di Alda Teodorani

Avevo sedici anni quando il mio medico, in seguito a una serie di analisi riguardanti la funzionalità renale e che poi si rivelarono errate, mi inviò a fare una visita da un primario ospedaliero.

L’uomo mi fece entrare nel suo studio, chiuse la porta a chiave e mi fece spogliare completamente; quindi, mi si avvicinò e senza dire una parola si chinò e mi baciò il seno. Fu un gesto talmente veloce, decontestualizzante e assurdo da lasciarmi allibita al punto che non ebbi nemmeno la forza di parlare. Poi fui ricoverata, non vidi più quel “professore”, raccontai la cosa al mio medico il quale disse che mi stavo inventando tutto. Stop. Ero troppo piccola per dirlo a qualcun altro ed ero sicura che se lo avessi riferito ai miei avrebbero sostenuto che era colpa mia.

Da allora – e prima di allora, poiché io credo che mia mamma soffrisse di una leggera forma di sindrome di  Münchhausen per procura – ho avuto a che fare con molti medici.

Alcuni furono sprezzanti, come se la malattia fosse una colpa. Altri saccenti e taciturni, quasi che la malattia non mi riguardasse e solo da loro potesse provenire la Verità assoluta. Altri increduli, convinti che i miei sintomi fossero psicosomatici. Altri ancora esibivano sorrisetti beffardi, e con una risatina comunicavano spaventose sentenze o commentavano le mie domande, che di sicuro reputavano irrimediabilmente stupide. Altri erano reticenti, forse perché non ci capivano niente. Ben pochi mi hanno dato un’impressione di onestà. Ancora meno sono stati rassicuranti, o hanno chiesto il mio parere, o mi hanno descritto cosa avevano intenzione di fare sul mio corpo, o mi hanno trattata come una persona e non come una cosa noiosa passata incidentalmente dal loro studio o dal loro reparto.

Un medico, di fatto, è l’autorità. Dispone del tuo corpo e della tua mente, può appropriarsene.  Non puoi intervenire, non puoi obiettare perché ti hanno sempre fatto credere che solo lui sa cosa è bene per te, è il ricatto della salute, che idealmente recita: “Morirai se non fai quello che ti dico io”. E quindi, operazioni chirurgiche, visite, sovradiagnosi, “pezzi di ricambio” non necessari o difettosi, terapie eccessive o dannose, hanno costellato gli scandali ospedalieri. Di fronte a tutto questo, aveva alzato la testa la medicina olistica, la medicina dolce o alternativa, ma mi pare che si sia da tempo assopita, come tante conquiste e consapevolezze duramente raggiunte negli anni Settanta e Ottanta. O che si sia ridotta a “intestino pigro” o a “ansia, insonnia”.

Di recente, sono uscite due serie che mi hanno fatto rivivere tutte queste emozioni negative. Mi hanno riportata su quel lettino o davanti a quei medici: la realtà – la verità – può davvero far male.

The Schrink next door racconta la storia di Marty, piccolo industriale, un uomo timido, che non è in grado di far valere le sue idee, depresso dopo la morte dei genitori e la recente rottura di un legame sentimentale: la sorella Phyllis gli consiglia di rivolgersi a uno psicologo. Le prime visite sono di giovamento ma a poco a poco il “dottor Ike”, il terapeuta, approfitta del legame che si è creato tra lui e Marty per infiltrarsi nella sua vita e manipolarlo, isolandolo dal resto della famiglia e dagli amici, facendogli spendere denaro per una ipotetica fondazione della quale si fa cointestare il conto corrente, installandosi nella casa di Marty dove dà sfarzose feste perché, dice lui, Marty possa stringere importanti relazioni pubbliche e poi autonominandosi terapeuta d’azienda nella fabbrichetta di Marty, che – contrariamente a quanto vorrebbe fargli credere il dottor Ike – è sempre più solo e triste fino ad arrivare al punto in cui il terapeuta è l’unico amico che gli resta.

Potrebbe essere divertente, una sorta di commedia nera, assistere alla lenta devastazione della personalità di un uomo, potrebbe essere divertente se non si sapesse, alla fine, che è tutto vero e che il dottor Ike Herschkopf ha sfruttato Marty Markowitz per ventisette anni, oltre a diversi altri pazienti, approfittando del suo ascendente su di loro.

Questo per quanto riguarda la mente. Per il corpo, invece, ci ha pensato il cosiddetto Dr. Death, nell’omonima miniserie televisiva, a operare una vera e propria carneficina.

Lo show racconta le vicende dei pazienti finiti sul tavolo operatorio di un giovane e brillante neurochirurgo, Christopher Duntsch, mostrando anche i raccapriccianti dettagli delle sue operazioni, in cui ha sezionato il midollo spinale dei suoi pazienti, ha causato emorragie letali usando strumenti inadeguati, ha innescato gravi infezioni lasciando garze all’interno del corpo dei poveri malcapitati che operava, e tutto un vero e proprio campionario di mutilazioni inflitte a colpi di martelli e seghe chirurgiche, e  ha continuato impunemente la sua opera di distruzione per anni, finché non è stato fermato da una condanna all’ergastolo.

Insomma, questa figura di medico macellaio, che si presentava al lavoro in ritardo, dopo notti di bagordi, impasticcato o ubriaco, poteva essere pure divertente, una specie di medical psycho, però è terrificante sapendo che si tratta di una storia vera ed è ancor più terrificante leggere i titoli di coda: “Quello che è successo qui accadrà di nuovo.” E ancora “Un paziente su dieci è stato lesionato durante cure mediche” e “negli Stati Uniti gli errori medici sono la terza causa di morte con una stima che va dalle decine di migliaia ai 440.000 decessi ogni anno”. Se poi volete rincuorarvi potete sempre googlare “Errori medici in Italia”.

 

 

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