di Marilù Oliva

[La scrittrice bolognese torna in libreria con un romanzo che ancora una volta colpisce nel segno, portandoci fin dalle prime pagine in un mondo che sembra irreale, quasi fiabesco tanto quanto la realtà quotidiana ne è distante: l’ispettore Micol Medici deve investigare in un paese sull’appennino tosco-emiliano dove l’amministrazione è retta soltanto da donne. Sottotraccia all’intreccio thrilling perfettamente riuscito emergono questioni ancora irrisolte e troppe volte rimandate: il femminicidio, la disparità salariali tra sessi, i rapporti di coppia, il generale atteggiamento patriarcale che governa ancora questo paese. L’atmosfera sembra magica, apparentemente tranquilla e sottilmente inquietante: vengono subito in mente La casa dalle finestre che ridono come Twin Peaks ma la costruzione della Oliva è originale e riuscita, ricca di idee e con un linguaggio sempre prezioso, personale e musicale. Ve ne anticipiamo un estratto, ringraziando l’autrice e l’editore] (F.C.)

Ludovico l’aveva portata sui colli prospicienti il versante ovest della città. L’idea era raggiungere un crinale e da lì perdersi con la vista nell’orizzonte, così forse sarebbe arrivato attenuato il peso delle parole che si sarebbero scambiati. Quell’incontro non prometteva nulla di buono rispetto alla loro storia, Micol se lo sentiva. E non in virtù dell’intuito che la caratterizzava anche al lavoro – era ispettore capo da un anno –, piuttosto per via di un presentimento profondo, quasi viscerale. Anche se lei non credeva alle premonizioni e a tutte quelle fantasiose manifestazioni fatte di segnali e pseudo-avvertimenti con cui le persone ricamano le possibilità della vita: era troppo concreta e votata al raziocinio per abbandonarsi a tali suggestioni. Eppure, quel pomeriggio strano, su quell’altura che non aveva mai visto, nella solitudine verdeggiante del vigneto accanto al quale lui aveva parcheggiato, le parve di essere immersa in una luce troppo tenue, troppo insidiosa e surreale. Qualche chilometro sotto, oltre a decine di discese che digradavano con dolcezza di curve e colori, Micol scorse le torri, marchio della città: la Torre Garisenda e, più alta, la Torre degli Asinelli. Bologna le sembrò distante anni luce.
Ludovico le chiese di aspettare, doveva darle una cosa. Estrasse un pacco dal sedile posteriore dell’auto e glielo porse. Di nuovo quel presentimento: fosse stato per lei, non avrebbe mai sciolto il nastro blu, né strappato la carta regalo fantasia. Ci trovò dentro una scatola azzurra e subito le parve strana quella sensazione di bagnato sulle mani, quando la toccò. La sollevò: una macchia scura si stava diffondendo alla base della scatola, impregnandola di viola. Micol deglutì e la scoperchiò, gli occhi rassegnati.
Lo sapeva che sarebbe stata una brutta sorpresa.
Dentro c’era un cuore. Batteva ancora. E perdeva sangue. Tanto sangue, talmente tanto che le stava imbrattando le mani.
Era da moltissimo tempo che Micol non si sentiva così triste: «Non devi darmi il tuo cuore, non voglio che…».
«No, amore mio, non hai capito» aveva replicato lui, serafico. «Questo non è il mio cuore. È il tuo.»

