento in cui Helmut si trovava a fuggire nel bosco – si dava ancora largo credito. La porta era attaccata alla roccia altissima della montagna, a sinistra, e a destra dava su uno strapiombo dove si gettava un ruscello. Il povero malcapitato stava scappando dalle guardie di frontiera poiché il suo mestiere – quello di contrabbandiere di tabacco da pipa con cui regolarmente aveva campato fino ad allora – non era considerato troppo legale. Era una notte particolarmente scura, senza luna, ed Helmut si stava inoltrando nel bosco. Le guardie non dovevano essere troppo lontane, dietro di lui, e sicuramente erano sulle sue tracce. Improvvisamente, il fuggitivo scorse un debole, latteo lucore, all’interno del quale vide distintamente una porta chiusa che gli sbarrava la strada. Si sentì perduto: non c’erano altre vie di passaggio e in breve tempo le guardie lo avrebbero raggiunto. Giunto di fronte alla porta fu colto dalla disperazione ed era ormai deciso a consegnarsi alle guardie. Improvvisamente, però, si accorse che la porta si stava aprendo lentamente quel tanto che bastava a permettergli di passare. Il contrabbandiere ne approfittò subito e, rapidamente, la oltrepassò. Non appena fu dall’altra parte del bosco, la porta si richiuse.

Quando le guardie giunsero di fronte al ligneo ingresso, lo trovarono chiuso e, davvero, non ardirono “apprire o tuor giù la porta”. Se ne tornarono subito indietro, non pensando nemmeno di oltrepassare quella sacra soglia. Per quella volta, rinunciarono ad acciuffare un contrabbandiere, uno dei tanti che si inerpicavano per quelle montagne per poter smerciare pregiati tabacchi che avrebbero rifornito le rivendite del Regno d’Italia. Stanche, insonnolite e affamate, tornarono sui loro passi. E Helmut? Ebbene, avanzava con circospezione e cautela in quella nuova parte di bosco che la misteriosa porta gli aveva dischiuso, un bosco che sembrava diverso da quello che aveva percorso finora. La natura sembrava più incontaminata, nel buio intravedeva alberi e piante più rigogliosi e il sentiero non era segnato dai solchi che lasciano i carri e gli zoccoli dei cavalli. A un certo punto, il povero contrabbandiere si trovò di fronte una gigantesca figura che svettava nell’oscurità; divorato dalla paura, lanciò un urlo e stava per fuggire di nuovo verso la porta quando una voce cavernosa e dolcissima disse queste parole: “Fermati, non avere paura”. Come spinto da una forza superiore, a quel punto Helmut si fermò e si avvicinò lentamente al gigante che teneva nella mano destra un enorme bastone di legno intagliato. “Chiamami pure orco, o uomo selvatico, o Mandricardo, che è il mio nome. Anch’io un tempo ero un fuggitivo come te. Circa centocinquant’anni fa ero un brigante, razziavo i possedimenti dei nobili e dei ricchi sfrontati e superbi che imponevano tasse e gabelle sovrumane e violentavano le donne dei paesi vicini senza pagare alcuna conseguenza. Razziavo, rubavo, saccheggiavo e, dopo aver sperperato una buona parte di quel denaro nel bere e nel mangiare, restituivo alla popolazione quello che gli era stato tolto. Anch’io come te fuggivo di notte dalle guardie, e trovai rifugio dietro la porta. Da allora un incantesimo mi trasformò nel guardiano di questo bosco che apre la sua porta a coloro che sono inseguiti, deboli e in una situazione di minorità e svantaggio. Mi sembra proprio che tu lo sia”. Così terminò il suo discorso Mandricardo ed Helmut non poteva credere alle sue orecchie. Allora disse: “Sono solo nella vita, e stanco di essere un fuggitivo. Se vuoi, potremo vivere insieme. Di cosa ti nutri? Come vedi, sono peloso, ho i canini molto sviluppati, e la luna ha un certo effetto su di me. Odio il consorzio umano e, credo anche tu.”

“E’ davvero un destino che due esseri abnormi siano qui dietro la porta, dove nessun umano entrerebbe” – rispose Mandricardo – “Tutti i giorni mangio radici e frutta ed erba commestibile. Il venerdì sera Saturno mi porta una fame indomabile di sangue, e per non uccidere i miei amici animali, lepri, stambecchi, caprioli, assumo una pozione del frutto dorato Haoma, trovato qui per caso, e prego: ‘Possano le ebbrezze non farmi muovere avanti e indietro come il tremolio di una mucca, dal momento che mi stanno assalendo a loro proprio impulso. A te, Haoma, io consegno questo corpo’. Così rimango immobile finché Saturno non ha percorso il suo giro vicino alla Terra. Mi hanno dipinto come mangiatore di bambini, ma non è così.” “Che somiglianza, il tuo Saturno, con la mia Luna, ogni sera presente, ogni sera mi chiama e le rispondo” – fece Helmut che era un bravo contrabbandiere, abile nel valicare boschi e montagne, rocce e confini, anche in virtù di questa sua sotterranea licantropica natura – “Chiamo il mio branco, volevo dire…la famiglia che non ho. Con i soldi ho sempre pagato pasti alle taverne. Ma dici, potrei vivere anche io di sola natura vegetale? I miei canini grondano del sangue delle bistecche semicrude che prediligo mangiare”.

