di Alessandro Fambrini

Adelphi non è nuova in assoluto alla fantascienza: ricordiamo anni fa (1997) l’inclusione di un classico del genere scaturito dal serbatoio caotico e vitale del pulp, il romanzo Cristalli sognanti di Theodore Sturgeon, uno dei pochi passaggi della patinata casa editrice milanese a un regime proletario. E ancora prima: c’erano state le distopie di Guido Morselli e le fantasmagorie allucinate di Stelio Mattioni e J. Rodolfo Wilcock, la archeofantascienza del Viaggio sotterraneo di Niels Klim di Ludvig Holberg, la protofantascienza de La nube purpurea di Matthew P. Shiel e la parafantascienza della trilogia Lontano dal pianeta silenziosoPerelandra Quell’orribile forza di C. S. Lewis, e poi le utopie di Samuel Butler e René Daumal, oltre a molto fantasy, anche incrociato con l’horror, da Tolkien a Mervyn Peake, da Shirley Jackson a Meyrink. Senza dimenticare che, risalendo alle origini dell’attività della casa editrice, al primo numero della “Biblioteca Adelphi”, ci s’imbatte in un classico del fantastico novecentesco, L’altra parte di Alfred Kubin.

Ora, tuttavia, esce Lo spirito della fantascienza di Roberto Bolaño, ed è la prima volta che il sostantivo “fantascienza” campeggia in copertina, e anzi è in assoluto una delle prime volte in Italia che il termine si presenta nel titolo stesso di un romanzo (ricordiamo, ormai quasi una ventina di anni fa, Il venditore di libri usati di fantascienza di Romolo Bugaro;  qualche anno prima c’era stato il metonimico Le copertine di Urania di Michele Mari, ma quello era solo un racconto), a sancirne non solo e non tanto l’appartenenza, quanto l’affermazione di uno statuto oggettivo, di una categoria della letteratura e della realtà, nonché a esprimere una volontà di riflessione sul genere, a dichiarare il suo incasellamento in una dimensione fondativa, costitutiva dello spirito. Lo spirito della fantascienza, appunto.

Tutto questo mentre “la parola fantascienza [è] ormai scomparsa da tempo dalle copertine dei libri” (http://www.fantascienza.com/18928/gli-oscar-riportano-la-fantascienza-in-libreria, 16 maggio 2014): ma il romanzo di Bolaño, che risale agli anni Ottanta e, rimasto per decenni tra le sue carte, è stato pubblicato solo nel 2016, non indica certo un’inversione di tendenza. Accenna, semmai, a una direzione utopica, o se non a quella di un’utopia almeno di un idillio, a un mondo di possibilità irrealizzate in cui la fantascienza è un’entità definita e il suo ampio paradigma ha consistenza di realtà, a differenza di oggi in cui i suoi stilemi sono diffusi ovunque e contaminano di sé un campo culturale molto ampio, fino a renderne vaga e irriconoscibile la matrice. In questo Bolaño, invece, la fantascienza è proprio fantascienza, fatta di scrittori targati, chiamati con il loro nome e anzi chiamati in causa direttamente, attraverso le lettere che Jan Schrella, personaggio un po’ dissociato e un po’ folle, proiezione dell’autore (e anzi alla fine del romanzo smascherato come suo alter ego) scrive loro, invitandoli a improbabili confronti, ad assunzioni di responsabilità, a chiamate in correo in cui la loro opera diviene specchio in cui si confrontano le sue azioni e la sua percezione del mondo.

La fantascienza di questo romanzo, in effetti, non è fantascienza (se non indirettamente, come riflesso di un riflesso: il riflesso dei racconti di fantascienza scritti da uno Jan ragazzino e che il suo professore di letteratura, “un uomo in buona fede, innamorato selvaggiamente di Scott Fitzgerald e in modo più tranquillo della Repubblica delle Lettere”, liquida con un’alzata di spalle, esclamando mestamente: “Caro Jan, spero che tu non stia fumando”), ma ciò che il titolo puntualizza: ancora una volta, lo spirito della fantascienza, il senso di una realtà fluida, soggetta a cambiamenti, pervasa da un dinamismo che mette in relazione le leggi della fisica con i moti della psiche umana. Il tutto innervato da una scrittura elettrica che alterna quadri narrativi tradizionali (dal punto di vista dell’amico e coinquilino di Jan, Remo, nell’appartamento che condividono a Città del Messico) a inserti dialogici, interviste, funambolismi visionari il cui riferimento concettuale è proprio quello del grande serbatoio fantastico-fantascientifico novecentesco. Fin dalle prime pagine: nei topi che Jan sente brulicare sopra o dentro il tetto della stanza in cui vive (“Allora […] disse che il soffitto della nostra stanza era infestato di topi mutanti, non li senti?, sussurrò con la mia mano sulla fronte e io gli dissi sì, è la prima volta che sento dei topi squittire sul soffitto di una stanza sul tetto a terrazza all’ottavo piano. Ah, disse Jan”) echeggia il Lovecraft dei Ratti nel muro, con un’ironia che smorza gli eccessi metafisici dello scrittore americano e al contempo ricostruisce l’orrore in dimensioni molto più accessibili e concrete, presenza tangibile nella realtà di bohémiens emarginati che vivono l’esperienza quotidiana come enigma insensato e straniante, su cui aleggia l’ombra di minacce tutt’altro che soprannaturali (il professore che disprezza la fantascienza finisce spazzato via mentre è intento a una passeggiata “alla luce di luna durante il coprifuoco”, nel Cile di Pinochet).