Micol si alzò di soprassalto nel letto. Aveva puntato due sveglie: quella sul comodino e quella del cellulare.
Sapeva che ne avrebbe avuto bisogno, perché era andata a letto alle due di notte per colpa del suo fidanzato Ludovico che, proprio in vista di quella missione per lei tanto importante, le aveva fatto fare innumerevoli giri dei viali che circondavano il centro storico di Bologna per discutere della loro relazione e di cosa non funzionasse. Ecco perché faceva quegli strani incubi. La sera prima, lui guidava e parlava, ma senza guardarla negli occhi, e le ripeteva parole inconcludenti. Non è più come una volta. Stiamo assieme da cinque anni e non ce ne siamo mai andati in giro per il mondo. Quando ti cerco e non rispondi, poi non ti preoccupi di richiamarmi. Non ti trucchi mai, non ti vesti mai sexy.
Lei aveva ignorato le ultime due proteste e aveva trascorso ore a giustificarsi, a rassicurarlo che certo, gli voleva bene, ma ogni tanto aveva la testa tra le nuvole e quello era un momento così delicato, lui lo sapeva benissimo: il suo superiore, il commissario Elio Maccagnini, aveva scelto lei come compagna di missione – oltre a un sovrintendente –, e nei giorni seguenti si
sarebbe giocata tutto: carriera, autostima personale e rispetto del capo. Se il suo fidanzato fosse stato un po’ meno insofferente, avrebbe potuto mettersi da parte per un attimo e lasciarla lavorare, e le cose poi si sarebbero sistemate. Lui si fermava ai semafori, sospirava, replicava che gli atteggiamenti di lei erano consolidati, si trattava di una certa abitudine a trascurare la dimensione di coppia con tutti gli annessi e connessi. Nessun entusiasmo quando si incontravano, nessun pensiero carino, niente di niente; e più lei cercava di difendersi, più lui avanzava esempi di piccole mancanze quotidiane. Che avesse ragione? Così, si erano fatte le due di notte quando l’aveva riaccompagnata sotto casa, lasciandola con quel quesito che le ronzava in testa e il proposito di ripensarci con calma, appena avesse avuto un po’ di tempo per sé. Così, spossata e dubbiosa, aveva puntato la doppia sveglia per essere sicura di alzarsi e avere tutto il tempo di presentarsi lucida all’appuntamento con il commissario Elio Maccagnini che, eccezionalmente, sarebbe passato da casa sua a prenderla assieme al sovrintendente, Antonio Iacobacci, dal momento che la loro missione prevedeva
tre giorni di trasferta e la sua abitazione era sulla strada.
Ma la sveglia del comodino si era bloccata per colpa della pila che aveva deciso di scaricarsi proprio quella notte. E la suoneria del cellulare con cui si era illusa di destarsi – una sinfonia di Bach – anziché farla saltare in piedi l’aveva cullata nel sonno fino a che il commissario, stanco di aspettarla sotto casa, si era attaccato al campanello.
Micol raggiunse il citofono del suo miniappartamento in pochi balzi e, appena sentito il suo «Sì?» tra il disperato e l’assonnato, Maccagnini indovinò come se l’avesse avuta di fronte: «Eri ancora a letto?».
Lei si schiarì la voce: «Scusami. Cinque minuti. Dammi solo cinque minuti e scendo».
Fu una furia di corse, vestiti infilati in fretta, cassetti lasciati aperti, il trolley riempito alla rinfusa e fuga giù per le scale.