Cominciò allora un sodalizio fra l’uomo-lupo e l’uomo selvatico all’interno del bosco, passarono gli anni e nessun essere umano varcò mai la porta di Vallavena. La vita dei due era scandita dalla Luna e da Saturno, dal tremolio delle foglie degli alberi mossi dal vento, dai temporali rigeneranti, dal fresco dopo la pioggia, dal freddo degli inverni senza nome e dal caldo dei mezzogiorni estivi. Il frutto dorato Haoma riusciva a sfamare i due esseri, che vivevano in pace ed armonia con gli animali del bosco. Dopo tanti anni, però, nonostante si fosse ormai assuefatto alla sua natura selvaggia, Helmut cominciò a sentire il bisogno di rivedere altri uomini: gli mancavano le sere nelle osterie dei paesi ove osti conniventi gli preparavano montani manicaretti a base di carne e gli offrivano boccali di vino e bicchierini di grappa. Gli mancavano anche, addirittura (lui che non era mai stato un grande amante della compagnia), quelle chiacchierate fatte con qualche avventore, intervallate dal ristoratore fumo di pipe caricate con pizzichi di tabacco forte e aulente sottratto di nascosto dal sacco del contrabbando. Perché il selvaggio e licantropo Helmut, in fin dei conti, nelle fredde serate innevate, apprezzava anche la comodità di una cena al calduccio, vicino al caminetto delle osterie, e di un bel letto morbido.

E fu così che un giorno, allontanandosi da Mandricardo, Helmut aprì la porta ed uscì. Ma cosa vi credete che trovò fuori della porta, quella stessa strada sterrata che percorreva quando era inseguito dalle guardie? Quella parte di bosco intatto e odoroso, pure se fuori dal perimetro incantato delimitato dalla porta di Vallavena? Ebbene, no davvero. Quello che vide fu una strada liscia e perfettamente asfaltata, circondata da palazzi luminescenti che parevano di cristallo, alti anche venti piani, costruiti sulle pendici delle montagne. Avanzò, sperduto, ricoperto dei suoi poveri stracci da montanaro di fine Ottocento, osservato in modo strano dalle molte persone che camminavano per strada. Si sedette su una panchina, al bordo di quella strada solcata anche da veicoli elettrici, finché non incontrò me. E fu proprio a me che lui raccontò questa storia che avete appena letto. Mi disse che proveniva dal bosco dietro la porta di Vallavena; rimase stupito perché, voltandosi, al posto della porta e del bosco, vide l’ingresso del parco pubblico cittadino. D’altra parte, anche io gli dovetti qualche spiegazione. Gli raccontai quindi che adesso ci trovavamo nel 2070 e che per noi, ormai, quella era la realtà. Da una ventina d’anni, infatti, le città a cui un tempo eravamo abituati erano state abbandonate a causa dell’innalzamento delle temperature, dell’inquinamento e dei gas tossici che si respiravano in pianura. Le montagne erano state quasi interamente disboscate per costruire case e palazzi altissimi come quelli che ci circondavano. Le montagne erano ormai gli unici luoghi abitabili, chissà poi per quanto tempo ancora. Comunque gli dissi che anche io avevo sentito parlare della Porta di Vallavena: i miei nonni, Paolo e Francesca, nei primi anni venti del Duemila, venivano qui ogni estate dalle loro città in pianura e amavano passeggiare nel bosco. La porta era ormai un monumento e, al tempo dei miei nonni, stava sempre aperta. Ma non si creda che adesso sia stata distrutta: è stata solo portata nel museo cittadino in modo che tutti la possano vedere.

Per qualche tempo vedevo e incontravo Helmut, che visse per un po’ presso l’ospizio dei poveri. Poi non ne seppi più niente: ai suoi racconti, a Mandricardo, alla Luna e a Saturno, al frutto dorato Haoma, non ho mai creduto più di tanto. Finché un bel giorno non si vide più in città, era sparito nel nulla. Chissà se era tornato nel suo magico bosco, esistente forse in un’altra dimensione, o se aveva affrontato l’ormai invivibile e pericolosa esistenza nelle pianure, fra i ruderi dei vecchi agglomerati urbani, questo non lo seppi mai. Sapevo soltanto che noi, gli abitanti delle nuove città e l’umanità che era sopravvissuta agli sconvolgimenti del clima, stavamo continuando la nostra esistenza quasi disperata fra i nostri alveari di cemento a mille e a duemila metri. Un’esistenza che, di questo passo – pensavo – più di tanto non sarebbe durata.

Solo diverso tempo dopo seppi che Mandricardo, l’orco, il gigante, l’uomo selvatico, era esistito davvero e che, senza il suo compagno, aveva languito di nostalgia sotto un salice, e tuttavia era certo che Helmut sarebbe tornato. In una dolce attesa si addormentò per sempre. Fortunato, a non sapere della nostra morente civiltà.

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