E poi le lettere, in cui Jan/Bolaño proietta un suo canone e una sua visione del genere. Già quella di apertura, ad Alice Sheldon, è una dichiarazione d’intenti, in cui la fantascienza va a occupare il campo che ne definisce le peculiarità, tra la miseria e il sublime:

“Cara Alice Sheldon, volevo solo dirle che l’ammiro profondamente… Ho letto i suoi libri con  devozione… Quando ho dovuto disfarmi della mia biblioteca non sono stato capace di regalare tutte le sue opere… Così conservo ancora La via delle stelle e a volte ne recito a memoria dei pezzi… Solo per me… […] E ho conosciuto anche uno scrittore di fantascienza… Secondo molti l’unico scrittore di fantascienza del mio paese… Ma io non credo… Remo mi racconta che sua madre ne ha conosciuto un altro più di dieci o quindici anni fa… Si chiamava González, o così sembra di ricordare al mio amico, ed era un funzionario dell’unità statistica dell’Ospedale di Valparaíso… Dava soldi alla madre di Remo e alle altre ragazze perché comprassero il suo romanzo… Pubblicato a sue spese […]. Naturalmente vendettero solo i libri che compravano le ragazze e i ragazzi dell’unità statistica… Remo ne ricorda i nomi: Maite, la signora Lucía, rabanales, Pereira… Ma non il titolo del libro… L’invasione dei marzianiViaggio nella nebulosa di AndromedaIl segreto delle Ande… Non riesco a immaginarlo… Forse un giorno ne troverò una copia… Dopo averlo letto glielo spedirò come modestissima ricompensa per le ore di gioia che lei mi ha dato”.

Oppure le due lettere a Ursula Le Guin, in cui attraverso la scrittrice americana si dischiudono orizzonti libertari e sterminati, l’unico modo di venire a patti con una realtà opprimente, e gli scrittori di fantascienza appaiono come sacerdoti nel piccolo pantheon di un culto trasgressivo: “Certo è dura. Cerco di imparare, studiare, osservare, ma torno sempre al punto di partenza: è dura e sono in America Latina, è dura e sono latinoamericano, è dura e per colmo di disgrazia sono nato in Cile, anche se Hugo Correa (le dice qualcosa?) potrebbe contraddirmi. Per quanto riguarda le lettere sono tutte rivolte a scrittori di fantascienza degli Stati Uniti; scrittori che suppongo ragionevolmente siano ancora vivie che mi piacciono come James Tiptree Jr., Theodore Sturgeon, Ray Bradbury, R.A. Lafferty, Fritz Leiber, Alfred Bester. (Ah, se potessi mettermi in comunicazione con i morti scriverei a Philip K. Dick). Non credo che molte delle mie missive arrivino ai destinatari ma devo sperarlo con tutte le mie forze e continuare a spedirle”.

Così, alla fine, la fantascienza di Bolaño risulta essere la proiezione di uno slancio rivoluzionario ed eversivo (tra parentesi: ciò che ha avvicinato molti di noi alle sue pagine), il paradigma di un ribaltamento delle gerarchie, di quelle letterarie innanzitutto: un modello in cui si profilano mondi possibili dalle potenzialità infinite, dal quadrante trascurato di una letteratura considerata minore. Ciò che la fantascienza ha creato, attraverso i suoi protagonisti, è un universo condiviso, un serbatoio di alternative al reale che si profilano all’orizzonte e ci aiutano (ci aiutavano?) a tenere dritta la barra sulla rotta dell’utopia.

Bolaño tutto questo lo dice e lo dimostra con il suo modo di scrivere fatto di furore irrazional-matematico. La chiave delle sue equazioni è in un testo che non viene solo evocato, ma parafrasato in un dettagliato resoconto che Jan fa a Remo durante uno dei loro colloqui: si tratta del racconto Silhouette di Gene Wolfe, una storia spaziale che mescola i cliché del genere con la visione di un futuro distopico in cui il Terzo Reich ha vinto la seconda Guerra Mondiale e si è dilatato fino alle stelle, esportando nel cosmo profondo il proprio modello oscuro e malato. Lassù, l’incontro con l’Ombra – enigmatico alieno che occupa lo spazio fisico-non-fisico dell’ombra del protagonista – contribuirà a far emergere le contraddizioni dell’equipaggio dell’astronave terrestre e a farne dilagare i conflitti fino all’implodere del sistema su stesso.

Silhouette – un racconto non privo di speranza – è apparso nel 1975 in un’antologia curata da Robert Silverberg (un altro degli autori cui Jan Schrella si rivolge nel suo parossismo epistolare) e che comprende altri due testi: A Momentary Taste of Being di James Tiptree Jr. (la Alice Sheldon della prima lettera, e destinataria di una seconda lettera anche con questo suo pseudonimo) e The New Atlantis di Ursula Le Guin, una tra le novelle più note e profonde di questa profondissima scrittrice, e che dà il titolo all’intera raccolta. Ecco: lo spirito della fantascienza è la Nuova Atlantide. Un modello – non solo un miraggio – di perfezione paradossalmente imperfetta e proprio per questo possibile, per un’umanità che sia riuscita a venire a patti con la propria Ombra.

 

 

 

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