«Non capiterà più» furono le prime parole che Micol proferì appena entrata nella volante, dopo aver depositato il piccolo trolley nel bagagliaio. Nessuno aggiunse altro.
Da via dei Lamponi imboccarono via Benedetto Marcello, direzione Murri, lasciandosi pian piano alle spalle Bologna, mentre lei si sistemava in una coda i lunghi capelli ricci, legandoli con uno dei laccetti neri che teneva al polso. Abbassò il parasole per guardarsi allo specchio. Non si era nemmeno lavata la faccia e si notava: gli occhi erano assonnati.
«Sei riuscita a prepararmi un dossier sul posto in cui stiamo andando?» le chiese il commissario.
«No, mi dispiace.»
Lui le aveva chiesto un dossier stampato completo e lei aveva sprecato la serata a litigare col fidanzato, anziché fare il suo dovere. Mannaggia. Quanto le seccava essere presa in castagna. Tanto più che Antonio Iacobacci, il sovrintendente, ne approfittò subito per sciorinare al capo tutto quello che lui aveva imparato su Monterocca. Disse che si chiamava così per via di un antico bastione trecentesco arroccato su un pendio, di cui ora non era rimasto quasi nulla, anche perché era stato fagocitato dal bosco. Intanto a Micol veniva il nervoso, perché le informazioni che stava dando il sovrintendente Iacobacci le conosceva. Lui gerarchicamente era al di sotto di lei, eppure cercava ogni volta di pestarle i piedi, forse perché gli dava fastidio prendere ordini da una donna. Lei ancora non gliene aveva dati, ma prima o poi sarebbe successo. Così quando lui, continuando a ignorarla, spiegò al capo che il paese era circondato da mura o da elementi naturali, Micol riprese la parola interrompendolo: «Certo che ci sono le mura, il luogo è circoscritto. E c’è un solo punto di accesso, custodito, perché nei giorni più trafficati l’ingresso viene limitato».
Si stavano immettendo in una provinciale fiancheggiata da un lato da un filare di pioppi, dall’altro da case basse in successione, una identica all’altra. Una Volvo li superò, nonostante una doppia linea continua, e Micol riprese: «Si tratta di un municipio come un altro, ma ha fatto scalpore perché giunta e consiglio comunale sono composti in maggioranza da donne. La sindaca è una vecchia volpe della politica. Quando si sono proposte le liste, le candidate erano in prevalenza femmine e hanno chiesto ai cittadini di votarle, certo, in maniera sotterranea, spargendo la voce, del resto il paese è piccolo e si conoscono tutti – ma qualcuno, su un forum che ho trovato in internet, si è lamentato di questa procedura non proprio corretta – per permettere loro di dimostrare quanto le donne fossero in grado di realizzare un buon governo, visto che, nel resto d’Italia, all’altra metà del cielo non vengono date molte possibilità professionali e politiche».
«E i cittadini le hanno accontentate?» chiese Maccagnini.
«Non tutti, ma la maggioranza sì. Ha prevalso il rosa e dal momento in cui si sono insediate, quindici anni fa, sono riuscite a farsi riconfermare, pur con le dovute rotazioni.»
Il commissario meditava; intanto svoltò sulla strada che li avrebbe portati verso i colli.
Micol notò le sue mani nerborute, i capelli biondicci brizzolati rasati ai lati con una leggera cresta in alto che, insieme agli occhi azzurri dal taglio netto, gli conferivano un’aria scandinava. Sembrava molto sicuro di sé. Una sicurezza che talvolta Iacobacci tentava invano di imitare: Micol sapeva bene che gli sarebbe piaciuto diventare un professionista come il loro capo. Era con questi sogni in testa che si era trasferito dalla Lucania, ma ne aveva ancora di carriera da macinare.
Maccagnini riprese il discorso: «E gli uomini sono banditi?».
«Macché. Certo credo che gli uomini lì siano abbastanza avanti.»
«In che senso?»
«Non penso che ci vivano dei maschilisti. Saranno ben diversi dalla media italiana, lì.»
«Perché, secondo te in Italia siamo maschilisti?» domandò Iacobacci con piglio ironico.
«Un pelino.»
«Esagerata.»
«Esagerata? Se io studiassi medicina e volessi diventare primario, nella società italiana avrei molte meno chance di un uomo. I numeri parlano. Idem se volessi entrare in qualche consiglio di amministrazione.»
«Una donna fa più fatica di un uomo ad affermarsi? A me non pare, vedi che tu sei un gradino sopra Antonio?» le rispose il suo capo, e Iacobacci fece un ghigno di sostegno.
Infatti. Vedi che lui non sembra essersene accorto?, avrebbe voluto rispondere lei. Ma tacque.

Marilù Oliva, Le spose sepolte, HarperCollins Italia, 380 pagine, € 17,00

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